ORCHIDEA IN FIAMME

 

Hong Kong in rivolta: un dramma in atto perpetuo

                     

Da mesi, ormai, Hong Kong è preda di disordini interni che la paralizzano. Manifestazioni, contromanifestazioni, repressioni, guerriglia urbana, scioperi della fame, suicidi in odore di martirio1 si succedono all’ombra del Picco Victoria2 senza una vera soluzione di continuità in vista. I media italiani riportano sporadicamente della situazione, e si sono occupati di Hong Kong negli ultimi due mesi più di quanto abbiano fatto negli ultimi due anni. C’è comunque il dubbio che il pubblico italiano possa non capire le motivazioni dietro tali scontri, né nel senso delle cause né nel senso dei risultati desiderati dai soggetti coinvolti. Vorrei, quindi, contribuire a fare un po’ di chiarezza. 

 

La Scena

Questa serie di proteste è iniziata quando al Consiglio Legislativo (LegCo) della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong (HKSAR) è arrivata la discussione di una legge per l’estradizione, fino a quel momento inesistente nell’ex-colonia britannica. Il fatto di cronaca che ha portato questa legge ad essere discussa è stata la fuga di un ricercato per omicidio di Taiwan rifugiatosi ad Hong Kong. Per le leggi vigenti, le autorità di Taiwan non sarebbero state in grado di richiederne l’estradizione, né il governo di Hong Kong in grado di concederla, non essendo tale strumento giuridico esistente nella HKSAR (tra l’altro, tale situazione può essere stata una delle motivazioni per cui la “gola profonda” Snowden abbia scelto proprio Hong Kong come prima destinazione nella sua fuga dagli States). Come è noto, con l’estradizione, sistemi giuridici esterni possono chiedere la consegna di criminali che siano stati condannati o che siano ricercati ma si siano rifugiati in territori in cui non hanno legalmente giurisdizione. Nel caso di Hong Kong la criticità emersa non riguardava il caso specifico del fuggiasco da Taiwan; il punto è che l’introduzione di una legge sull’estradizione potrebbe aprire alle richieste di qualunque altra provenienza, in particolare dall’autorità giudiziaria della Cina continentale. In sostanza molti residenti di Hong Kong temono che questo apra un varco a interventi polizieschi diretti da parte della Cina continentale.

 

Hong Kong era una colonia britannica in quanto la Cina aveva ceduto sia l’isola di Hong Kong che Kowloon fino all’attuale Boundary Road3 al Regno Unito “per sempre”. Invece l’area conosciuta come Nuovi Territori era stata ceduta con un trattato di concessione di 99 anni a partire dal 1898; così i britannici della Signora Thatcher si accordarono con i cinesi di Deng Xiaoping per restituire l’intero territorio della colonia alla data fatidica del 1997. Le condizioni del passaggio di sovranità vennero stabilite nella Convenzione Sino-Britannica del 1984. Secondo tali condizioni, a partire dal 1997, a Hong Kong il sistema sociale, economico, legale, scolastico sarebbe dovuto rimanere immutato per 50 anni. Poi, nel 2047, Hong Kong sarebbe stata assorbita dalla Cina continentale. In parole povere, dal 1997 il governo di Pechino avrebbe fornito un contingente militare per la difesa dell’ex colonia e rappresentato Hong Kong con le proprie missioni diplomatiche. Tuttavia: a Hong Kong il linguaggio ufficiale sarebbe rimasto l’inglese affiancato dal Cinese scritto in caratteri tradizionali; le scuole di Hong Kong avrebbero continuato a seguire il curriculum britannico; i tribunali e la polizia di Hong Kong avrebbero seguito le procedure britanniche (e il territorio sarebbe stato autonomo nella regolamentazione di investimenti esteri e immigrazione, potendo emettere propri passaporti e visti); Hong Kong sarebbe rimasta un’economia di mercato (questo era un punto importante all’epoca, dato che all’inizio degli anni ’80 la Cina aveva appena aperto a tale sistema) e avrebbe avuto una propria valuta4, con un welfare state modellato su quello di Londra; soprattutto, a Hong Kong sarebbero rimaste le libertà di stampa, dimostrazione, associazione, parola, e un sistema politico multipartitico. Tra le altre implicazioni, vi furono il mantenimento di un proprio mercato azionario con propri organi di vigilanza, proprie norme di circolazione stradale con guida a sinistra, proprio ordinamento amministrativo locale, proprio comitato olimpico e federazioni sportive territoriali.

