Migranti e welfare: c’è un equivoco di fondo


Sul tema dei migranti giornali e telegiornali ci informano ogni giorno su sbarchi, morti, accessi, muri, chiusura delle frontiere, aperture e chiusure politiche oggi di uno stato, domani di un altro con un andamento a dir poco ondivago per quanto riguarda l’Europa nel suo insieme.

Io non vorrei aggiungere nulla ai dati ed alla cronaca ma fare una semplice, quanto a mio avviso, inevitabile riflessione su un aspetto specifico. Alcuni studiosi, ascoltati peraltro da alcuni Stati Europei, sostengono che ci sarà bisogno di “importare” 40 milioni di migranti entro i prossimi 30/40 anni per sostenere i sistemi di welfare in Europa. A me questa affermazione ha fatto rabbrividire. Non tanto per i numeri ma per il concetto sotteso.

Provo a spiegarmi meglio.

L’Europa è ormai da molti anni  come noto a cosiddetta crescita demografica zero. In altri termini non si fanno più figli e quelli che si fanno non sono sufficienti a sostituire coloro che muoiono. Questo è un fatto importantissimo sul quale non mi sembra che gli Stati Europei abbiano soffermato la loro attenzione, ed infatti la posizione comune o comunque più generalizzata sia degli studiosi, sia dei rappresentati politici è di prenderne atto con la conseguenza che, di fronte al calo della popolazione autoctona vengono poi presi come necessari ed anzi auspicabili i flussi migratori per sostenere il cosiddetto welfare.

Ebbene l’errore è proprio nel non aver compreso ed affrontato il tema della crescita zero! Se un popolo non fa figli, nel tempo non sarà solo un problema di chi paga le tasse o i contributi ma di scomparsa di valori, tradizioni e costumi del popolo stesso che nel tempo, se questo trend non viene invertito scompare.

Quindi a coloro che oggi sostengono che occorre “importare” 40 milioni di migranti per sostenere il welfare (istruzione, sanità, servizi pubblici, pensioni) faccio presente che fra un certo numero di anni (chi dice 100, chi 200) se non si inverte la crescita demografica zero semplicemente gli europei  come li conosciamo oggi non esisteranno più. Quindi perché ci preoccupiamo?

Il mio non vuole essere una riflessione di chiusura ai migranti ma solo di critica sulle motivazioni di necessità addotte da alcuni studiosi e Stati come precedentemente espresso.

Ritengo invece che gli europei debbano concentrarsi ed agire per riprendere una sufficiente crescita demografica per garantirsi non solo la sostenibilità  del welfare (che come affermano alcuni sociologi è probabilmente una delle cose migliori che è stata in grado di produrre la generazione che è stata al potere nel dopoguerra) che necessita comunque di un aggiornamento ed una revisione alle mutate necessità, ma per la sopravvivenza stessa dei valori e tradizioni dei popoli che risiedono in Europa.

Ma veniamo al punto. Perché dunque l’Europa è a crescita zero? Perché non si fanno più figli?

Anche su questo punto ci sono studi ed esperti che si sono già espressi e che non intendo né richiamare, ne contestare. Semplicemente esprimere il mio punto di vista.

Le motivazioni per cui gli europei non fanno più figli sono molteplici. Le radici sono sicuramente di natura economica e sociale. Si sostiene infatti, a buon titolo,  che mantenere i figli costa! Si sostiene anche che, soprattutto in alcuni paesi come l’Italia per esempio, spesso le strutture pubbliche di supporto sono scarsamente fruibili  (asili nido, scuole, medici, etc.) e le alternative troppo costose. Motivazioni senz’altro valide. Registriamo però come i tassi di natalità siano bassi sia nei paesi più ricchi ed organizzati (pensiamo ai paesi del nord Europa) sia nei paesi meno ricchi e meno organizzati (paesi mediterranei). 

Questo ci lascia pensare che quindi il problema non è solo economico o di supporto. Ma allora?

 


Ebbene allora forse dovremmo analizzare il sistema di vita europeo: l’european way of life! E chiederci quali sono i nostri valori. La famiglia è ancora un valore fondamentale? Su cosa si basa il nostro vivere? Quali sono gli obiettivi esistenziali degli europei? Lavorano, producono nonostante tutto ricchezza, per chi e per che cosa? Qual è lo scopo della nostra vita? E si, bisogna farsi queste domande perché quando un popolo non sente più il desiderio di procreare, significa anche che non ritiene di dover lasciare niente a nessuno.

