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Pensavo fosse una cosa rara, episodica, poco diffusa. Motivo per il quale non me ne ero mai occupato. Ma a seguito di maggiori e più approfondite indagini mi sono reso conto invece che è una cosa molto diffusa, frequente, e, quindi, ha stimolato la mia riflessione.

Mi riferisco al fatto che molti giovani (non la totalità naturalmente), in età post scolastica (cioè dopo aver terminato il ciclo di studi superiori o universitari) non progettano alcunché, non si pongono obiettivi, non inseguono alcuna strada e quindi non superano, in questo senso, alcun ostacolo. Certamente la congiuntura di questi ultimi anni non ha aiutato ma, come ho potuto verificare, il fenomeno non è congiunturale, diremmo semmai “strutturale”.


La generazione perduta, i fannulloni, i bamboccioni, come alcuni li definiscono vivono come meduse nel mare, si lasciano trasportare senza meta e, per l’appunto, si limitano ad “acchiappare” ciò che la famiglia, la società, gli amici gli offrono.
Ora quello che a me interessa non sono i tanti casi particolari ma il fenomeno sociale e poiché questi giovani (annovero in questa fascia coloro che hanno oggi tra i 18 e i 35 anni) li abbiamo generati noi (generazione che oggi ha tra i 50 ed i 65 anni) credo che la prima domanda che dobbiamo porci è: dove abbiamo sbagliato? Cosa abbiamo fatto per sviluppare tale situazione? A quali comportamenti si potrebbe attribuire un qualche tipo di paternità?

I nostri figli, ben più di noi hanno sicuramente vissuto nel benessere ma anche nel consumismo, negli agi di una vita comoda ma per l’appunto spesso senza ostacoli da superare, nell’era di internet e dei videogiochi e non dei giochi di società o della televisione. Tutto ciò è storia ampiamente nota e già analizzata e discussa tanto che ha portato Bauman a definire la società attuale “liquida” con tutte le specificità e contraddizioni che il sociologo ben descrive e che personalmente condivido molto.

Ma l’analisi del fenomeno oggetto di questa mia riflessione termina per i più qui. Ovvero molti studiosi spiegano e giustificano il comportamento dei nostri giovani con il contesto economico e sociale nel quale hanno vissuto. Attribuiscono cioè la “paternità” dei loro comportamenti, della loro inerzia al contesto economico e sociale.

Ebbene, pur riconoscendo la validità di questa tesi come genitore e come studioso essa non mi soddisfa pienamente.

E’ indubbio che i nostri giovani abbiano vissuto nel cosiddetto “benessere”, ma è altrettanto indubbio che da diverse generazioni accade questo fenomeno. Sono centinaia di anni che la generazione emergente vive meglio della generazione passata, così come sono centinaia di anni che la generazione emergente gode dell’evoluzione tecnologica e scientifica che nel frattempo c’è stata.

Sostengo in altri termini che ciò che viene attribuito al contesto economico e sociale è senz’altro vero, ma le differenze fenomenologiche “mutatis mutandis” sono equivalenti a quelle avvenute nelle precedenti generazioni.

Ecco perché le risposte di molti analisti in questo senso non mi soddisfano.

Sono centinaia di anni che le nuove generazioni vivono meglio della precedente, pur tuttavia sono centinaia di anni che le nuove generazioni si sono poste nuovi obiettivi, hanno progettato il loro futuro, a volte sono scese in piazza, a volte hanno fatto le rivoluzioni, in ogni caso giusta o sbagliata che fosse hanno seguito una loro strada, hanno “costruito” il loro futuro, non sono mai stati “inerti”!

Allora perché oggi questo non accade? Perché i nostri giovani non progettano il loro futuro? Non si pongono degli obiettivi, non lottano per raggiungerli, non fanno le rivoluzioni? Abbiamo forse raggiunto l’estasi? Viviamo nella società perfetta? Siamo felici? Mi sembra che tutto sia la nostra società fuorchè un mondo incantato e che molte siano le cose da migliorare, da cambiare, da fare. Quindi le premesse ci sono, come ci sono sempre state e come sempre ci saranno in quanto l’essere umano è per sua natura imperfetto ed alla costante ricerca di miglioramento. 

Cosa blocca i nostri giovani? Perché sono inerti e vivono con inerzia la loro vita?

Certamente avremo fatto molti errori come generazione senior e per la prima volta (non in assoluto) da alcune generazioni i nostri giovani hanno aspettative di vita peggiori in termini economici e di welfare della generazione che li ha preceduti. Ma questa non è la fine del mondo e non è la prima volta in assoluto che accade nella storia del genere umano.