 

Nacque la dizione “Un Paese, Due Sistemi” (in inglese, “One Country, Two Systems”), per cui la Cina, pur affermando la sua sovranità su Hong Kong, concedeva temporaneamente l’esistenza, in una delle sue unità amministrative, di un sistema diverso dal proprio. Questo fu possibile instaurando ad Hong Kong una Regione Amministrativa Speciale, ordinamento previsto nella costituzione cinese del 1982 per regioni con esigenze particolari, applicabile ogni volta che il governo di Pechino lo considerasse opportuno. Tale regione amministrativa speciale avrebbe avuto un proprio governo modellato su quello che era il governo della colonia e con tutti i dicasteri di un governo nazionale, eccezion fatta per quelli della Difesa e degli Esteri, demandati al governo di Pechino in accordo con la Convenzione del 1984. Il Capo dello Stato, che prima era la Regina di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, sarebbe stato adesso il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, cui sarebbero seguiti, in ordine di precedenza, il Primo Ministro della stessa Repubblica Popolare Cinese e, poi, il Capo dell’Esecutivo (in inglese “Chief-Executive”) di Hong Kong. Questi avrebbe guidato il governo di Hong Kong come, in era coloniale, tale governo era presieduto dal Governatore britannico, di nomina regia. Per la nomina del Capo dell’Esecutivo di Hong Kong, comunque, non c’era nomina diretta  presidenziale ma l’elezione da parte di un collegio di un migliaio di grandi elettori scelti fra le categorie professionali e i consigli distrettuali di Hong Kong, i quali avrebbero dovuto scegliere fra una serie di candidati pre-approvati da Pechino. La HKSAR ha anche rappresentanza negli organismi internazionali che regolamentano materie di sua competenza, come l’Organizzazione Mondiale del Commercio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la Banca Mondiale e via dicendo. Inoltre, è autorizzata a mantenere rapporti commerciali normali con Taiwan e ha uffici di rappresentanza ufficiale in vari stati esteri (gli Hong Kong Economic and Trade Offices, HKETO). La struttura politica e sociale della HKSAR è regolamentata da una Legge Fondamentale (in inglese “Basic Law”), cioè lo Statuto vigente, cui si rifà tutto il sistema hongkongese.

 

La promessa contenuta nella Convenzione del 1984, in base alla quale la situazione a Hong Kong doveva rimanere immutata, è stata erosa dagli inevitabili cambiamenti avvenuti in una città in veloce sviluppo attraversata da flussi turistici e commerciali internazionali intensissimi. Il cinese mandarino ha affiancato, nell’uso, il locale dialetto cantonese; gli immigrati dalla Cina continentale sono aumentati a dismisura, insieme alla dipendenza economica dalla Madrepatria; gli affitti e la speculazione fondiaria hanno aumentato i costi della vita senza che vi fosse un proporzionale aumento dei salari; l’industria cinematografica di Hong Kong, una volta florida, è l’ombra di se stessa; quello che era il primo porto più frequentato dell’Asia è diventato il quinto; il welfare è minacciato da una demografia insostenibile. Nei 22 anni seguiti al passaggio di sovranità, questi problemi sono stati sempre più identificati, da un settore della popolazione di Hong Kong, con la presenza dominante della Cina anche se, in realtà, molti di essi erano solo lo sviluppo naturale di situazioni già presenti nella colonia britannica precedentemente al 1997. Questo sentire ha portato anche a un movimento indipendentista ad Hong Kong il quale, nel periodo antecedente al 1997, nonostante lo status coloniale, era inesistente o estremamente di nicchia. E così si sono delineati i personaggi del dramma che Hong Kong sta vivendo oggi.

