Cosa vuol dire essere di sinistra, oggi

 

La recente, sfibrante e partecipata campagna referendaria è stato un esempio di come la politica si è trasformata, almeno in Italia, ma non solo in Italia, dal confronto delle idee al confronto sulle persone. Dove il termine “confronto” usato per la seconda volta è in realtà sinonimo inadeguato di scontro, conflitto, insulto, maldicenza, manipolazione.
La politica dell’odio affatica la vita civile delle società democratiche, avvelenando le relazioni pubbliche e, quel che è peggio, ostacolando le nostre capacità di comprendere, spiegare e correggere.

Proverei, allora, a passare dai nomi alle idee, ovvero dalla personalizzazione alla Politica, dal bar al Senatorum, dall’odio alla giustizia sociale.

E proverei a pormi una domanda che già in tanti si sono fatti negli ultimi due secoli, ma provando a dare una risposta adeguata ai giorni che stiamo vivendo: cosa vuol dire “essere” di sinistra, “sentirsi” di sinistra, “fare una politica” di sinistra all’ingresso del 2017.

Credo che i due concetti che separano nettamente la sinistra dalla destra siano:
1.stare dalla parte dei più deboli;
2.ridurre le diseguaglianze.

Non ne vedo un terzo di equivalente caratura!
Sono due concetti forti che separano anche la sinistra dal centro.

Ci sono, inoltre, due direttrici; subordinate, perché si avvicinano ad essere “strumenti” per raggiungere l’obiettivo:
3.tutelare i beni comuni e privilegiare, sempre, l’interesse generale;
4.garantire la simmetria informativa che, tradotto in prassi politica vuol dire trasparenza.

“Essere di sinistra” vuol dire essere favorevoli e promuovere politiche che stanno dalla parte dei più deboli, riducono, per annullarle, le disuguaglianze economiche, tutelando i beni comuni e privilegiando, sempre, l’interesse generale su quello particolare, favorendo un’informazione simmetrica e trasparente che si ottiene solo se viene perseguita sempre e in modo assoluto.

 


12 problemini da risolvere

Quali sono gli ostacoli:
 

1. la finanza mondiale

Il problema non è italiano ma globale, come la finanza che è la principale avversaria (in questo caso userei il termine “nemico”) di una cultura o politica di sinistra.

La sostanza del problema è che l’accumulo improduttivo di ricchezza (rendita) cresce più velocemente della produzione di ricchezza (lavoro).

L’ultimo rapporto Oxfam, appena pubblicato, ha avuto grande eco sulla stampa mondiale perché mette in evidenza che, nel 2016, 8 ricchi plurimiliardari (Bill Gates, Amancio Ortega, Warren Buffett, Carlos Slim Helu, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Larry Ellison, Michael Bloomberg) posseggono la stessa ricchezza accumulata della metà del pianeta più povero. Otto famiglie contro 3,6 miliardi di esseri umani. Ma non è solo questa assoluta disparità che impressiona, ma intristisce non meno ricordare che l’anno scorso (2015) le famiglie più ricche erano 62. Tre anni fa erano 65, otto anni fa 85. 

L’8 per cento delle famiglie italiane posseggono il 92 per cento della ricchezza delle famiglie italiane. L’1 per cento, il 24 per cento.
All’inizio del XX secolo nel paese all’epoca più capitalista del globo, la Gran Bretagna, era il 20 per cento (dei ricchi) che possedeva l’80 per cento (ella ricchezza). Da cui la famosa curva (o legge) dell’economista Wilfredo Pareto.

Ciò che è sconvolgente è la polarizzino sui più ricchi a danno di tutti gli altri. Altro che piove sul bagnato!

Negli ultimi 25 anni l’1 per cento più ricco del pianeta ha raddoppiato la sua ricchezza mentre il 99 per cento della popolazione mondiale l’ha dimezzata. Il 50 per cento di questo 99 per cento l’ha ridotta di due terzi. Questo quando la maggiore concentrazione di ricchezza è in mano a paesi sedicenti democratici.

Il reddito medio pro-capite nei paesi più poveri dell’Africa è sceso a un quarto negli ultimi venti anni.
Ci sono circa 140 paesi al mondo che hanno un Pil annuo inferiore alla ricchezza di Bill Gates.

