Destra e sinistra in politica: una distinzione che ha ancora senso?

ARPA-Firenze 2018
tratto da un’intervista al Dr. Enrico Poli curata da Roberto Maffei
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Premessa – Questa è la seconda di una serie di interviste che, ai fini della pubblicazione, assumono come target la gente comune. I temi saranno vari, diversi di essi saranno legati alle tecnologie informatiche e potranno apparire troppo specialistici; allora perché destinare gli scritti alle persone comuni? Perché, da una parte, esse sono le utilizzatrici e, insieme, il bersaglio delle strategie che guidano la società delle comunicazioni di massa e della rivoluzione informatica; dall’altra parte, oggi le circostanze le stanno chiamando sulla scena della storia, stanno trasformando i cittadini comuni in protagonisti.
Alla gente comune solitamente non piace il ruolo di protagonista e tende a preferire quello di spettatore; l’economista francese Jean Paul Fitoussi ha sottolineato questo aspetto e ha lanciato richiami al fatto che, non per scelta ma per effetto delle circostanze storiche, su molte grandi questioni siamo tutti ATTORI. Queste interviste sono, appunto, rivolte a tale riluttante protagonista e intendono fornirgli elementi per sviluppare consapevolezza su una serie di processi sociali i quali, nascosti al momento, potrebbero influire pesantemente sulle vite di tutti noi. Ciò anche al fine di metterlo in condizione (se vuole) di interpretare meglio il ruolo che, benché non intenzionalmente scelto, si trova a interpretare.
L’intervistato – Dr. Enrico Poli; ha già pubblicato su IlCaosManagement (n. 105) l’articolo “Nella mente del Dragone – Considerazioni di un alieno atterrato in Cina”.


Domanda 1 - Quando nasce, storicamente, il concetto di “destra” e “sinistra” riferito al contesto della politica.?


Per convenzione si fa nascere al tempo della Rivoluzione Francese, quando gli esponenti più radicali, nella varie Assemblee nazionali, andavano a sedersi, fisicamente, alla destra o alla sinistra del rappresentante del Re. Alla destra si sedevano i sostenitori del Re e delle sue prerogative mentre alla sinistra si sedevano coloro che premevano per dare più potere ai rappresentanti del popolo.

Un’osservazione di natura topografica, per capirsi meglio: destra e sinistra sono relative al punto di osservazione che si sceglie. Nell’Assemblea francese di allora, come nei Parlamenti di oggi, “destra” e “sinistra” vanno intese “alla destra/sinistra di chi siede” (cioè degli eletti che occupano gli scranni) o alla “destra/sinistra di chi guarda” (cioè dai banchi della Presidenza dell’aula)? Di chi guarda.

Ritornando sull’origine del termine, va osservato che la storia registra anche esperienze precorritrici; per esempio, in Gran Bretagna, già nel XVII° Secolo si distinguevano un King’s Party (il Partito del Re) e un Country Party, il quale ultimo spingeva per dare più poteri al Parlamento rispetto al Re. Inoltre c’è una democrazia che precede la Rivoluzione Francese: gli Stati Uniti d’America. Penso che sia anche per questo che i partiti delle democrazie europee fanno ancora una certa fatica a identificarsi con i binomi liberali / conservatori e Democratici / Repubblicani del sistema americano il quale, appunto, ha preceduto i significati stabilizzatisi a seguito della Rivoluzione Francese.

Agli inizi del Novecento la democrazia britannica ha sperimentato la rivoluzione (metaforicamente parlando) del Labour Party, partito di ispirazione socialdemocratica che segue molto più da vicino (fatte salve le specificità del sistema britannico) l’idea di “sinistra” diffusa nell’Europa continentale.

 


Domanda 2 - Può delineare, sinteticamente, l’evoluzione del concetto dalle origini fino al dibattito politico attuale?


Evoluzione c’è stata, e su diversi piani. Infatti diversi capisaldi ideali che connotavano la destra e la sinistra sono mutati; per esempio la destra era formata da coloro che sostenevano il Re, le antiche tradizioni e i diritti e le prerogative di clero e nobiltà. Nella Rivoluzione Francese i principali esponenti della destra venivano dalla nobiltà; con l’avanzare degli Anni Novanta del ‘700 la Rivoluzione avviò l’epurazione dei rappresentanti della destra cominciando dalla nobiltà di spada1, poi la nobiltà parlamentare, i Girondini e via dicendo. La nobiltà tornò al potere durante la Restaurazione, periodo nel quale la destra continua ad appoggiare le prerogative di questa nobiltà e del clero. È interessante notare come la sinistra, agli inizi dell’Ottocento, appoggiava, sì, i diritti del popolo, ma li appoggiava in quanto diritti della “nazione”; quindi, per esempio, un nazionalista era uno di sinistra nella prima metà dell’Ottocento.