 

I Personaggi

Coloro che contestano il governo sono molti e molto battaglieri ma non comprendono l’intero tessuto sociale di Hong Kong. Per la maggior parte sono di etnia cinese, hanno almeno un diploma di scuola media superiore, usano disinvoltamente Internet e i social network, appartengono alla piccola-media borghesia e hanno una fortissima componente di Under 30. Molti di essi vengono da famiglie residenti a Hong Kong da generazioni ma vi sono anche coloro che sono nati a Hong Kong da famiglie di recente immigrazione o addirittura non nati a Hong Kong (come alcuni leader del movimento). Ci sono diverse ragioni per cui questi settori della popolazione si oppongono a un coinvolgimento della Cina negli affari di Hong Kong, innanzitutto di natura economica. La collaborazione fra la Cina e Hong Kong ha fatto la fortuna della colonia britannica fra il 1979 ed il 1997: infatti, gli imprenditori hongkongesi hanno avuto la possibilità di delocalizzare la produzione industriale in aree come Shenzhen (a ridosso del confine), cominciando ad usufruire di manodopera e infrastrutture continentali, più economiche, ma mantenendo le privilegiate strutture commerciali di Hong Kong, così portando la colonia ai massimi del proprio prestigio internazionale alla metà degli anni ’90. Nel periodo tra il ’97 e la fine del Millennio, la tendenza si è invertita: gli imprenditori continentali hanno cominciato ad usare le tariffe privilegiate di Hong Kong come piattaforma per la propria espansione globale nonché come rifugio bancario per i propri utili; gli investimenti continentali sono aumentati a Hong Kong, con necessità, però, di una manodopera a basso costo che ha richiamato sempre più immigrati da ogni parte dell’ex-Celeste Impero; l’arrivo di nuovi residenti ha fatto  salire il prezzo degli affitti e, come accade in ogni mercato in espansione, ha richiamato speculatori che venivano più che altro da altre parti della Cina e i quali, pur incassando dagli hongkongesi, non facevano parte della realtà locale.

 

Questi processi, quindi, hanno portato ad una Hong Kong ricca nella quale,  però la ricchezza è nelle mani di stranieri e continentali, mentre la stragrande maggioranza della popolazione è sempre più in difficoltà, soprattutto quella generazione che è cresciuta durante il periodo post-coloniale. E tale segmento della popolazione, quando ha cercato qualcuno a cui chiedere di bilanciare queste diseguaglianze, ha provato a trovarlo nel Governo. Ad onor del vero, l’amministrazione britannica di Hong Kong nel Secondo Dopoguerra ha lasciato di se stessa una reputazione di efficienza e virtuosità, aiutata da una classe localmente formata di amministratori civili. Funzionari come Murray MacLehose5 furono buoni esempi di questo ed è normale che i dimostranti vedessero nel governo della HKSAR una continuazione di tale tradizione. È ugualmente comprensibile, quindi, che si siano infuriati quando si è capito che l’attuale governo di Hong Kong non porta con sé quello stile; questo è successo alla fine del 2014, che ha visto la cosiddetta “Rivoluzione degli Ombrelli”. Fino a quel momento, la HKSAR non aveva mai visto tali manifestazioni di piazza, innescate dalla realizzazione dell’asservimento agli interessi di Pechino da parte del Capo dell’Esecutivo, C. Y. Leung, accusato di personalismo, servilismo e corruzione. E lì, per la prima volta, i manifestanti hanno chiesto l’elezione a suffragio universale del Capo dell’Esecutivo, pretesa fino ad allora mai concepita ma in quel momento considerata l’unica possibile per un futuro vivibile di Hong Kong. L’idea retrostante era che, quando il processo di selezione del Chief Executive fosse stato affidato al popolo, invece che lasciato ai metodi correnti, esso avrebbe naturalmente espunto coloro considerati inefficaci e indegni di governare. Tale proposta è anche arrivata al LegCo ma, lì, è stata respinta: risultato abbastanza plausibile se si pensa che questo provvedimento avrebbe minato le basi di legittimità del LegCo stesso.