Il 2 per cento delle persone più ricche detiene più della metà di tutto il patrimonio immobiliare globale.
Secondo il più recente “Global Wealth Report” di Credit Suisse, lo 0,5 per cento di persone più ricche controlla più del 35 per cento della ricchezza mondiale.

 


2. la sedicente democrazia

Inquadrandolo da un punto di vista socio politico un secolo di sedicente democrazia (dal greco antico: δῆμος, démos, “popolo” e κράτος, krátos, “potere”; etimologicamente “governo del popolo”, ovvero sistema di governo in cui la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dall'insieme dei cittadini che ricorrono ad una votazione) ha promosso e attuato politiche economiche che hanno tolto ricchezza e benessere al popolo per regalarlo a pochi, pochissimi.

Dobbiamo prendere atto che i cosiddetti stati democratici attribuiscono al popolo un potere che si limita ad esprimere un voto che gli consente solo di scegliere quale politico, comunque al soldo della finanza, debba legiferare a favore dei ricchi con la sola autonomia di dare alla gente comune quel poco che impedisca l’accendersi di una scossa rivoluzionaria.

 

Il termine giusto per definire il regime delle sedicenti “democrazie occidentali” non è democrazia, ma plutocrazia.

La plutocrazia (dal greco πλουτοκρατία, plutocratìa; composto di πλοῦτος, plùtos, “ricchezza” e κρατείν, krateìn, “potere”) è, secondo la Treccani, il predominio nella vita pubblica di individui o gruppi finanziari che, grazie alla disponibilità di enormi capitali, sono in grado d'influenzare in maniera determinante gli indirizzi politici dei rispettivi governi.

Forbes ha censito 1.810 miliardari al mondo, di cui 540 negli Usa, 251 in Cina e 120 in Germania. In Italia sono 43.


3. il sistema bancario

La grande finanza utilizza come strumento operativo le banche (leggi “La cassaforte degli evasori” di Hervé Falciani), in particolare quelle private, ma anche quelle commerciali.

Difendere le banche con le attuali regole vuol dire difendere lo strumento con cui si impoverisce la nazione e i suoi cittadini.

Mario Monti nell’anno del suo funesto “premierato” affermò che sarebbe stato difficile rimediare dal bilancio dello Stato due miliardi per le popolazioni colpite dal sisma in Emilia (e per trovarli l'esecutivo Monti aumentò le accise sui carburanti di 0,02 euro al litro). Alla fine del 2016 in una giornata e mezzo lo Stato ha trovato 20 miliardi di euro per creare un fondo di salvaguardia da destinare alla ricapitalizzazione delle banche. Dopo che, per quattro mesi, l’Italia si era dilaniata su un referendum (perso) che avrebbe aperto la strada a strumenti più veloci (di quelli rimasti in vigore) per approvare una legge. Più veloci di un giorno e mezzo?


4. fabbricare denaro, solo per pochi

La banca è un’industria che deve generare ogni anno una determinata percentuale di utili, calcolati sulla quantità di denaro che riesce a raccogliere e gestire. I benefici possono variare dal 7 - 8 al 10 per cento della somma raccolta. Con le speculazioni borsistiche queste percentuali possono aumentare significativamente. Con l’acquisto dei debiti degli Stati migliorano sensibilmente.

Con i suoi 100 miliardi di dollari di denaro gestito, ad esempio, la britannica Hsbc private bank (Honk Kong & Shangai Banking Corporation) genera un utile dall’8 al 12 per cento, a seconda degli anni.

L’utile viene così suddiviso: il 4 cento per chi deposita i suoi soldi alla banca, il 3 per cento per coprire i costi operativi della banca, il resto agli azionisti dell’istituto. Se l’utile è dell’8 per cento, l’1 per cento.
Su 100 miliardi il guadagno per gli azionisti è di un miliardo.

Se l’anno è “buono” l’utile è al 12 per cento, il guadagno per gli azionisti è di cinque miliardi (di dollari). Tutto questo al netto delle tasse.

Possiamo girare il sito dell’Hsbc private bank quanto vogliamo ma non riusciremo a trovare la composizione del capitale sociale, cioè il nome dei soci che incassano questi miliardi (a proposito del problemino numero 8).