Alla metà dell’Ottocento ci fu un’evoluzione causata da diversi fattori. Innanzitutto i movimenti nazionalisti si diffusero, furono fatte concessioni dalle monarchie e la “nazione” diventò la depositaria del potere; anche il Re rappresentava la nazione come una sorta di delegato, non era più legittimato solo per grazia divina. Nella seconda metà dell’Ottocento si assesta il binomio “Re e Nazione”, evidenziato dall’appellativo tipico riservato nei documenti ufficiali al monarca, il quale era Re “per grazia di Dio e volontà della Nazione”.

E il concetto di “nazione” comprendeva tutti, dai più poveri al Re? Esatto. E proprio da qui parte la seconda evoluzione, legata alle idee marxiste e al loro portato completamente. Per esempio il materialismo radicale e il totale rifiuto della legittimazione divina del potere; poi la critica, altrettanto radicale, al modo di produzione capitalista e la parola d’ordine della collettivizzazione dei mezzi di produzione. Così la sinistra, che prima aveva come nemico il Re, ora ha come nemico la borghesia; cambiano gli obiettivi e cambiano le basi del conflitto sociale. Destra e sinistra sono entrambe parte del popolo ma si contrappongono su aspetti che riguardano il vivere; per esempio si combattono sul peso da dare al merito personale rispetto al lignaggio.

Sono entrambe “parte del popolo” oppure “parte della nazione”? I confini tra i due concetti diventano sfumati, in realtà. Con le monarchie costituzionali il fatto nuovo è che le élite tradizionali (clero e nobiltà) non sempre entrano nei parlamenti; per esempio, qui in Italia, lo Statuto Albertino riservava posti all’alto clero nel Senato pedemontano (nel quale sedevano anche molti rappresentanti dell’antica nobiltà subalpina) mentre, con l’Unità d’Italia, il Senato Regio perde potere a favore della Camera dei Deputati e i privilegi cadono o si indeboliscono. Poi molto pesò il non expedit di Pio IX, che vietava al clero la partecipazione alla vita pubblica. Quindi la destra dovette trovare un’altra leadership, che tipicamente proveniva dalla borghesia.

Questi due profondi cambiamenti (marxismo e perdita dei privilegi), tuttavia, non implicano la scomparsa della sinistra pre-marxista, per cui si crea una specie di stratificazione. La comprendiamo meglio se facciamo un salto in avanti (ma poi torneremo su questo punto) all’Assemblea Costituente italiana del 1946-47: la sinistra era molto sfaccettata perché comprendeva il Partito Repubblicano, quello Socialdemocratico, quello Socialista e quello Comunista. Insomma, l’evoluzione della sinistra non portava alla scomparsa di ciò che c’era stato prima, e con delle curiose contraddizioni. Per esempio io ho discusso la mia tesi magistrale sui partiti monarchici dell’Italia repubblicana e sono stato sorpreso di scoprire che i socialdemocratici erano in maggioranza monarchici, anche se si definivano di sinistra; ciò avveniva, presumibilmente, perché erano gli eredi di una tradizione non antimonarchica e legata, piuttosto, alla “sinistra storica” italiana della fine dell’Ottocento, che non era una sinistra marxista2. Quindi in Italia sono coesistite almeno due sinistre, una marxista e una ancora di stampo tradizionale e pre-marxista che considerava conciliabili la monarchia con politiche di sinistra3.

Un altro elemento cambiato nella sinistra riguarda l’idea di “nazione”. Nel 1792 si presentò all’Assemblea Nazionale francese una “delegazione dei popoli oppressi” che, in realtà, non era composta da persone provenienti da tutto il mondo ma solo da altri regni europei. Fu un evento con forti connotazioni folkloristiche, per esempio con i delegati abbigliati in costumi tradizionali; tuttavia può anche essere visto come il segno della tendenza all’internazionalizzazione che, poi, si sviluppò con forza nella sinistra a cavallo delle due guerre mondiali. Le sinistre di stampo marxista non si videro più come rappresentanti di specifici contesti nazionali ma come portavoce di esigenze universali del popolo da portare avanti a livello mondiale4.

