DICIAMOCELA TUTTA: dobbiamo abbandonare il DIRITTO ROMANO

 

 

Con diritto romano si indica l'insieme delle norme che hanno costituito l'ordinamento giuridico romano per circa tredici secoli, dalla data convenzionale della Fondazione di Roma fino alla fine dell'Impero di Giustiniano.

Gli studiosi ritengono che la nascita del diritto romano scritto, sia frutto anche dell’influenza che hanno avuto le città della Magna Grecia, ovvero delle città del centro-sud Italia che essendo colonie greche avevano ereditato in parte il diritto proveniente dall'antica Grecia e al quale i giuristi dell’antica Roma guardavano con ammirazione.

Il giurista Gaio istituì un sistema di diritto privato basato sulla divisione del mondo tra personae (persone), res (cose) e actiones (azioni legali). Nacquero in maniera definita e chiara e si distinsero i concetti di possesso e di proprietà, di colpa e di dolo e il contratto fu riconosciuto come fonte di obbligazione legale. I contratti di vendita, di lavoro, di locazione e appalto di servizi furono regolati nei più importanti codici continentali e ne furono sviluppate le caratteristiche anche nella giurisprudenza.

Dopo un periodo di magnificenza e di età aurea, vissuta nell'esplosione delle grandi opere letterarie e artistiche, ci furono circa due secoli di declino, in coincidenza con la caduta dell’impero causata dalle invasioni barbariche. Poi, con Giustiniano il diritto romano fu ripreso e con le opportune modifiche date dal passare dei secoli, è arrivato fino ai nostri giorni.

Già i nostri giorni. Ebbene noi siamo ancora fortemente pervasi dal diritto romano ma non solo ed anche perché molte norme e termini giuridici si rifanno ad esso o derivano da esso ma soprattutto perché il diritto romano ha avuto un influsso determinante nella costruzione e nell'evoluzione della società italiana, nella nascita e nell'evoluzione dei vari stati e delle varie organizzazioni sociali che si sono succedute dalla fine dell’Impero Romano d’Oriente ai giorni nostri. Esso ha attraversato ed influenzato tutti i periodi storici. La sua concezione nata per regolamentare per primo con norme ogni aspetto della vita sociale di un impero che si espandeva in gran parte del mondo arriva fino a noi. Questa esigenza nata all'epoca della sua nascita è stata soddisfatta  per buona parte della sua storia e per buona parte della sua storia ha adempiuto abbastanza efficacemente al suo scopo.

Ma, sebbene sia un fan di Gianbattista Vico e condivido che la storia dell’essere umano è fatta di corsi e ricorsi, ebbene in questi corsi e ricorsi cambiano però gli strumenti ed oggi, dopo 2773 anni dobbiamo chiederci se questo strumento, intendendo per ciò più che le norme in senso stretto, l’approccio, la cultura, il modus cogitandi , vivendi ed operandi  che lo sottende, sia ancora adeguato a sostenere le esigenze dell’odierna società.

La fotografia solo del numero delle leggi presenti in alcuni Paesi Occidentali con i quali potremmo confrontarci per storia, appartenenza ai comuni valori occidentali, dimensioni della popolazione ci dice che in Gran Bretagna ci sono circa 3.000 leggi, in Germania 5.500, in Francia (che pure è la patria della burocrazia) ce ne sono 7.000. In Italia la nostra cultura, più che il nostro sistema legislativo, nel tentativo di regolamentare ogni aspetto della vita sociale dei suoi concittadini ha prodotto circa 160.000 leggi ad oggi vigenti.

 

La differenza è abnorme così come risulta evidente che questo frena non poco la nostra libertà di cittadini oltre che la nostra economia. Il concetto sotteso è: è tutto vietato fuorché ciò che è espressamente consentito, anziché essere: è tutto permesso fuorché ciò che è espressamente vietato. 

 

La differenza concettuale e culturale prima ancora che giuridica è enorme. Ci troviamo a vivere in una situazione di effettiva polizia. Pensate alle norme sull'uso dei propri denari, piuttosto che al numero delle autorizzazioni necessarie per svolgere qualsivoglia attività economica. In questa situazione è semplicemente ipocrita meravigliarsi o chiedersi perché  non si  investa in Italia. Voi aprireste un’attività commerciale in un Paese che  vi richiede 65 autorizzazioni solo per aprire un negozio? Senza parlare del tempo necessario per averle.

