Lettera di un padre disoccupato



cari figlioli,
vorrei.

Vorrei riuscire a farvi capire come si sente una persona che a 57 anni rimane senza lavoro e perde la capacità di mantenere la propria famiglia e, addirittura, sé stesso. Magari una persona che ha dedicato tutta la sua vita al lavoro e alla famiglia. Talvolta anche con un modesto, piccolo, personale successo.

Vorrei riuscirvi a trasmettere il senso di desolazione, tristezza, delusione, disperazione che lo attanaglia. Vorrei potervi fare capire come sia facile cadere in una depressione letale e come costantemente, insidiosamente, lo percorra il desiderio di farla finita. Di ragionare su come farlo per provare l’ultima emozione: buttarsi da un ponte o da un grattacielo per provare l’emozione del volo, tagliarsi le vene nell’acqua calda, addormentarsi dolcemente con adeguate cicute.

Vorrei riuscire a trasmettervi quanta forza sia necessaria per cercare di rialzarsi, anche solo per non abbattersi.

 


Vorrei vergognarmi della voglia che ho, tutte le volte che sento dire dal nostro capo del governo che l’Italia si sta riprendendo, di imbracciare un mitra e andare davanti al Parlamento e sparare a raffica sui deputati che escono.

Vorrei farvi capire come può sentirsi una persona che non ha capito come si è evoluto il mondo quando ha venduto ai suoi clienti, per guadagnarsi da vivere, la propria capacità di anticipare gli scenari. Frustrato, insicuro, affranto.

Vorrei riuscirci; ma, è evidente, che non ci sono riuscito.

Non è colpa vostra, forse, probabilmente, neanche mia. Sono stati d’animo che si possono realmente comprendere nella loro disperata profondità solo vivendoli in prima persona.
Si diventa fragilissimi, ipersensibili, semplicemente disperati.

Per questo si ha incredibilmente bisogno di stare vicino ai propri cari, di sentire il loro sostegno, la loro comprensione. Di non allontanarsi.
Di illudersi (magari) di potergli essere ancora utili.

Di essere rispettati come essere umano anche se, e qualora, si sia sbagliato. Perché provare a rimanere lucidi, non soccombere al panico è una sfida nella sfida.

Ho ragionato molto sul vostro atteggiamento.

Ho capito che quello che mi offrivate in quella triste e opportunistica cena post Natale. Mi avete offerto aiuto, anche se mal finalizzato. E’ stato un vostro modo per starmi vicino.
Mi promettete voi dei soldi per permettermi quello che non riesco a permettermi.

Utilizzate il Dio della nostra epoca per dedicarmi affetto, non riuscendo a capire che è invece il semplice e gratuito affetto che mi serve ancor più del denaro, pur nell’assenza assoluta dello stesso.
Perché il denaro si riesce a rimediare, al limite a rubare, ma l’affetto no. Quello che si raccoglie è quello che si è seminato e si è innaffiato e curato nella vita trascorsa.
Voi tre siete stati i semi che ho cercato di curare con tutte le mie energie e capacità. Sicuramente, con immenso amore. Siete cresciuti forti e sani (fisicamente e moralmente) e questo mi inorgogliosisce.

Sono convinto che nella vostra proposta c’era (e c’è) affetto anche se travestito da dio maligno: il Denaro
Ricorrendo al dio Denaro ribaltate i ruoli.
In sostanza sottolineate il mio fallimento.

La vostra proposta non doveva, non poteva, essere diretta.
Con incosciente moto paterno avevo cercato di accennarvelo e, in parte, forse, lo avevate capito declinando l’impegno economico da isolato su Stefania a quote apparentemente paritarie.
Ma la quota doveva essere unica, da parte di chi trent’anni fa si era impegnato a costruire con me una famiglia e invecchiare insieme, come tappa, magari infelice, di quel percorso, che può anche interrompersi, ma se deve esserlo, deve avvenire adeguatamente. Forse sarà così che avverrà.