La destra, a sua volta, ebbe un’evoluzione molto interessante. Per tutto l’Ottocento fu monarchica o comunque sostenitrice di oligarchie legate alle tradizioni; ma la prima guerra mondiale rese possibile che le masse popolari, che avevano sostenuto sulla propria pelle lo sforzo bellico, entrassero più direttamente e ampiamente nella vita politica. Qui si può collocare il momento della nascita del “populismo”.

Ma che differenza c’è tra “popolare” e “populista”? Grossolanamente, la destra è populista mentre la sinistra è popolare; ma che vuol dire? Nelle idee tipiche della sinistra il popolo è depositario del potere legittimo e, in quanto tale, deve innalzarsi culturalmente; l’alfabetizzazione di massa, per esempio, è un caposaldo tradizionale delle politiche di sinistra. Il popolo non deve più prestarsi in alcun modo ad essere chiamato “la canaglia” come accadeva nell’Ottocento; il popolo, grazie all’istruzione, deve diventare in pieno un attore consapevole della vita pubblica. Nel populismo, invece, si fa riferimento al popolo come fonte del potere nel senso che si sostiene il principio che il popolo ha ragione qualunque cosa faccia; se una cosa la vuole il popolo, questa “deve” essere giusta. Per esempio quando il Cardinale Ruffo di Calabria guidò il popolo delle Due Sicilie a riconquistare la Repubblica Partenopea5, usò parole d’ordine estremamente populiste; addirittura si appoggiò a una tradizione di religiosità popolare che era un misto di superstizione e ignoranza e, su certi punti, era perfino in contrasto con le direttive della Chiesa. Qualcosa che era più folklore che vera fede ma che ebbe presa sul popolo, il quale sostenne il Cardinale e gli consentì la vittoria e la restaurazione del potere borbonico.

Riportando la questione su un piano più generale, nel periodo delle guerre rivoluzionarie la destra si rende conto che non può vincere basandosi solo sulle élite, cioè sulla nobiltà e sul clero, e che, a modo suo, anch’essa ha bisogno del popolo. Anche i movimenti fascisti e nazisti, compresi quelli sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale (Franco in Spagna e Salazar in Portogallo), furono tutti populisti; nell’esaltazione dei valori nazionali non c’era alcuna critica al popolo, bensì adulazione. Il popolo ama essere adulato e per questo alcuni popoli dettero il loro consenso, anche se poi questi regimi non perseguivano il bene di chi li sosteneva. Ottengono il consenso perché si appellano alla “pancia”, a bisogni primordiali dai quali è difficile prescindere; anche in un periodo nel quale l’analfabetismo sembra del tutto sconfitto, certe pulsioni ci spingono ad agire al di fuori della razionalità che dovrebbe guidare i rapporti politici.

Ma il fascismo e il nazismo sono costati veramente tanto ai popoli che li sostennero (ed è probabile che il “trumpismo”, diciamo così, alla fine costerà molto un po’ a tutti ma forse costerà di più agli americani che hanno sostenuto Trump); come spiega questa tendenza del popolo a darsi la zappa sui piedi? È difficile resistere a qualcuno che ti promette tutto, il potere e il benessere, e che ti dice non solo che vai bene così come sei, ma che non devi fare niente di più di quello che hai fatto finora e, anzi, dovrai fare meno. È molto, troppo attraente; è molto comodo avere tutto senza dover fare niente.



Domanda 3 - È possibile delineare delle costanti, cioè delle differenze fondamentali le quali, pur nell’evoluzione del concetto, hanno continuato a qualificare chi era di “destra” rispetto a chi era di “sinistra” come soggetti diversi?


