Maledetti bastardi … sono ancora vivo!

Volevi che ti inviassi la copia del file di un ricordo del 1974 ed eccolo qui di seguito. Per alcuni aspetti, può essere ritenuto storicamente eccitante. Tante volte ci è capitato di dire “mi sembra ieri” riferendoci a episodi lontani nel tempo e nello spazio ma non nella memoria. Quello che segue è il frutto di considerazioni che, seppure lontane, hanno trovato corrispondenza e alloggio in fatti recenti inerenti lo stato della mia salute. Ma non è di questo che desidero parlarti inviandoti questa pagina. Non è la malattia (sulla quale ho già vinto, anche se ai tempi supplementari); è, se mi è concesso, come viene rappresentato il pathos che con la 22 ho voluto creare. Tutti noi eravamo e restiamo invincibili, fino a quando lo vorremo veramente. Ed è per questo che al Moloch dell’imbecillità non bisogna stancarsi di gridare: Maledetti bastardi … sono ancora vivo!.

 



 

Nell’ultimo film di Schaffner – Papillon - l’inquadratura finale vede il personaggio principale urlare una battuta memorabile: Maledetti bastardi … sono ancora vivo! Credo, comunque, che nell’omologo romanzo di Henri Charriére, l’angosciante narrazione delle vicissitudini patite dall'autore non si concludesse così. Almeno, non ricordo. Nel film si.Il viso di Steve McQeen, devastato dal vento dal sale e dal sole, rivolto al cielo, in un ghigno beffardo, scompare in dissolvenza sull'immensità dell’oceano mentre il commento musicale s’incrocia con queste parole pienamente liberatorie: “Maledetti bastardi, sono ancora vivo”.


Quando alla fine del film Papillon vola dalla scogliera dell’Isola del Diavolo appresso al sacco di noci di cocco che lo aveva preceduto, la tenacia fin lì dimostrata dal protagonista diventa un inno alla speranza. Lo spettatore si è immedesimato. Ha, probabilmente, identificato la spinta essenziale per abbandonare i panni del Travet e ha accarezzato romanticamente la possibilità di comportarsi come Papillon, prefigurandosi di sapere resistere alle vessazioni quotidiane;  immaginando di reagire a un capo che sadicamente lo costringe a rivedere i conteggi già verificati solo per il gusto di affermare che il capo ha sempre ragione.

Uscendo dal cinema dopo aver visto un film del genere, per un po’ si continua a sognare. E’ come sentire persistere il gusto di una caramella a distanza di ore da quando l’hai rigirata da una guancia all'altra. Continui a sognare di poterti trovare in una situazione tale da far considerare eroico un qualsiasi gesto. Staccare dall'appendiabiti la giacca sotto lo sguardo attonito dei colleghi, per esempio, e alla domanda: “Rossi! Dove va?” rispondere con sarcasmo “Cazzi miei” e sentirti gratificato dall'ammirazione che pretendi di meritare. In fondo, la letteratura e, a volte anche meglio il cinema, serve proprio a questo: accelerare la nostra emotività e farci fantasticare su una vittoria raggiungibile solo lasciando pieno campo al ribellismo (che è in ognuno di noi) per vincere su un nemico che, a far bene attenzione, siamo noi a portarcelo dentro.

Poi, all'uscita dal cinema non c’è il sole della Cayenna, anzi, pioviggina. La gente si sofferma cercando di ricordare dove ha posteggiato l’auto e poi si affretta per evitare un raffreddore. I sampietrini di piazza del Popolo riflettono la poca luce che viene da Rosati e il posteggiatore pretende qualcosa in più perché afferma d’essere rimasto solo per te: “Dottò, m’ha rimasto l’ultimo”. Forse anche lui sta attentando alla tua salute mentale. Frugandoti in tasca cerchi di riconoscere al tatto una moneta da cinquanta lire. Niente da fare, occorre dargliene cento. Il motore borbotta. Il parabrezza è appannato e, infilando via del Corso, non resta che ripensare: “Maledetti bastardi … sono ancora vivo!”.

Francamente, non si capisce perché, ma in una cosa del genere c’è sicuramente  un po’ di confucianesimo. Ci sono domande alle quali non occorre rispondere. Storielle spacciate per saggezza orientale (dove si sostiene che tornando a casa occorre picchiare la moglie, tu non sai perché la picchi, lei si). Comunque, adesso, quel grido di Papillon, finisce per essere un balsamo capace di lenire le ferite inferte dai fatti di cronaca.

 
Sarà che non ci si può prontamente riprendere dalla notizia della proposta sul referendum abrogativo della legge Fortuna o, forse, perché stamattina giravano gruppi di siciliani che, in delegazione, invocavano l’applicazione delle norme a beneficio dei terremotati del Belice. Chissà! In ogni caso, siamo ancora vivi e, fate molta attenzione, saremo sempre capaci di gridare: “Bastardi …siamo ancora vivi”.