Quello che io posso accettare è la vostra ospitalità nella casa di cui siete i proprietari. Questo è il massimo che la mia residua, stima di me stesso, può sopportare cercando di soffocare l’insistente sofferenza interiore che questo causa.

"I problemi sono opportunità” raccontavo ai miei clienti. Spesso si cercano le soluzioni ai problemi. In realtà la soluzione è nel guardare il problema da punti di vista diversi.
Ci sto provando: per ora non incontro soddisfazione.

Sono tre anni che sto cercando di pensare positivo. Di combattere e sperare che domani ci sia un nuovo lavoro. Forse è per questo che non voglio compilare un Isee che sarebbe oggi pari a zero, nella speranza che domani non serva più, nell’illusione (forse) che poi si debba rettificare e annullare la borsa di studio richiesta.
O che non mi informo sul sussidio di disoccupazione.

Per trent’anni mi sono sfamato e ho dato da mangiare alla mia famiglia scrivendo progetti e sottoponendoli ai miei papabili clienti perché li approvassero e li finanziassero. E’ quello che sto facendo ancora adesso, stordito e indebolito dai ganci del “bello si, ma non adesso”, ma con pervicace caparbietà (forse ottusità: il testardo, il cocciuto, l'irriducibile sono rigidità orgogliose, che con iattanza per il senso comune rifiutano ogni ragionevole mediazione).

Non sono disoccupato finché continuo a fare quello che per trent’anni si è chiamato lavorare. Solo che oggi non riesco a farmi retribuire (dettaglio certamente rilevante).

Eppure le mie proposte attuali sono più qualificate e mature di quelle che invece sono state accettate e retribuite per tre decenni. Ho riflettuto a lungo se questo dipende dal fatto che propongo vecchie ricette, eppure continuo a proporre, proseguendo nella metafora, i grandi classici della cucina italiana pur se rivisitati in chiave moderna.
Ma tant’è!

«Essere sempre dalla parte del più debole».
Questa è, a pensarci bene, la prima regola fondamentale che, purtroppo, non ho saputo più che insegnarvi, inculcarvi: essere sempre dalla parte del più debole.
Sempre, anche quando non ha necessariamente o apparentemente ragione.

Perché è importante tenere presente che il più forte in genere compra la ragione, costruisce artefatti (è il mestiere di molti miei colleghi), e il più debole viene costretto dalla sua condizione ad apparire anche nel torto; molto spesso più di quanto lo sia effettivamente, ammesso che lo sia!

Una persona si caratterizza come saggia proprio nel riconoscere, e scantonare, l’applicazione di questa asimmetria.
Un professionista è etico perché rinuncia (si rifiuta) ad applicare le proprie competenze per creare questa asimmetria. Anche se questo è il mestiere di molti miei colleghi.
Oggi, dagli Stati Uniti, ce la presentano come "post verità”. Quand’ero giovane si chiamava manipolazione, subdola manipolazione.
 
Anche dalla mia scomoda e poco referenziata posizione di professionista espulso dal mondo del lavoro è una raccomandazione che sento di dovervi fare. Io l’ho fatto. Non sono stato espulso per questo, non sono un martire, ma di certo non mi aiutato l’essere fedele a me stesso, ai miei valori, al rispetto della mia professione.

Ora che state entrando nel mondo del lavoro non perdete mai di vista i vostri valori. Cercheranno in tutti i modi di farveli contraddire.
Resistete! siategli fedeli anche se il mondo sembra consigliarvi di non farlo. Scrivetene cinque, i più importanti, i più difficili da difendere, e attaccatevi il foglio sullo specchio.
Fate in modo di potervi alzare tutte le mattine potendovi guardare nello specchio con orgoglio, anche quei giorni in cui tutto sembra dirvi che non avete capito nulla di come gira il mondo.
La mancanza del lavoro è, in questo sistema economico occidentale, principalmente un violentissimo attacco alla mia dignità di padre, in primis, di compagno e di essere umano poi.

Comunque e sempre


Di tutto quello che ho fatto nella mia vita, il mio più grande orgoglio è quello di essere vostro padre.


papà
 
 
 
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Author: Super User

Admin di Caosmanagement.it


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