È possibile eccome. Per esempio per la sinistra il principio fondamentale è la necessità o, meglio, la volontà di dare più potere possibile a più persone possibile; quindi allargare la base politica delle istituzioni. All’inizio si sono ridotti i limiti di censo per poter votare, poi si è passati al suffragio universale maschile e, via via, alla fine si è passati al suffragio universale senza limitazioni. Ancora, successivamente, si è abbassata l’età per votare, si sono cercati modi per naturalizzare più velocemente gli stranieri e si sono studiate leggi elettorali che garantissero maggiore rappresentatività. Da questo principio discendono gli altri punti fermi della proposta politica della sinistra; per esempio l’enfasi sull’istruzione perché, per la sinistra, tutto il popolo è classe dirigente e deve essere pronto. Da ogni cittadino può emergere il leader, per cui sono necessarie un’opinione pubblica attenta e una cittadinanza preparata ad assumersi responsabilità e a prendere decisioni nell’agone politico rispetto a cosa fare e cosa non fare per il bene del Paese. Poi ci sono i diritti dei lavoratori: per la sinistra è necessario dare voce anche ai lavoratori dipendenti, agli operai, sulle questioni economiche.

Su questo c’è una contrapposizione con la destra perché la costante di quest’ultima è il principio della delega del potere a un numero limitato di persone; più che in termini di “res publica” la destra pensa tipicamente in termine di “res paucis”, una cosa di pochi invece di una cosa di tutti. Quasi come se si vedesse il potere come qualcosa di anche negativo e si pensasse a caricarne l’onere su una parte della cittadinanza liberando da tale onere la gran parte dei cittadini. C’è una tradizione che si può ripercorrere molto rapidamente: il monarca è una persona (il Re), i nobili sono pochi, i nazionalisti restringono il potere a chi è nato in un certo territorio da genitori ivi residenti rifiutando il suffragio per gli stranieri (in certi casi anche se naturalizzati). Inoltre c’è l’ostilità rispetto al dar voce agli operai perché i proprietari devono essere liberi di governare le aziende senza paletti. Quindi il potere a pochi; gli altri sono liberi di fare “quello che vogliono”. In sintesi: per la sinistra avere il potere significa la realizzazione del cittadino; per la destra la realizzazione del cittadino passa dal poter essere libero dal potere, sia nel senso di esercitarlo che di subirlo, ovviamente.

Un’altra costante è la differente interpretazione dell’azione sullo scenario internazionale. La sinistra tende ad essere pacifista, a ridurre le spese militari e a usare meno la leva del patriottismo6 per raccogliere consenso. La destra contempla gli interventi militari come uno strumento legittimo, anche perché le forze armate sono viste come i pilastri dei governi di destra come lo erano del monarca in passato, lo strumento per garantire il potere alla minoranza che lo detiene. La destra è sempre stata portatrice delle esigenze di ordine, di controllo e della parola d’ordine di evitare il caos. Questa, in realtà, è più un’arma propagandistica che altro. La sinistra, da parte sua, storicamente ha sempre cercato di riformare la società e, in questo, ha sempre dovuto affrontare la difficoltà di convincere il popolo ad andare in direzioni nuove, cioè sconosciute; invece per la destra era più facile poter giocare sulla paura dell’incerto da parte dell’elettorato e promettere la sicurezza del già noto7.

Ma come si concilia questo con il fatto che i regimi di destra sono tipicamente autoritari e non lassisti? È vero che la storia ha visto anche regimi di sinistra molto autoritari (personalmente pongo nazismo e stalinismo sullo stesso piano) ma il principio dell’estensione dell’accesso al potere è opposto all’instaurazione di governi autoritari. Il punto è che questo accade ogni volta che il potere è assunto in nome, per conto e nell’interesse di una minoranza che si contrappone alla maggioranza dei cittadini. Anche nei regimi “di sinistra”, mettendo da parte il caso delle socialdemocrazie del Nord Europa, si osserva che nelle nazioni del “socialismo reale” (in Europa Unione Sovietica e Paesi satelliti, finché l’impero sovietico non è crollato) il potere veniva delegato al Partito, cioè all’organizzazione che gestiva lo Stato totalitario, di fatto a una minoranza. Anche se si definivano repubbliche socialiste e il governo si esercitava in nome del popolo, non c’era libertà economica, possibilità di assumere iniziative imprenditoriali, e gli operai non dovevano scioperare.