Orbene ripeto il problema a mio avviso è culturale prima ancora che giuridico ma poiché gli strumenti contribuiscono a creare o modificare la cultura mi chiedo se il diritto romano e quel che ne è derivato fino ai nostri giorni sia ancora adeguato a soddisfare le esigenze di una società in rapido e costante mutamento che invece necessità di risposte altrettanto veloci per regolamentare la vita economica e sociale di una popolazione.

Ed ecco allora che se continuiamo a produrre leggi che si aggiungono a leggi preesistenti e si rifanno a leggi collaterali e tengono conto di altre leggi per mantenere il sistema regolatorio non solo non ne usciamo più ma ci ritroviamo completamente incapaci di governare il sistema stesso. Ed è esattamente la situazione nella quale ci troviamo oggi in Italia.

 

Cosa fare dunque?

Innanzi tutto dobbiamo abbandonare totalmente il concetto, la pretesa, il pregiudizio che regolamentando il più possibile i vari aspetti della vita economica e sociale di una popolazione il sistema nel suo complesso ne gioverà, sarà più ordinato e civile perché la storia, la nostra storia recente ci ha dimostrato esattamente il contrario.

Successivamente a questa presa di coscienza da parte di tutti: cittadini e loro rappresentanti politici e sociali (parlamentari, sindacalisti, del mondo delle imprese e delle associazioni)  intraprendere un percorso coraggioso che faccia “tabula rasa” di tutto l’apparato normativo esistente e lo sostituisca con un nuovo apparato normativo che parta da due presupposti:

  • uno concettuale e cioè: siamo in un Paese libero ed è tutto lecito e permesso salvo ciò che è espressamente vietato
  • il secondo che produca un numero di leggi di base (molto più contenuto e semplice rispetto all’attuale) e rimandi il corretto funzionamento della vita civile, economica e sociale non a norme e neanche solo alla giurisprudenza (formula tipica del common law e dei paesi anglosassoni*) ma al più elevato ed efficace “controllo sociale” basato sul radicamento di valori fondamentali e profondamente condivisi dalla stragrande maggioranza di una determinata comunità di persone. La stessa comunità che si autocontrolla e si autogoverna quando un suo componente devia dai valori fondamentali condivisi.

 

Utopia? Non credo. Se analizziamo la storia ci sono molti esempi di popolazioni che hanno fatto dei propri valori e del controllo sociale il loro successo e più ancora il loro stare bene insieme (a puro titolo di esempio cito la Gran Bretagna ed il Giappone).  Che senso ha vivere in una società/Paese/Stato dove ognuno è apparentemente libero, ma di fare quello che gli conviene e non ciò che è utile alla propria comunità? Qual è il senso etico di tale condizione?

Ecco allora che probabilmente dovremmo investire non molto ma TUTTO nella costruzione di una cultura (i valori condivisi) nella quale tutti i cittadini italiani si riconoscono fermamente. E la cultura, come diceva Schein è profonda, ampia, radicata e per modificarla ci vuole tempo, esempio, tenacia. Dobbiamo quindi ripartire dalle nuove generazioni, dall’insegnamento nella scuola e nelle famiglie innanzitutto. Poi nelle università ed infine nelle imprese. Ovvero in tutti i luoghi di aggregazione sociale ove è possibile insegnare e condividere, prima ancora di normare, comportamenti che facciano dell’etica e del civismo i loro punti di riferimento.

In questo senso siamo però in buona compagnia. La stessa costruzione dell’Unione Europea è deficitaria sotto questo aspetto. Quali sono i valori comuni nei quali i popoli europei si riconoscono e condividono? Su quali basi si fonda la nostra convivenza?  Non mi sembra che ancora si siano consolidati valori comuni a giudicare dalle continue negoziazioni in corso su ogni aspetto della vita dell’Unione. La strada da percorrere è ancora lunga in questo senso, più lunga e complessa di quanto possa essere un negoziato sulla distribuzione delle risorse finanziarie, ma l’unico che possa garantire, nel lungo periodo la sopravvivenza e lo sviluppo dell’Unione Europea stessa. Senza la condivisione di forti, riconosciuti e riconoscibili valori comuni  gli Stati e le loro aggregazioni sono destinati a disgregarsi.

 

* Per common law si intende un modello di ordinamento giuridico, di origine britannica, basato maggiormente sui precedenti giurisprudenziali più che sulla codificazione e in generale leggi e altri atti normativi di organi politici, come invece nei sistemi di civil law, derivanti dal diritto romano

 

Walter Zanuzzi

 

Ex-Amministratore Unico Svi.Va – Sviluppo del Valore Società di Consulenza di Direzione, Esperto di Management, Consulente di Direzione per Risorse Umane e Sviluppo Organizzativo, Change Management, Socio fondatore del Comitato per la Promozione Etica


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