La protesta degli Ombrelli ha portato in evidenza contrasti striscianti che esistevano da molto nella società hongkongese. Una gran parte dei dimostranti protestava per avere una maggiore rappresentanza nel governo e nell’assemblea territoriale; la loro, volendo, era una posizione riformista che non cercava una cesura con le istituzioni esistenti. Gli indipendentisti, che credevano nel trasformare Hong Kong in una città-stato, si erano accodati alle proteste ma non ottennero l’effetto voluto, ossia portare la maggior parte della protesta ad appoggiare le loro rivendicazioni. Si è inoltre rivelato un altro schieramento, non esattamente definito. In quest’ultimo partito, si identificano tutti coloro che hanno disapprovato le proteste, sia perché le consideravano inconcludenti, sia perché si sono considerati materialmente danneggiati dai blocchi imposti dai dimostranti. Questo terzo schieramento include i sostenitori attivi di Pechino, ma non è limitato a loro. Infatti ne fanno parte anche coloro che raccolgono una lunga tradizione hongkongese per la quale la politica non riguarda i cittadini, ma viene fatta da funzionari considerati “altri” rispetto al resto della società. È un atteggiamento proprio di chi è cresciuto sotto regimi imperiali come quello cinese o coloniali come quello britannico. L’unico dovere civico sentito da questi cittadini è cercare di fare più soldi possibile. È importante considerare che questo era l’atteggiamento predominante ad Hong Kong fino alla fine degli anni ’90 del Novecento. Il motivo per cui queste persone  non appoggiano la rivolta non è tanto un sentimento di lealtà istituzionale, piuttosto è il fatto che l’ordine costituito è conveniente per loro e sono diffidenti dei cambiamenti che potrebbero avvenire; inoltre disprezzano le proteste in quanto considerano il danno da esse provocato molto più importante dei temi che le hanno motivate.     

Quando il popolo dei contestatori ha visto l’inefficacia delle vie costituzionali per le riforme, ha concluso che l’unica possibilità sarebbe stata la Piazza o, addirittura, la lotta violenta. Così hanno combattuto la legge sull’estradizione e così stanno combattendo per le dimissioni dell’attuale Capo dell’Esecutivo, Carrie Lam. Nella loro visione, questi 50 anni di immutabilità prima del ritorno alla Cina non significavano 50 anni di immobilismo ma 50 anni in cui avrebbero dovuto restare immutati non solo i diritti civili ad Hong Kong ma anche le possibilità di sviluppo democratico al suo interno. Non è chiaro se queste persone si rendano conto che, per la stessa legge che dà loro altri 28 anni di questo status, e a cui si appellano per il loro diritto di manifestare, alla fine di tale periodo non avranno più diritto a chiedere un trattamento distinto dal resto della Cina. Qualsiasi conquista democratica possano effettuare sarà, quindi, temporanea e, nel lungo periodo, inefficace. In questo, quindi, i fautori dell’indipendenza hongkongese sono molto più coerenti. Ci sarebbe una terza via, ossia il mantenimento dello status di Regione Amministrativa Speciale dopo il 2047. Sarebbe legalmente fattibile ma è politicamente improbabile, dato che la HKSAR nasceva per una precisa esigenza temporanea.

 