5. lo scippo delle ricchezze di una nazione

Quasi tutti gli europei hanno sentito il nome di Roman Abramovich, se non altro da quando ha comprato la squadra del Chelsea.
Da dove viene la sua straordinaria ricchezza?
Da uno dei furti più scellerati della storia del liberismo economico.

Il crollo dell’Urss, l’Unione delle repubbliche sovietiche socialiste è un esempio eclatante di come si deruba la popolazione di una nazione della sua ricchezza.

Roman Abramovich è stato il primo a capire i vantaggi di un mercato de-regolamentato per eccellenza come quello londinese.
Secondo Forbes, tra il 1998 e il 2004 sono fuggiti dalla Russia capitali per almeno 100 miliardi di dollari; spesi in gran parte nelle boutique londinesi, nell’immobiliare di lusso, ma anche in pacchetti azionari. Un centinaio di aziende della Russia e del Cis (la comunità economica attorno alla Russia) sono quotate a Londra; nella capitale britannica vivono attualmente 300 mila russi, tra oligarchi e loro dipendenti, gorilla o “cliente”.

Come abbiano fatto i soldi costoro, non è un mistero.

Nel 1992 il governo Eltsin, su consulenza di Jeffrey Sachs e Stanley Fischer della scuola liberista di Chicago, decretò la privatizzazione di massa dei beni dell’Urss.

A tutti i lavoratori russi furono distribuiti dei buoni (del valore di 10mila rubli), che rappresentavano la loro quota delle proprietà comuni ex-sovietiche.
Le durezze della vita sociale nel passaggio dal “socialismo reale” al “libero mercato” obbligò i lavoratori russi a vendere i loro buoni, per comprare il pane. Si offrirono di acquistarli gli oligarchi, ma ovviamente per un boccone di pane.

Si calcola che i 140 milioni di buoni emessi, che rappresentavano l’intera ricchezza di tutte le Repubbliche socialiste sovietiche, siano stati comprati per soli 12 miliardi di dollari.

Gli oligarchi, da ricchi, sono oggi ricchissimi, sfondati. Ne troviamo 18 nella classifica dei 100 uomini più ricchi del mondo (2009).  Boris Berezovskij, Roman Abramovič, Vladimir Gusinskij, Leonid Nevzlin, Mikhail Khordokovskij, Alexander Lebedev, Mikhail Gutseriyev, Oleg Deripaska, Mikhail Fridman sono i nomi dei più noti oligarchi russi. Ognuno di essi ha un patrimonio che oscilla tra i 10 e i 20 miliardi di dollari.

Non basta: nel '95, il governo Eltsin, con l’acqua alla gola, si rivolse agli “oligarchi russi” per avere prestiti.
Qualche anno dopo il governo fece bancarotta, e gli oligarchi-creditori si presero quei pochi attivi su cui non avevano ancora messo le mani, miniere e pozzi petroliferi, metalli rari e giacimenti di gas.
Ciò li ha messi nella miglior posizione per approfittare dei rincari di greggio e materie prime.


6. il liberismo della scuola di Chicago

Per gli antichi greci gli oligarchi erano un piccolo gruppo di uomini (in greco ὀλίγοι significa “pochi”) che detenevano il potere grazie alla ricchezza.

Per i russi, gli oligarchi sono gli uomini d’affari che hanno approfittato delle privatizzazioni ispirate dal liberismo della scuola di Chicago degli anni novanta per derubare alla popolazione russa la quasi totalità delle risorse della Russia.
All’inizio degli anni novanta non costituivano neanche il due per cento dell’élite economica mondiale, poi sono quadruplicati.


7. lo strapotere economico della finanza mondiale

Contabilizziamo i risultati di questi furti, di queste rapine, di queste truffe della finanza mondiale.

Il Pil mondiale (2013), di tutti i 205 stati del pianeta, è di 78 bilioni di dollari (Italia, 2,1). La finanza globale specula appoggiandosi su un patrimonio finanziario di 993 bilioni di dollari (nel 2013). Ormai avrà superato con margine il trilione.
Davide contro Golia!

  


8. l’opacità

Per molto tempo non si è parlato del potere della finanza semplicemente perché non si sapeva che esistesse.