Insomma, se non capisco male, le differenze fondamentali stanno nell’aspirazione a estendere il potere contrapposta all’aspirazione a restringerlo e nel pacifismo contrapposto al militarismo. È così? In realtà tutte le differenze specifiche che si possono elencare discendono dalla prima contrapposizione. Per esempio: da una parte l’istruzione di massa (l’istruzione di qualità diffusa a livello di massa) è conseguenza della volontà di estendere il potere; dall’altra, il militarismo è conseguenza della necessità di garantire (con la forza se necessario) il potere ai pochi che governano. Rispetto a quest’ultimo punto va osservato che, anche se il ruolo dell’esercito nella società dovrebbe essere caratterizzato dalla neutralità rispetto alle dinamiche della politica, in realtà la storia abbonda di casi nei quali le forze armate si sono sostituite con la forza a governi legittimi; per esempio in Sudamerica, in Africa, in Asia ma anche in Europa, con la dittatura militare di Francisco Franco in Spagna e con  alcuni colpi di Stato militari nell’Europa dell’Est prima della Seconda guerra mondiale. È curioso osservare che, in rari casi, eventi di questo tipo hanno avuto una connotazione di sinistra (per esempio la “rivoluzione dei garofani”, che destituì il governo Salazar in Portogallo nel 1974 sotto la guida del Generale Spinola, veterano delle guerre coloniali portoghesi).
Un altro aspetto nel quale si declina questa contrapposizione fondamentale è la concezione del ruolo dello Stato in economia: semplificando, la sinistra tende ad aumentare il ruolo dello Stato (investimenti in infrastrutture, trasporti, sicurezza e via dicendo) e a potenziare il sistema del welfare (spesa per le pensioni, l’istruzione, la salute). Per la destra, invece, e sempre semplificando, la spesa del welfare è un fardello per i conti pubblici e le infrastrutture sono essenzialmente un mezzo per dare il maggiore spazio possibile (facilitazione della circolazione delle merci, per esempio) alle aziende private. Un’accusa classica della destra rispetto alle politiche di sinistra sulle infrastrutture è quella che vengano concepite soprattutto per creare posti di lavoro, con la conseguente eredità di “cattedrali nel deserto” che, alla fine, non servono a niente e, addirittura, assorbono risorse per la manutenzione sottraendole a interventi di maggiore importanza.

Domanda 4 - Oggi ci sono tendenze, da più parti, a considerare il binomio superato: la destra e la sinistra politiche non ci sarebbero più. Qual è la sua opinione in proposito?

Partiamo dalla constatazione che sono in piena attività, oggi, partiti politici che si autodefiniscono di destra o di sinistra. D’altra parte ce ne sono altri che si sottraggono (o cercano di sottrarsi) a una caratterizzazione di questo tipo, forse anche per cercare di ampliare la sfera del loro consenso(qui in Italia il Movimento 5 Stelle, per esempio, anche se nelle aule del Parlamento deputati e senatori M5S siedono a destra). Secondo me, al di là di certe specificità e di certe ambiguità in alcuni passaggi storici, sul piano dei principi di fondo la distinzione rimane valida. È in base a tali principi che una forza politica andrebbe qualificata di destra o di sinistra, non in  base alle auto definizioni.

L’esperienza storica ha cambiato l’atteggiamento dei partiti di destra rispetto a diverse tematiche. Per esempio la destra ha cominciato a confrontarsi con la questione del welfare, e sarebbe difficile trovare oggi, almeno in Europa, governi di destra che mirano a smantellare del tutto il sistema del welfare. D’altra parte si sono registrati governi di sinistra che hanno deciso di intervenire militarmente nella “guerra al terrore” guidata dagli USA (in Gran Bretagna i governi Blair e Brown con la partecipazione alla Seconda guerra del Golfo). Penso che nessun governo di sinistra degli Anni ’80 del XX Secolo l’avrebbe fatto, o almeno in maniera così acritica. Quindi l’esperienza storica ha modificato gli atteggiamenti sia della destra che della sinistra.

In definitiva si nota che, se durante le elezioni gli schieramenti di destra e di sinistra sono contrapposti, poi chi vince deve governare tutti e deve farsi carico di tutte le tematiche della società, non solo di quelle che ritiene prioritarie per il suo elettorato. Per esempio un governo di sinistra dovrà comunque gestire le Forze Armate e la dimensione militare della vita di una nazione, così come dovrà garantire condizioni operative almeno accettabili agli operatori economici, agli imprenditori. Analogamente, un governo di destra dovrà comunque gestire il welfare e la pubblica istruzione. Era impossibile che destra e sinistra non evolvessero, ma ciò non significa che non esistono più.