Le istituzioni di Hong Kong, a partire dal Governo, sono in prima linea come bersaglio delle contestazioni. Vengono loro imputati inefficienza, servilismo alla Cina, corruzione, brutalità. Obiettivamente, è in buona parte vero, ma è anche in buona parte irrilevante. Quello che è opportuno chiedersi è: “Per chi lavora il governo di Hong Kong?” Rispondere che lavora per “La popolazione di Hong Kong” è una risposta, purtroppo, ingenua. Non che non si sostenga che sia vero, e non che essa sarebbe la giusta risposta alla domanda “Per chi dovrebbe lavorare il governo di Hong Kong?” Una parte del popolo di Hong Kong beneficia del comportamento del proprio governo; questo non vuol dire che sia la parte che mira alla riduzione delle disuguaglianze, all’arresto dell’impoverimento delle classi medie e allo sviluppo democratico. Il governo di Hong Kong lavora per Pechino. Non c’è da meravigliarsi, è logico e addirittura costituzionalmente riconosciuto, essendo Hong Kong una parte della Cina. Nessuno, stando così le cose, diventa Capo dell’Esecutivo o membro del LegCo di Hong Kong senza prestare giuramento di fedeltà alla Cina identificata nel governo di Pechino. Due giovani eletti al LegCo lo scorso anno hanno provato a fare un giuramento diverso e sono stati dichiarati decaduti dalla loro carica. Non si può essere neanche ammessi alla candidatura a Capo dell’Esecutivo se non si dimostra lealtà al Governo centrale cinese. In più, come si opporrebbe il Governo di Hong Kong a quello di Pechino? C’è una presenza delle tre Armi cinesi ad Hong Kong; Hong kong dipende dalla Cina, oltre che per il commercio, anche per bisogni più elementari come acqua, prodotti agricoli, combustibile, energia elettrica. Probabilmente il governo di Carrie Lam non gode neanche dell’appoggio dei 3/5 della popolazione di Hong Kong (vi sono state manifestazioni filogovernative, ma sono state molto minoritarie). Tuttavia è appoggiato da Pechino; è appoggiato anche dagli strati più ricchi della popolazione ed è appoggiato dalla Polizia e dalla Magistratura. Queste due forze non hanno mancato di essere il braccio armato della repressione governativa: arresti e procedimenti sommari, oltre a pestaggi e brutalità poliziesca, sono stati effettuati a volte rifacendosi addirittura a dimenticate ed oscure ordinanze coloniali. A tutt’oggi, il sostegno della Polizia è fondamentale. Nonostante si sia accantonata la legge sull’estradizione, la Chief Executive Lam non sembra avere nessuna intenzione di dimettersi; però deve andare in giro sotto pesante scorta e, ormai, eventi che l’avevano invitata le chiedono di non presentarsi perché impossibilitati a implementare le misure di sicurezza e pagare i premi d’assicurazione necessari ad ospitarla. Vi sarebbe un precedente di dimissioni, quello del primo Chief Executive Tung Chee Hwa6, ma da allora il controllo sul ruolo esercitato da Pechino è molto più esplicito.

 

I paesi stranieri hanno tenuto un atteggiamento che è stato, e non poteva che essere, attendista. Molti fattori devono essere messi in conto: i rapporti con la Cina, la presenza di propri connazionali (privati e aziende) ad Hong Kong, la presenza di immigrati hongkongesi nel proprio territorio, la coerenza dell’azione internazionale con i propri principi costituzionali e via dicendo. Fin dall’inizio delle manifestazioni, più nella prima fase che recentemente, si sono avute molte manifestazioni di solidarietà ai dimostranti di Hong Kong in varie parti del mondo. Molte di esse, a dire il vero, sono state animate dagli emigrati di Hong Kong e da altri contestatori del governo cinese. Inoltre, si sono concentrate in aree con legami storici con Hong Kong come Taiwan, il Canada e l’Australia e non hanno visto la partecipazione di esponenti politici di rilievo. Il governo di Taiwan, coinvolto suo malgrado per il caso del ricercato per omicidio, si è schierato con i dimostranti, rinunciando a pretese sull’estradizione. Altri Paesi hanno dimostrato neutralità, con due mezze eccezioni: il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo, ha ammesso una simpatia per i dimostranti, in piena tradizione americana; il presidente Trump non gli ha fatto eco ma ha continuato la sua lotta tariffaria con la Cina, in cui il danno d’immagine inflitto dall’atteggiamento in questa crisi (la repressione poliziesca non fa un bell’effetto sul pubblico occidentale) ha giocato in senso lato a favore degli USA. Il Governo di Sua Maestà Britannica si è espresso a favore dei dimostranti o, almeno, contro i metodi del Governo Lam. Londra ha diritto di farlo: in quanto firmataria della Convenzione dell’84, è garante dello status di Hong Kong fino al 2047 insieme alla Cina; queste proteste diplomatiche non sembrano aver avuto comunque un effetto concreto7. Per quanto riguarda gli occidentali residenti a Hong Kong, un comunicato congiunto delle loro Camere di Commercio durante la “Rivoluzione degli Ombrelli” espresse condanna delle manifestazioni e sostegno all’azione di governo. Obiettivamente, le proteste mirano a cambiamenti legislativi di provvedimenti che toccano marginalmente gli investitori stranieri, mentre le proteste stesse, bloccando in tanti casi infrastrutture vitali per l’economia del territorio, sono viste come dannose ed indesiderate. Dal 2014 ad ora questo atteggiamento non sembra essere cambiato.