Roma,  gennaio 1974

 

Giuseppe Lo Manto

Quando Barbara mi ha chiesto di inviarle un mio profilo, in modo da mettere il lettore della sua rivista nelle condizioni di comprendere con chi (o cosa) aveva a che fare, l’unica cosa che mi è venuta in mente non credo sia immediatamente comprensibile agli under 40; eppure è semplice. Poniamo che mi si domandi se ritengo affascinante quello che si riesce a fare con intel 6.0: risponderei che continua ad intrigarmi di più la lettera 22. Questa era per me il vero monumento alla creatività e se non fosse per il fatto che non si trovano più i rocchetti inchiostrati continuerei ad adoperarla.
Scrivendo si aveva l’impressione di comporre una musica che molti avrebbero suonato. Una musica fatta di idee capaci di trasmettere, a loro volta, emozioni e sensazioni. Accendere polemiche e chiarire atteggiamenti. Non importava se il leit motiv avrebbe indotto il lettore a pensare allo swing di Carosone o all’austerità del Mantra di Stockhausen. Quando si pigiavano i tasti della 22 si riteneva di comporre qualcosa di unico e di utile. A distanza di ore o di anni qualcuno, leggendo, avrebbe in pratica suonato sul tuo spartito e avrebbe fatto riemergere tutta la genialità di quella creazione.
Fate attenzione: questo non deve essere inteso come un rifiuto di ciò che il progresso scientifico e tecnologico ci ha dato e che, fortunatamente, continua a darci. Né, un siffatto atteggiamento, si può liquidare col birignao intellettuale di chi, con intento denigratorio, dice che sei soltanto un vecchio nostalgico.
Per conto mio, preferire la 22 ad intel 6.0, corrisponde a privilegiare una determinata posizione durante un amplesso. Un’anima dolente (cosa che spesso può verificarsi per l’incalzare della modernità) cerca di trovare una posizione antalgica per meglio soddisfare le sue esigenze, e, senza consultare il Kama Sutra trova  il modo migliore per trarre il maggiore piacere da una qualsiasi azione. Purtroppo non tutti hanno dimestichezza con il sanscrito e il Kama Sutra occorre saperlo comprendere bene per evitare che possa essere standardizzato, correndo il rischio di fare assumere posizioni utili ad altri.
La “dolce, sublime luce della mente” vive, in ognuno di noi, con il destino di illuminare sia gli anfratti remoti che gli spazi più estesi. Siamo, miracolosamente, noi a scegliere.
La consapevolezza di avere sempre scelto non mi ripara sicuramente dalla certezza di avere sbagliato. Troppe volte, tantissime volte; da non ricordarle più.
Delle cose che ho fatto e che ho detto (ma anche di quelle che ho soltanto pensato) si può dire di tutto. Sono cose, comunque, che non hanno mai perso il diritto di essere considerate nella loro originalità.
Una situazione simile a quella che oggi mi propone Barbara - tracciare un mio profilo - mi è capitata, fatti salvi opportuni distinguo, tanto tempo fa a Caracas.
Mi trovavo in un pub-ristorante noto col nome di Attico. Era una costruzione di soli due piani fuori terra letteralmente sommersa da palazzi alti almeno venti piani. Ovviamente, per giusto contrappunto, l’unico nome adeguato risultò essere anche il più spiritoso. Una sera, fatta di bourbon e ginger piuttosto che di cibo, mi dissero che quel signore che tanto mi attraeva per via del fatto che era salutato da tanti con calore e simpatia era Edoardo Galeano. Ne avevo sentito parlare ma non conoscevo nulla di ciò che aveva scritto. Sul tardi, molto sul tardi, nell’incrociare il suo sguardo sollevai il bicchiere. Rispose col medesimo gesto e mi sentii autorizzato a raggiungerlo. Parlammo un po’. All’epoca, a Caracas, tutte le conversazioni finivano per includere Chavez. La mia origine siciliana lo incuriosiva discretamente. Ad un certo punto mi disse pacatamente: “Fammi capire, tu come ti definiresti”.
Con l’aiuto dei tanti bourbon risposi senza pensare: “Sono un ubriacone, anarchico individualista che, a volte, è costretto a lavorare”
“E che lavoro fai?”
“Scrivo, progetto…”  - risposi
Mi tenne d’occhio per alcuni secondi e poi fece una domanda come quella che si fa ai bambini vuoi più bene a papà o a mamma? In realtà mi chiese cosa facessi meglio; scrivere o progettare?
Non esitai un istante: “Suonare” risposi lasciandolo di stucco.
“Suono senza spartito le corde più remote dell’anima” – aggiunsi.
Si intuiva in Galeano un certo disagio ed io, noncurante, proseguii nella metafora.
“Sappi, comunque, che suono da solista”
Andò via senza salutare.
Cara Barbara non saprei in che altro modo avventurarmi per mettere insieme il profilo che mi hai chiesto. 


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