Le banche hanno sempre operato nel segreto e nessuno conosceva il ruolo e il potere dei gestori, le sentinelle dei soldi puliti e sporchi.
Se nessuno può mettere in relazione il denaro con il suo possessore è impossibile stabilire se quel denaro è stato guadagnato “onestamente” o è frutto di un crimine (ammesso che avere un patrimonio superiore al Pil di una nazione non sia esso stesso un crimine sociale).

Per questo la trasparenza deve essere un valore assoluto per chi è di sinistra: alla faccia della privacy.
Il segreto tutela l’opacità.
Un proverbio cinese afferma che la carpa cresce nell’acqua torbida per nascondersi alla vista degli uccelli predatori.
I finanzieri che muovono capitali enormi vivono nascosti nell’acqua torbida per evitare le regole.

In Francia c’è un modo di dire che Sarkozy amava ripetere: “pas vu, pas pris”: non visto, non preso.

Spiega Massimo Gramellini: la mancanza di regole avvantaggia due sole categorie sociali: i criminali e i finanzieri.
Non si tratta di fare un solo fascio di tutta l’erba, ma le due categorie hanno confini permeabili e, socialmente, s’identificano.


9. il debito pubblico degli Stati

La principale fonte di guadagno della finanza mondiale è il debito pubblico degli Stati, attraverso il quale le risorse prodotte all’interno di un paese vengono investite in altri Stati, quelli con le politiche fiscali più favorevoli (L’Italia, alla luce degli ultimi dati, è il paese con la più elevata pressione fiscale del pianeta).

Il debito pubblico è la chiave di volta della creazione della sperequazione del reddito delle persone da quando agli Stati è stata tolta la sovranità monetaria, ovvero il diritto di batter conio (all’Italia con l’entrata nell’Euro, ringraziamo Carlo d’Azeglio Ciampi e Romano Prodi).

Da quel momento le tasse non finanziano gli investimenti infrastrutturali o la spesa corrente del funzionamento delle amministrazioni pubbliche, ma restituiscono il debito (e gli interessi collegati) che lo Stato contrae con chi batte moneta in sua vece. Gli Stati non producono più valore, ma contraggono (solo) debiti.

Facciamo un esempio.
Le banche possono ottenere soldi dalla Banca centrale europea (di proprietà delle banche centrali nazionali a loro volta di proprietà di banche e privati e alla quale le nazioni aderenti all’Unione europea hanno demandato il diritto di batter moneta) pagando lo 0,5 per cento di interessi.

Utilizzando il cosiddetto “effetto leva” le banche possono comprare debiti pubblici per un importo pari a 50 volte al credito ottenuto.

In media i titoli di Stato danno un interesse del 2,5 per cento, quindi cinque volte più del tasso che viene pagato alla Bce.
L’Italia paga un tasso d’interesse più alto (il famoso spread con il quale il mondo della finanza ha fatto saltare il governo Berlusconi).

Se una banca ottiene un milione di euro dalla Bce dovrà pagare interessi per 5mila euro. Attenzione, lo Stato non può ricevere il prestito direttamente dalla Bce.

Il debito pubblico deve essere messo sul mercato, quindi lo Stato deve passare attraverso le banche che, con quel milione ricevuto dalla Bce, potranno acquistare 50milioni di debito pubblico che, a 2,5 per cento, daranno interessi per 1.250.000 euro (un milione e 250 mila euro di guadagno per la banca, pagato dalle tasse dei cittadini, contro una spesa di 5mila euro).

Il debito pubblico italiano è di 2 miliardi di euro. Fate un po’ voi i conti. Vi aiuto.

Se li potessimo avere direttamente da chi batte moneta, dalla Bce, al tempo della lira dalla Banca d’Italia (che è una banca in mano ai privati), pagheremmo 10 miliardi di interessi; invece alle banche ne paghiamo tra i 70 e gli 80 (miliardi) all’anno.

Con questo meccanismo, che sarebbe corretto filologicamente chiamare “truffa” o “rapina”, il sistema bancario guadagna (facendo girare solo dei files da un computer ad un’altro) ogni anno, solo con l’Italia, oltre 50 miliardi di euro che i (poveri) cittadini versano nelle casse dei (ricchi) soci, proprietari della banca e dei proprietari dei capitali gestiti dalla banca.