La Cina non ha nessun interesse a mantenere ancora delle istituzioni democratiche a Hong Kong. La creazione della HKSAR come è adesso è stato semplicemente un modo per far cedere i britannici e convincere i ceti più abbienti di Hong Kong a rimanere con il loro know-how e i loro fondi, oltre a far restare gli investitori stranieri che ancora non si fidavano dell’apertura cinese all’economia di mercato. Il governo di Pechino appoggia la repressione poliziesca a Hong Kong e, anzi, la vede come un provvedimento necessario per quello che è il vero scopo di questo statuto speciale, ossia l’adattamento di Hong Kong al dominio cinese prima della piena assimilazione alla Cina. Infatti è chiaro che, nell’interpretazione cinese, i 50 anni di interregno dovevano servire come graduale adattamento di Hong Kong agli ordinamenti cinesi, permettendo un’assimilazione indolore nel 2047. Perciò le scuole cominciano a insegnare in cinese mandarino e le insegne sono sempre più in caratteri cinesi semplificati (usati nella Cina continentale); perciò si ammettono sempre più continentali a Hong Kong (avrebbero bisogno di visto come ogni straniero); perciò si lascia giudicare la magistratura di Hong Kong con i propri regolamenti ma, con l’estradizione, si potrebbero catturare anche i condannati in Cina e fuggiti a Hong Kong; perciò si invitano i media a tralasciare notizie scomode sulla Cina continentale, così da implementare una vera censura di fatto sui media dell’ex-colonia. Pechino considera gli sviluppi in atto a Hong Kong come sua materia esclusiva e, in questo, ha consenso: se si chiede a un qualsiasi cinese continentale, questi si esprimerà quasi sicuramente contro i manifestanti di Hong Kong. Usando il nazionalismo dei cinesi contro i dimostranti di Hong Kong si è arrivati a mettere in giro la voce che i dimostranti siano aizzati dagli stranieri. Come abbiamo visto questo non è vero, però scredita le proteste agli occhi degli altri cinesi (tanti dei quali non conoscono la realtà hongkongese che per sentito dire ed immaginano Hong Kong in balia degli stranieri). Ciò potrebbe avere un risvolto ancora più preoccupante, che è il seguente: finchè la protesta di Hong Kong ha carattere locale, essa deve essere gestita dalla Polizia; ma quando essa diventa strumento di una potenza straniera, allora diventa un affare di sicurezza nazionale e l’esercito può essere coinvolto. Kowloon può diventare una nuova Tienanmen; è recente la notizia per cui la Cina ha spostato molti mezzi corazzati a Shenzhen, a ridosso del confine con Hong Kong.                

 

Il Finale

Il problema fondamentale è che Hong Kong vive una situazione d’incertezza che può difficilmente essere mantenuta. Intanto, dovrebbero fermarsi le manifestazioni, e si è capito che questo non si può avere con la forza. È strano, anzi, l’uso della forza. Nella maggior parte dei casi i cinesi, per far smettere qualcosa la ignorano, mentre qui stanno facendo completamente il contrario. Invece sarebbe funzionale, per loro,  ignorare totalmente le manifestazioni e, quando si ritiene di far apparire la Polizia, tenerla in disparte senza rispondere alle provocazioni. Inoltre far apparire il meno possibile il Capo dell’Esecutivo Lam e ridurre al minimo le sedute del LegCo. I dimostranti non potranno mantenere le dimostrazioni per sempre, anche perché il blocco di Hong Kong toglierà loro sempre più consenso. Poi, magari nel 2022, in occasione della metà del periodo di statuto speciale, promulgare il piano per Hong Kong post-2047. Vado tanto avanti da osare di fare una serie di ipotesi riguardo a cosa potrebbe succedere dal 2047 in poi:

-Hong Kong e Shenzhen potrebbero essere fuse in un’unica unità amministrativa chiamata HongShen (HS). La Frontier Area quindi non esisterebbe più e sarebbe edificabile ed accessibile. HongShen sarebbe quindi una municipalità direttamente sottoposta al governo centrale, sul modello di Shanghai, Beijing, Tianjin o Chongqing. Le leggi di portata nazionale le saranno estese. 