Il culto dei morti caro a tante civiltà, anche quelle cristiane a che punto è? Quanti europei, soprattutto delle giovani generazioni, coltivano il culto dei morti? Mi risulta che anche su questo ci sia un certo “decremento” e questo si affianca alla crescita demografica zero. Perché sta a testimoniare una perdita di attenzione sia nei confronti di chi c’era prima, sia di chi potrà venire dopo.

Quindi possiamo dire che gli europei sono concentrati su se stessi: ora e subito! Sono pieni di egoismo. Non si preoccupano né di chi c’era prima (non serve a nulla) né di chi verrà dopo (ci penserà qualcun altro). Sembra quasi che a dogmi e comandamenti religiosi si sia sostituito non il laicismo (che pur è fondato su valori  se pur autonomi dai precetti religiosi) ma il nichilismo (cioè esistenza fondata sul niente). Ma una civiltà che non pone attenzione né ai propri avi, né ai propri eredi è una società destinata alla scomparsa. Quindi, ripeto, di cosa ci preoccupiamo?

Io credo che i popoli europei dovrebbero riflettere seriamente ed approfonditamente su tutto questo e riscoprire i propri valori perché ho l’impressione che siano appannati. Se da questo approfondimento dovesse risultare, come io credo, che la famiglia, intesa come  la prima delle formazioni sociali ove l’individuo svolge la sua personalità (essa risulta costituita da persone legate da rapporto di coniugio (che lega marito e moglie); parentela (tra persone che discendono da un comune capostipite riconosciuto fino al sesto grado); affinità (che lega tra loro il coniuge e i parenti dell’altro coniuge)), è ancora il fulcro fondamentale dell’esistenza stessa, della formazione e dello sviluppo della nostra civiltà, allora i nostri popoli ed i nostri rappresentanti politici dovranno prenderne atto e mettere in cantiere un “Piano Marshall” per lo sviluppo delle famiglie in Europa e, quindi per la crescita demografica.

Dobbiamo in altri termini riprendere a fare figli rimuovendo gli ostacoli filosofici, economici e sociali che fino ad oggi hanno portato le giovani generazioni a non farli ed anzi incentivare con molteplici strumenti la procreazione.

Rifiuto a priori critiche di impossibilità per due ordini di motivi. Il primo è che nulla è impossibile. Il secondo è che non solo è possibile ma è anche facile. Anche da un punto di vista economico. Mi viene in mente un paragone che faccio sempre quando nel passato svolgendo il mio mestiere di consulente di direzione mi sono trovato a presentare progetti di Total Quality Management ai Capi Azienda. Le obiezioni più frequenti erano relativi ai costi e si esprimevano con:  ma quanto costa? Costa troppo! Ebbene tale obiezione fu facilmente superata andando ad individuare e valorizzare quali erano i costi della NON QUALITA! E, ovviamente, sono risultati sempre superiori alla realizzazione di progetti che avevano l’obiettivo di trasformare processi secondo la logica del TQM.

Ho la sensazione che sviluppare in Europa un “Piano Marshall” fondato sull’incremento demografico abbia la stessa configurazione del TQM. In questo momento non ho elaborato dati ma pensiamo solo per un attimo quanto ci costerà (come benefici persi) rivedere, se non smantellare, il sistema di welfare oggi esistente? Quanto ci costa sia in termini di vite umane perdute, sia in termini di gestione dei flussi, sia in termini di politiche e strumenti di integrazione e controllo importare 40 milioni di migranti? Che ne sarà dei popoli europei da oggi a 100/200 anni? Esisteranno ancora? La conclusione in termini di bilancio mi sembra ovvia.

Cosa fare dunque?

Una politica europea per la famiglia utilizzando tutti gli strumenti noti (fiscali, abitativi, didattici, sanitari) e, magari, progettandone di nuovi. Esperienze interessanti e capacità non mancano, denari neanche. Ciò che manca è ancora una volta la “vision” di quello che siamo e che vogliamo che sarà l’Europa del futuro.

La generazione dei 40 enni oggi spesso al potere ha una grande responsabilità politica ed una grande opportunità storica: far si che tra 100/200 anni l’Europa e gli europei esistano ancora. Ma occorre fare presto e bene, agire subito. Nel giro dei prossimi 50 anni si capirà se sopravviveremo come popoli o se l’Europa importando milioni di migranti si trasformerà in un’altra cosa, rispettabilissima, ma con valori e costumi probabilmente diversi da quelli che ci hanno caratterizzato negli ultimi secoli.

 

Walter Zanuzzi

 

Amministratore Unico Svi.Va – Sviluppo del Valore Società di Consulenza di Direzione, Esperto di Management, Consulente di Direzione per Risorse Umane e Sviluppo Organizzativo, Change Management, Socio fondatore del Comitato per la Promozione Etica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.


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