 

10. la lotta all’evasione fiscale

La seconda fonte di impoverimento degli Stati è la lotta all’evasione fiscale mirata dal sistema mediatico economico sui ceti popolari e medi, e che evita accuratamente di attaccare le grandi ricchezze mondiali che evadono centinaia di volte gli importi dell’evasione dei ceti medi e popolari. Lo dimostra il problemino numero 11.


11. i paradisi fiscali

Tra i primi sette paradisi fiscali ci sono quattro nazioni europee (la quinta, Cipro, è decima): Lussemburgo (governato per 18 anni da Juncker), Olanda (terza nella classifica Oxfam, primi della classe nel rimproverare tutti al rispetto delle regole), Svizzera (quarta, alla faccia dell’accordo di interscambio di informazioni tra le amministrazioni finanziarie di Roma e Berna), Irlanda (sesto posto).

Tre di queste fanno parte dell’Unione europea che predica e impone il rigore. Una cartina tornasole su come è manipolato il dibattito su Euro sì, Euro no.


12. i partiti sedicenti di sinistra

Un partito si può definire di sinistra non perché modifica o difende la costituzione “più bella”; né se fa la guerra ai grillini o se si allea o meno con Verdini, ma se attacca, senza ma né bah, questo ordine economico mondiale per:
1. ridurre le diseguaglianze,
2. e, quindi, stare dalla parte dei più deboli
3. tutelando i beni comuni e privilegiando l’interesse generale su quello particolare.
Questo, in piccolissima parte, è avvenuto con la distribuzione, tanto criticata dalla sinistra del Pd, degli 80 euro del governo Renzi.

Il Pd non è una forza di sinistra! (ma nemmeno Sinistra italiana, Sel, Possibile, etc), perché non hanno questa pietra miliare nel valutare le loro azioni.
Bisogna agire al di fuori delle regole del mercato o, meglio, all’interno, per sovvertirle.

Un esempio banale: Portland. Sembra (ho letto, non ho verificato) che le aziende dove i vertici hanno guadagni 100 volte superiori a quelli medi dei dipendenti devono pagare una supertassa. Per Olivetti il rapporto non doveva superare trenta!


Conclusioni (o, l’inizio)

Non so se Corbyn sia destinato a perdere le elezioni perché “troppo di sinistra”, come dicono tutti i media a reti unificate: è possibile.

Così com’è possibile che le perderà perché non saprà declinare la protesta dei ceti medi impoveriti, che magari preferiranno la formula più facile, gratificante e tranquillizzante della destra identitaria. O forse le vincerà, boh.

Quello che so, e che mi pare evidente, è che il blairismo è finito male: cioè che nessuno (né nel Labour, né altrove) crede più al modello della sinistra che si fa liberista, che scimmiotta il suo avversario sentendosi per questo moderna e fica (cool, per dirla da nerd).

La sinistra non può essere liberista. Può guardare con interesse e favorire l’innovazione ma non può far finta di dimenticare le conseguenze che può avere sull’occupazione e sulla libertà dell’individuo.

La storia ci insegna che la tecnica deve essere socialmente responsabile altrimenti è quello che è da oltre tre secoli: la zona decisiva per l’appropriazione della ricchezza nelle mani di pochi. Dalla macchina a vapore alle centrali nucleari, dalla lanterna magica alla televisione, dai cavalli alle automobili. Trent’anni fa viaggiai da Milano a Roma con una macchina che andava ad acqua. Acqua!

Anche Internet sta diventando soprattutto l’occasione per l’apparizione di numerosi trust globali come Google, Apple, Yahoo, Facebook, Amazon; di modi nuovi di sorveglianza poliziesca, la Cia e l’Nsa che sorvegliano tutto il mondo; di appropriazione del senso del dibattito con l’espandersi del ruolo degli algoritmi sui social media e i software di gestione della rete.

Non c’è niente di nuovo mentre il nostro dovere è pensare in modo alternativo: per la liberazione dell’uomo e non per l’arricchimento dei capitalisti (cioè di coloro che posseggono il capitale).