-Il Cinese mandarino scritto in caratteri semplificati diventerà probabilmente lingua ufficiale. L’inglese potrà essere riconosciuto come lingua ufficiale di HongShen a livello locale, come lo è l’Uiguro per lo Xinjiang od il Coreano per Yanbian. 

-La Banca Centrale di Hong Kong smetterà di emettere valuta e potrebbe diventare filiale regionale per HongShen della Banca Popolare della Cina. Il tasso di cambio fra le due valute sarà deciso di comune accordo.

-Hong Kong perderà l’appartenenza agli organi internazionali in cui era rappresentata. 

-Tutti i documenti e i visti emessi a Hong Kong potrebbero avere la loro validità estesa a tutta HongShen per il periodo in cui tale documentazione sarà valida. 

 

NOTE:

  1. Almeno 5 suicidi si riconducono alle proteste: Leung Ling Kit, 15 giugno; Lo Hiu-yan, 29 giugno; Zita Wu, 30 giugno; Ms Mak, 4 luglio; Mr Fan, 22 luglio. 
  2. Monte sede di osservatorio, famosissima destinazione turistica da cui si gode una vista ad ampio raggio sull’intera Hong Kong.
  3. Geograficamente parlando, la HKSAR si compone di un arcipelago di isole, le più grandi delle quali sono Hong Kong e Lantau, ed una parte peninsulare, di cui Kowloon è il vertice meridionale. Boundary Road è la strada che corre lungo il confine esistente nel periodo 1860-1898 tra le sovranità britannica e cinese.
  4. Il dollaro di Hong Kong (HKD) è stato in vigore fin dai primi anni del periodo coloniale. Tutt’ora, è la moneta ufficiale della HKSAR, viene emessa dalla Hong Kong Monetary Authority e da tre banche private: la HSBC, la Bank Of China (Hong Kong) e la Standard Chartered. 1 Euro vale circa 8 HKD.
  5. Crawford Murray MacLehose (Glasgow, 1917-Ayrshire, 2000) fu un diplomatico di carriera. Fu il 25° Governatore di Hong Kong, mantenendo la carica dal 1971 al 1982. Tra le sue politiche, equiparò il Cinese all’Inglese come lingua ufficiale di Hong Kong, sviluppò la metropolitana nella colonia e fece costruire numerose case popolari. Fu uno dei tre ex-governatori britannici invitati dai Cinesi alla cerimonia del Passaggio di Sovranità nel 1997. 
  6. Tung Chee Hwa (Shanghai, 1937) è un armatore e politico. Nato in Cina e cresciuto tra Hong Kong, il Regno Unito e gli USA, ereditò la compagnia navale del padre nel 1981 ma pochi anni dopo dovette chiedere l’appoggio di Pechino per non fallire. Divenne il primo Chief Executive di Hong Kong, ma i suoi due mandati vennero martoriati da accuse di autoritarismo, scandali e l’epidemia di SARS. Alla fine anche il governo di Pechino gli fece mancare il proprio appoggio, e lui si dimise nel marzo 2005.
  7. Il 28enne Simon Cheng, impiegato nel consolato britannico di Hong Kong, è stato arrestato all’inizio di Agosto durante un breve viaggio di lavoro a Shenzhen. Le autorità cinesi sostengono che abbia goduto dei servizi di prostitute, attività illegale in Cina. Il 23 agosto, Cheng è stato rilasciato ed è tornato ad Hong Kong. 
 

 

Enrico Poli
Author: Enrico Poli

Ha una laurea triennale in Scienze Politiche - Studi Internazionali, ed una laurea magistrale in Scienze Politiche - Relazioni Internazionali. Nel 2009 è uscito il suo romanzo "Uno sbirro contro il Fu Manchu". Nel suo curriculum figurano esperienze, oltre che in Italia, in Lituania e Cina.

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