Meglio appendere l'aratro al chiodo

 

Dal Kansas arriva l'appello a posare l'aratro e a provare nuovi modi di coltivare la terra: "No Till on the plain" è il nome dell'associazione no-profit che si propone di convincere i contadini ad adottare pratiche ispirate dall'economia circolare in cui tutto è risorsa e gli scarti praticamente inesistenti. La proposta sembra bizzarra specie in un mondo come quello agricolo in cui il contadino ricurvo sull'aratro tirato da un'animale da soma ha da sempre simboleggiato il faticoso patto con la terra per riceverne nutrimento, un mondo.

 

 

Ma il depauperamento del suolo o l'uso massiccio di fertilizzanti e diserbanti chimici, costituiscono un problema. E il maggiore ostacolo nel risolvere un problema e' l'abitudine, nulla di più vero in un mondo antico come quello agricolo. Da secoli, se non millenni, l'uomo ha arato per preparare la terra  a ricevere, semi e concime. Eppure anche nelle regioni più remote degli Stati Uniti si sta facendo largo l'idea di tornare a pratiche di coltivazione più naturali e meno invasive. E questo accade non per idealistico ecologismo ma per ragioni di convenienza economica.

Seminare senza arare consente di usare meno fertilizzanti, meno diserbanti, meno manodopera e di produrre raccolti più abbondanti.

Condizioni climatiche sempre più estreme, scarsezza di manodopera e vincoli ambientali hanno portato il Dipartimento dell'Agricoltura americano ad abbracciare in pieno questo approccio che consente al suolo di difendersi meglio da siccità e inondazioni, due costanti del riscaldamento globale. Una recente indagine del Natural Resources Conservation Service ha rilevato un 35% di coltivazioni che non fanno ormai più uso dell'aratro. Il fenomeno si sta diffondendo a macchia d'olio e gli studi si moltiplicano a corroborarne la validità e a calcolarne le cadute positive in termini di produttività e di impatto ambientale. Un buon esempio di economia circolare da un mondo che da sempre ha considerato gli scarti una risorsa: l'oro nero dei nostri nonni non era il petrolio ma si produceva nelle stalle.

 

Laura del Vecchio

Due lauree, Giurisprudenza con tesi in Economia a Roma e Commercio Internazionale a Le Havre; due specializzazioni, in Economia dei mercati asiatici e in Comunicazione; due esperienze “in azienda” come export manager per Fiat Auto Japan e per Danone; due esperienze “di penna” al quotidiano economico “Nikkei” e all’ISESAO della Bocconi: un “saper scrivere e far di conto” che ha finito per trovare buon uso all’Istituto nazionale per il Commercio Estero. Nata il 13 settembre del 1968: da poco compiuti... due volte vent’anni.


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