I giovani sono sempre stati “giovani” proprio per questo. Sono sempre stati il motore dell’innovazione e del cambiamento, a volte anche strumentalizzati  ma hanno sempre svolto questo fondamentale ruolo sociale che ha permesso al genere umano di cambiare e progredire. Questo avviene da millenni e non da 2 o 3 generazioni ed è accaduto indipendentemente ed indifferentemente dalle congiunture economiche. Anzi nei momenti di maggiore criticità è stata proprio la forza propulsiva delle nuove generazioni a risolvere i problemi.

Quindi, nel fare “mea culpa” come generazione nell’aver “protetto e coccolato troppo” i nostri figli,  invito, al contempo  fortemente i “giovani” di oggi ad assumersi le loro responsabilità in quanto tali. Ovvero a cercare la loro strada, a porsi dei loro obiettivi, ad investire su loro stessi per il cambiamento e l’innovazione sociale, scientifica ed economica, a “costruire il futuro”. Non è mai esistita la regola magica, la ricetta per tutte le stagioni, la medicina per ogni male, ma la storia ci insegna che ogni epoca è stata caratterizzata da regole, ricette, medicine nuove. Ebbene in tutto ciò oltre al piacere di contribuire all’evoluzione della nostra specie, c’è anche un dovere morale che per l’appunto è proprio delle nuove generazioni.

Il modello economico e sociale attuale presenta luci ed ombre, il welfare nel quale siamo cresciuti a parere di molti non è più sostenibile, il mercato del lavoro non solo va riformato ma “creato” in quanto vecchi mestieri muoiono e nuove esigenze nascono, le disfunzioni istituzionali, organizzative, sociali sono molteplici. Mi sembra che ce ne sia a sufficienza per alimentare una spinta verso il cambiamento e l’innovazione e se c’è una possibilità di cambiare, migliorare e di progredire ancora questa è una opportunità che solo i giovani possono cogliere.

Walter Zanuzzi

 

Amministratore Unico Svi.Va – Sviluppo del Valore Società di Consulenza di Direzione, Esperto di Management, Consulente di Direzione per Risorse Umane e Sviluppo Organizzativo, Change Management, Socio fondatore del Comitato per la Promozione Etica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.


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Commenti   

 
0 #3 Laura Lambiase Profeta 2014-02-07 16:22
Come si dice a Napoli " 'E faccio nà capa tanta".
Parlo di queste cose ogni volta che posso, non ho figli ma amici e nipoti.
Ho sempre considerato le cose che scrivo, anche quelle che appaiono qui su Caos, la mia personale attività politica. Per me fare cultura, esibendo le proprie idee anche le più sconcertanti, vuol dire
tentare di cambiare le cose, rivoltare il mondo.
E' ovvio che non sono certa che funzioni, ma io ci provo.
Ti abbraccio .
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0 #2 Walter Zanuzzi 2014-02-07 13:14
Grazie Laura. Feed back molto sentito ed intenso. Hai già cominciato a trasmettere le tue emozioni. Fallo anche con i giovani, non è mai troppo tardi, come abbiamo condiviso ne hanno tanto bisogno.
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0 #1 Laura Lambiase Profeta 2014-02-07 11:28
Articolo molto interessante.
Siamo stati ragazzi prima di essere genitori.
Lo siamo stati in una epoca fortunata perché stimolante. Erano, però, anni di Maggi francesi; di uno, dieci, cento Vietnam; di anni di piombo; di voglia di partecipazione ;di molteplici amministrazioni rosse. Erano gli anni di Moro e di Berlinguer.
C'era curiosità e voglia di sapere. C'era il Pci, Lotta Continua, la Dc. E facevamo politica attiva, che voleva dire prendere botte e incollare manifesti.
Riunioni di partito fumose e affollate, scelte di vita,
scelte di lotta per la vita. Imparavamo e davamo lezioni. E soprattutto desideravamo, sopra ogni cosa volevamo per noi un mondo diverso, e un mestiere da amare. Volevo fare la giornalista, lo volevo tanto che ci sono riuscita, feelance ma pur sempre una che scrive sui giornali.
Mi occupavo di musica e di cultura.
Mio marito avrebbe voluto seguire i corsi di architettura all'università, ma per esigenze familiari, non si è mai iscritto. Eppure è diventato un grande grafico a livello regionale , e anche nazionale.
Voglio dire che la storia l'abbiamo scritta noi, lei ha solo seguito i nostri desideri.
Quello di cui dobbiamo colpevolizzarci è che non abbiamo raccontato ai nostri figli queste storie. Sicuri che ne avrebbero create altre loro.
Personalissime storie d'amore per lavita.
Dimenticandoci di tenerli svegli con queste favole abbiamo lasciato che si addormentassero in sonni senza sogni.
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