Mi pare peraltro sostenibile che, qui in Italia, si siano viste politiche di destra portate avanti da governi di sinistra; mi mette un po’ in difficoltà trovare l’esempio opposto, cioè politiche di sinistra portate avanti da governi di destra… forse il reddito di cittadinanza? Bisogna tenere presente che, in Italia, la questione destra/sinistra si manifesta con caratteristiche assai peculiari. Per esempio c’è stato un personaggio come Berlusconi che è difficile qualificare, di per sé, come “di destra” o “di sinistra”; semplicemente si è collocato dove ha trovato consenso. Per esempio, da una parte è stato anche molto illiberale; dall’altra, a livello personale non è stato certo un esempio del rispetto di valori tradizionali come la famiglia. Altrove, per esempio in California, c’è stato il Governatore Schwarzenegger (che si autodefiniva Repubblicano e conservatore) il quale ha attuato politiche ambientali appartenenti tipicamente al bagaglio culturale della sinistra.

Domanda 5 - Prendiamo un tema che divide profondamente intere comunità e popolazioni: l’atteggiamento da assumere verso chi è in difficoltà, verso chi “non ce la fa”, sia esso un migrante come anche un giovane inoccupato, un anziano che ha perso il lavoro, una famiglia in stato di povertà. La divisione, grossolanamente, è tra chi propende per accogliere / sostenere anche chi non ce la fa e chi, in sostanza, propende per abbandonare queste persone. Il binomio destra / sinistra è ancora valido, secondo lei?

Questa situazione ci sta aiutando a vedere meglio questa distinzione fra destra e sinistra che, in altri ambiti, può risultare meno chiara. Sui migranti la contrapposizione è radicale: di nuovo semplificando molto, le posizioni di destra tendono a escluderli a priori e quelle di sinistra ad accoglierli acriticamente. Per quanto riguarda “chi non ce la fa”, possiamo vedere che la destra, in genere, tende a restringere i criteri di accesso ai benefici del welfare mentre la sinistra tende ad ampliarli, magari a scapito di altre priorità. Certo, qui in Italia, la corsa per raccogliere consenso elettorale ha assunto connotazioni tali che mischia le carte in tavola, con connotazioni populiste che sembrano ormai trasversali ai partiti (gli “80 Euro” sono arrivati da sinistra, la “flat tax” arriva da destra, i condoni fiscali, in forme diverse, sono arrivati da entrambe le parti e ne sono stati promessi di ulteriori). Però in Gran Bretagna, per esempio, la politica del governo Cameron sull’istruzione, che ha ristretto radicalmente l’accesso dei meno abbienti all’istruzione superiore, è chiaramente una politica di destra.

Domanda 6 - Prendiamo un altro tema altrettanto divisivo: la forma di governo preferibile, democratico o autoritario. Anche su questo il binomio resta valido?

Resta valido, ed è uno dei motivi per i quali il governo del Movimento 5 Stelle è oggetto di tanti dibattiti. Da una parte c’è la Piattaforma Rousseau, almeno in teoria la massima espressione della democrazia diretta; dall’altra parte si ha spesso l’impressione che, alla fine, a prendere le decisioni sia uno (uno dei fondatori, nello specifico) e gli altri gli vanno dietro. Questo, tra l’altro, è uno dei motivi per i quali il M5S sfugge alla tradizionale collocazione a destra o a sinistra. Comunque ritengo che oggi (in futuro non si sa), almeno qui in Italia, una forza politica di destra che proponesse apertamente un governo autoritario non troverebbe spazio. In altri Paesi europei, invece, si stanno creando situazioni che sembrano precorritrici dell’instaurarsi di Governi autoritari.

In questi casi ci sono rischi di ritorno a forme di fascismo? Questo no perché il fascismo è stato un sistema totalitario, orientato a occupare tutti i gangli del potere fino a sostituire le istituzioni dello Stato con le istituzioni del Partito. Nel caso dell’autoritarismo, invece, c’è una persona (o un gruppo ristretto di persone, per cui sarebbe meglio parlare di una “oligarchia autoritaria”) che usa le istituzioni già esistenti ma le mette al servizio dell’autorità centrale. È un po’ quello che, piano piano, sembra stia accadendo in Ungheria e anche in Polonia.