Questa mistificazione di una sinistra liberista è finita, morta, andata. Game over!
Tra la rabbia, gli sghignazzi, le lacrime di chi è stato travolto.
Ed è un discreto avviso a chi è ancora convinto, qui da noi, che sia cool e moderno fare la sinistra imitando cognitivamente e politicamente la destra.

 

La novella lotta di classe

Ci sono tutti i segni di uno scollamento epocale tra gli umori dei popoli e la capacità di intercettazione di questo malessere dei poteri.
Pari, se non più forte, di quanto manifestatosi negli anni Sessanta.
Ne resteranno travolti.

La “gestione del disordine” diventa il principale paradigma di governo sotto il neoliberismo.

Piuttosto che affrontare direttamente le cause dell’instabilità politica (che viene spocchiosamente definita populismo), della catastrofe ecologica o dell’endemica crescita del malessere sociale, lo Stato di controllo ritiene “più sicuro e più utile cercare di governare gli effetti” e, allora, invece di combattere le oscene disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza e del potere e colpire il cuore del capitalismo, investe sulle forze dell’ordine e sul contenimento dei danni.

Invece di rovesciare l’esclusione sociale ed economica, o l’emarginazione di gruppi di minoranza preferisce ghettizzarli. Invece di mettere fine alle povertà e alle guerra che mettono in movimento enormi flussi di disperati, si impegna a erigere nuovi muri e recinzioni per tenere fuori gli indesiderati migranti e rifugiati.

In breve, invece di cercare di affrontare i conflitti e la crisi multiforme che l’umanità si trova a dover affrontare concentrandosi sulle cause, intervenendo alla radice dei problemi, opta per il controllo, per il contenimento, solo per gestire (con le tasse, quindi a spese dei poveri) le conseguenze dei problemi endemici che produce il garantire la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, pochissimi.

Questo non è di sinistra!

La sinistra, quella vera, può trovare strumenti di analisi tornando alle origini.
Siamo di fronte a una lotta di classe su scala planetaria che è, per ora, vinta dai ricchi.
Può essere utile rileggersi Carl Marx.
Il marxismo è un pensiero sistemico che può, di nuovo, illuminare il mondo contemporaneo ed essere alla base di una nuova politica.

Tutti i concetti importanti di Marx sono molto più veri oggi che ai suoi tempi.
Il mercato mondiale, per esempio, è molto più reale oggi che nel 1850.
Per non parlare della creazione di una disoccupazione di massa: ci sono, nel mondo d’oggi, circa due miliardi di esseri umani che costituiscono ciò che si definisce il “surplus”. Persone che non sono né dei salariati, né dei proprietari, né dei consumatori. Insomma, non sono niente.
Dall’altro lato, c’è la concentrazione del capitale. Il mondo intero è sotto la legge, prevista da Marx, di un’oligarchia finanziaria estremamente meschina.
Marx diceva anche che i governi erano «le fondamenta del potere del Capitale» e oggi tutti possiamo rendercene conto più facilmente che non 150 anni fa.

Non vorrei passare per nostalgico ma prendere atto dell’attualità: dappertutto nel mondo il sistema parlamentare dei due partiti di governo (repubblicani e democratici, sinistra e destra, socialdemocrazia e democrazia cristiana) è in crisi.

Le forme organizzative (i partiti) di intermediazione della democrazia vengono ignorate, rifiutate.
E, per la mancanza di un orientamento che sappia proporre in maniera netta una rottura con il modello economico capitalista, questa crisi favorisce l’estrema destra.

L’obbligo, dunque, è quello di ricostruire, al di fuori del sistema dualista, una forza totalmente nuova che tenda verso un cambiamento radicale delle leggi del mondo economico e politico.

L’Unione Europea non è altro che una macchina per imporre agli europei le regole del liberismo più selvaggio. E la Brexit e le elezioni previste nel 2017 non cambieranno niente di essenziale. È necessario organizzarsi e rivoltarsi in modo del tutto indipendente dal gioco economico e politico dominante.

Bisogna individuare nuovi percorsi di liberazione dell’uomo.

Percorsi sempre più complessi da identificare e diffondere nell’epoca della post-verità dove tutto è il contrario di tutto.

