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La situazione sociale del Paese

 

Ti capita tra le mani (un regalo) un volumone di 562 pagine dal titolo “Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2013”. Lo tieni in bella vista sulla scrivania per qualche tempo. Sai già che è pieno di tabelle e di statistiche. La tenue allergia verso la statistica, la metafora del lampione che serva ad illuminare la strada ma anche da appoggio per l'ubriaco, ti impedisce di sfogliarlo subito. Ti proponi di utilizzarlo per approfondire qualche argomento quando ne avrai la necessità.

Poi, vincendo l'arroganza della presunta conoscenza della situazione (la vivi nella pratica quotidiana), ed anche per un pizzico di masochismo, decidi di leggere almeno la prima parte, le considerazioni generali. In fondo sono solo dodici pagine. Non ci aspettiamo nessuna grande rivelazione ma, certamente, l'inizio è abbastanza deludente ed ovvio.

Le tematiche sono tre: l'Italia è sull'orlo del baratro, i pericoli maggiori sono l'instabilità, e non abbiamo una classe dirigente adeguata. L'ultimo problema ci sembra il più grave ed, a nostro avviso e non solo nostro, quello che è il motore di tutto il resto.

La costatazione che “il popolo italiano è materia inerte, che si muove insieme ed in avanti solo quando è illuminato dalla luce di una élite intelligente”, insieme all'assenza antropologica di una classe dirigente adeguata, rende ancor più impossibile pensare ad un cambiamento. Oltretutto questa classe dirigente inadeguata non fa altro che “drammatizzare la crisi per (continuare a) gestire la crisi”. La domanda che ci si pone è dunque se questa classe dirigente (politici, banchieri, manager,…), che il CENSIS definisce inadeguata, è solo incapace o profondamente corrotta.

Intanto assistiamo quotidianamente a fenomeni di arricchimento illegale: più di cinquanta enti locali commissariati per mafia, riciclaggio accertato per un valore del 10% del Pil, aumento della corruzione in tutti gli ambienti, aumento delle denunce per usura, presenza crescente della criminalità organizzata, evasione fiscale al massimo livello. Tutti fenomeni che “sfruttano le debolezze di una popolazione impoverita”. Tutti fenomeni a cui si reagisce in maniera debole e solo occasionalmente. Per incapacità o perché la classe dirigente è profondamente coinvolta?

A questo punto il pessimismo, se possibile, diventa ancora più profondo. L’unico modo per uscire da una “crisi culturale” è cambiare questa classe dirigente. Ma per ottenere questo risultato occorrerebbero tre o quattro generazioni, se si iniziasse ora dalle scuole materne.

La tentazione quindi di interrompere la lettura è molto forte. Ma per responsabilità intellettuale, e per “vediamo dove vuole arrivare” di antica memoria sia pur umoristica, andiamo avanti.

Il rapporto cita, sia pur timidamente, il modo in cui il nostro “capitalismo molecolare” sta riuscendo a sopravvivere nel mondo dell’agricoltura (agriturismo, enogastronomia, green economy), nell’export manifatturiero, nel comparto artigiano ed in special modo nell’artigianato digitale.

Per lo sviluppo, invece, bisognerebbe liberarsi dalla storia passata (grandi imprese private e pubbliche) ed andare verso un’economia mista “micro” e “dal basso”, incentivando e potenziando quattro dinamiche: l’imprenditorialità femminile; l’imprenditorialità degli stranieri che vivono in Italia; l’immedesimazione fra vita locale e imprese locali (Olivetti a cui ho avuto il privilegio di partecipare attivamente); le centinaia di migliaia di italiani che studiano e/o lavorano all’estero.

Le considerazioni generali del rapporto dedicano poi ampio spazio allo sfruttamento di due principali processi sociali: welfare e connettività. Su ambedue questi processi ci sarebbe molto da discutere ed approfondire, ma questo non è certamente lo scopo del rapporto stesso.

Per il welfare ci si basa su quattro alternative: copertura assicurativa; volontariato; welfare aziendale e welfare associativo. Per quello che riguarda la connettività si auspica uno sviluppo ed un coinvolgimento di energie private, oltre che alla famosa “Agenda digitale italiana”.

I due processi sociali citati presuppongono comunque uno studio strategico ed una serie d’iniziative politiche e regolamentari da affidare all’attuale classe dirigente di cui abbiamo già parlato.

Non commetteremo un errore quindi se le considereremo wishful thinking.

 

 

 

 

 

Giuseppe Monti

Senior Advisor, Former Partner IMC (Integral Management Consulting Zurigo), CMC (Certified Management Consultant): Esperienza consolidata (+ di 50 anni) in Formazione Manageriale, Marketing Internazionale, Internazionalizzazione, Business Plan, Marketing Strategico, Organizzazione, pianificazione ed implementazione di Balanced Scorecard, di BCP Business Continuity Management, di ISO 9001, 14001 e SA8000, Lean Organization per aziende Piccole, Medie e Grandi. Direttore di Caos Management. Vice Presidente Associazione Culturale Progetto Innestol. Collaboratore de Il Giornale delle PMI.  Public Profile. 
 http://www.linkedin.com/in/giuseppemonti


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Commenti   

 
0 #2 Laura Lambiase Profeta 2014-04-02 06:29
Il "velocismo renziano" suona un po' come quelle corse in salita in cui Coppi era maestro. Così smilzo nervoso: un genio assoluto nel muovere le gambe tese e muscolose sui pedali e vincere la tappa.
Il velocismo renziano potrebbe essere anche la capacità di scovare rapidamente i bambini che giocano a Nascondino e gridare "Tana libera tutti".
Ma potrebbe anche essere solo uno slogan vuoto di idee.
Come si fa, dopo aver letto l'articolo dell'ing. Monti, a convincersi che la salvezza del paese è nelle mani di uno Speedy Gonzales fiorentino.
E' possibile che il futuro dei nostri figli è dentro una pallina che gira alla ricerca di un numero su cui fermarsi.
Tra pochissimo sapremo se Renzi saprà coprire le miglia che lo dividono dal traguardo sul colle.
Ma se non sarà così... non possiamo affidare sempre al caso le nostre vite.
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0 #1 Dario Vascellaro 2014-03-31 08:16
Ottimo e stimolante articolo. Sintetizza mirabilmente alcuni nodi fondamentali che sarebbe necessario sciogliere per assicurare un futuro al nostro Paese. Purtroppo, come ammette lo stesso autore chiudendo l'articolo, affidare un complesso processo di cambiamento all'attuale classe dirigente è forse un "pio desiderio". Se avessimo tempo (le "tre o quattro generazioni" indicate dall'autore dell'articolo) bisognerebbe avere il coraggio di investire energicamente in formazione (cosa che, colpevolmente, non si fa da troppo tempo) per ricreare una classe dirigente degna di questo nome. Visto che questo tempo temo non ci sarà concesso, l'unica speranza è quella di praticare al Paese un "elettroshock culturale" che lo rivitalizzi in breve. Se tale elettroshock possa essere rappresentato dal "velocismo" renziano è tutto da vedere.
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