Domanda 7 - Se ci sono differenze, vuol dire che ci sono (o ci dovrebbero essere) confini, e di due tipi: da un lato, il confine che ogni parte presidia per difendersi dall’altra in un contesto democratico; dall’altro, il confine che ciascuna presidia per difendere la democrazia dalle deviazioni estremistiche, che possono esserci sia a destra che a sinistra. Voglio dire che non ci sono solo i problemi “ordinari” relativi alla distribuzione degli oneri e dei vantaggi tra i diversi strati della popolazione, i quali sono oggetto della lotta politica “ordinaria”; possono verificarsi casi nei quali è il sistema democratico stesso che viene messo in discussione. È possibile tracciare, per esempio con apposite leggi, dei confini invalicabili per impedire che ciò accada?

Oggi dovemmo concentrarci sull’essere umano e mettere sempre al primo posto la dignità umana. La storia ci insegna che i confini “invalicabili”, ogni volta che si è tentato di imporli, alla fine hanno aiutato solo coloro che erano intenzionati a superarli. Comunque, anche se li mettessimo, non durerebbero perché il mondo evolve, l’essere umano evolve, e non riusciremo mai a stabilire confini validi indefinitamente, per sempre. Quello che possiamo fare è insegnare a noi stessi ad evolvere coi tempi, ad esistere in modo coerente e pacifico. L’unico modo per rispettare veramente dei principi è che li condividiamo volontariamente; se vengono imposti, non potranno essere mantenuti. Possono essere suggeriti, ma niente di più. Alla fine sta sempre ad ogni cittadino l’applicazione e la salvaguardia dei principi condivisi.

 

Note:

  1. Questa era la nobiltà acquisita nell’Alto Medioevo, nell’epoca Capetingia per  servizi resi al Re, soprattutto combattendo per lui.
  2. Per il concetto di “sinistra storica” si fa principalmente riferimento al periodo che va dal governo Rattazzi (metà Ottocento) agli Anni ’60 dell’Ottocento.
  3. L’idea della conciliabilità di uno Stato monarchico con idee di sinistra è evidenziata, per esempio, dal fatto che la Principessa Maria Josè di Savoia dichiarò di aver votato per il socialdemocratico Saragat alla Costituente.
  4. Se cerchiamo le radici storiche dell’internazionalismo qui in Italia possiamo anche fare riferimento, per esempio, a Mazzini e alla sua “Giovane Europa”.
  5. Il riferimento è alla Rivoluzione Napoletana del 1799, quella di Eleonora Fonseca Pimentel, repressa con la forza e con l’appoggio delle masse popolari, sollevate a difesa della Santa Fede (i “sanfedisti”, infatti, si chiamavano).
  6. Ciò che gli inglesi chiamano “rally around the flag”, cioè raccogliersi attorno alla bandiera.
  7. Già Machiavelli, molto tempo (ne “Il Principe”, 1513), aveva osservato: E debbesi considerare come e’ non è cosa difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo a introdurre nuovi ordini. Perché lo introduttore ha per nimico tutti quegli che degli ordini vecchi fanno bene, e ha tiepidi difensori tutti quelli che delli ordini nuovi farebbono bene: la quale tepidezza nasce parte per paura delli avversari, che hanno le leggi dal canto loro, parte da la incredulità degli uomini, e’ quali non credono in verità le cose nuove, se non ne veggono nata una ferma esperienza. Donde nasce che, qualunque volta quelli che sono nimici hanno occasione di assaltare, lo fanno partigianamente, e quelli altri difendono tiepidamente: in modo che insieme con loro si periclita.
Roberto Maffei

Consulente, formatore e trainer senior nell'area delle competenze trasversali (comunicazione, leadership, lavoro di squadra e via dicendo) negli ultimi anni ha operato prevalentemente nell'ambito di progetti di innovazione e cambiamento organizzativo.
Ha gestito interventi (da solo o coordinando equipes) rivolti a piccole e grandi organizzazioni (sia aziende private che istituzioni pubbliche), dal livello della singola unità organizzativa fino all'intera organizzazione. Affianca al lavoro professionale attività di ricerca sia specifica (dedicata alle conoscenze scientifiche connesse alle attività che svolge) che di base (ricerca sui fondamenti del comportamento umano, con approccio di tipo sociologico); è autore di alcuni libri e di diverse pubblicazioni.
E' attualmente Presidente dell'Associazione culturale ARPA-Firenze, una non-profit con un attivo gruppo di ricerca al suo interno.

http://www.robertomaffei.it

 

 

 

 


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Registrazione al tribunale di Roma N° 3/2004 del 14/01/2004

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