Ma che cos’è la post-verità?
La principale post-verità non è altro che la massima del capitalismo: lavora per un salario, utilizzalo per comprare cose sul mercato del profitto e non azzardarti a dire «a». Al massimo ti è concesso di votare per uno che eletto, non farà i tuoi interessi.

Questa è la madre di tutte le post-verità.
Il grande imperativo che i nostri padroni (perché tali sono quando l’ambizione dell’individuo è di diventare un “dipendente” “subordinato” “per sempre”) ci impongono è: «prendi il tuo stipendiuccio, tutti i mesi, come dipendente subordinato a tempo determinato e consuma. E, sopratutto, vivi senza idee».

Questo è inaccettabile.


«E’ inaccettabile perché disumano un sistema economico mondiale che “scarta” le persone perché non sembrano più utili secondo i criteri di redditività.
Proprio questo scarto delle persone costituisce il regresso e la disumanizzazione di qualsiasi sistema politico ed economico: coloro che causano o permettono lo scarto degli altri (rifugiati, bambini abusati o schiavizzati, poveri che muoiono per la strada quando fa freddo) diventano essi stessi come macchine senza anima, accettando implicitamente il principio che anche loro, prima o poi, verranno scartati.
E’ un boomerang questo, eh! Ma è la verità: prima o poi loro verranno scartati; quando non saranno più utili ad una società che ha messo al centro il dio denaro».

Parole di sinistra, queste. Parole che provengono dall’unico leader di sinistra che intravedo nel panorama mondiale contemporaneo: papa Francesco.


 


Bibliografia

Bellanca N. (2014), “Piketty: il divario crescente fra rendite e redditi da lavoro”.
Binelli, Raffaello, “Terremoto e aumento costo benzina: in 48 anni abbiamo pagato due volte le ricostruzioni.
Papa Francesco: “E’ inaccettabile, perché disumano, un sistema economico mondiale che scarta”, 14 gennaio 2017.
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Giglioli Alessandro (2016), facebook.
Grolla Nicola (2016), “Alain Badiou: uscire dalla crisi? L'unica strada è la rivoluzione”.
Howard, Milford Wriarson (1895). “The American plutocracy”. New York: Holland Publishing Company.
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Luca Massacesi

Giornalista e urbanista, si occupa, da una ventina d’anni, di strategie di comunicazione e politiche di comportamenti e di gestione del cambiamento nelle strutture sociali. È allievo di Fabrizio Giovenale, Giorgio Nebbia, Federico Spantigati e Italo Capizzi. Nel 1990, ha costituito Aaland l’arcipelago della comunicazione, del quale è presidente. E’ consulente senior di Community of management consultants e vicepresidente nazionale di Labsus il laboratorio per la sussidiarietà orizzontale Dal 1998 ad oggi ha progettato e diretto oltre una ventina di siti e portali. Ha pubblicato oltre 50 saggi o pubblicazioni sui temi dell’organizzazione sociale, della comunicazione, dell’interesse generale, della formazione, dell’evoluzione dei media, dei processi inclusivi. E’ iscritto all’ordine dei giornalisti, all’Apco (consulenti di direzione), all’Aif (formatori), alla Ferpi (relazioni pubbliche). E’ il direttore di Officine Einstein. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.


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Commenti   

 
0 #1 Laura Lambiase Profeta 2017-01-31 08:09
Carissimo Luca ho letto con enorme interesse il tuo breve saggio.
Cancella parola per parola la confusione che ho in testa. Facendo riaffiorare la rabbia e il dolore per quello che in qualche modo siamo riusciti a "combinare".
Tutti, rimettendo sul piatto già ricco la responsabilità generale. Per me la Cultura è Politica : avendo perso la capacità di parlare, di insegnare, di alzare il tiro sulla conoscenza e il sapere abbiamo perso anche la forza fondamentale del principio di giudizio personale.
E chiunque ha potuto affermare qualunque cosa,
imbastendo le proprie fandonie di piccole verità inconsistenti. A mio parere la perdita della capacità di discernimento insieme alla paura, che ha fatto da sovrana, ha portato noi e il nostro mondo in una miseria, non solo economica, che ha segnato con il colore nero questo terzo millennio.
Un carissimo saluto.
Citazione
 

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