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Ai ragazzi del Circolo Culturale il Leonardo 
Napoli  1962


“Che giornata! L'odore della bella giornata, proprio l'odore.”
A Napoli si sente quando sta arrivando.
Non c'è nulla come quei refoli di aria che portano con sé antichi suoni, piccoli venti giunti da lontano, pieni di profumi accumulati nel viaggio, petali di fiori.
Non c'è nulla “comme nà bella iurnata 'e sole”.
Non quel caldo che afferra  la testa irritandoti, ventaglio e  bottiglia d'acqua in borsa.
Non quello sciapo tepore  un po' velato che non serve a nulla, ma quel cielo azzurro azzurro, quell'aria frizzantina, quel calore odoroso di glicini, di gelsomini e di basilico.
Piante ai davanzali, braccia di donne appena scoperte, ancora col chiarore della  pelle, ma ambiziose e vogliose del colore bronzeo dei raggi di sole.
E la bella giornata è anche una lontana speranza, un desiderio: vedere di nuovo le rondini, appropriarsi di una città che si sta svegliando, unica, indefinita, complessa città di amori e di odii. Napoli non è una visione astrale, una città da raggiungere un giorno: Venezia, Mosca, New York.
Napoli è una città da scoprire giorno per giorno,  luogo invisibile, mancanza d'uomo, annotazione di  tutto il bello  che emoziona e commuove.
Proprio come accade quando apri la finestra su di una bella giornata e prendi fiato per la meraviglia.
Eppure Napoli è sempre stata descritta con pennellate scure, disegnata a tratti forti, come se ciascuno, scrittore autore regista, avesse sulla  tavolozza  solo il profondo e cupo nero.
Sempre vicoli bui, piccole vite, donne e  uomini disperati: povertà. “Ricchiuni e zoccole”
Una città di mare senza mare, un vulcano incombente mai spento e mai amico, un popolo di lamentosi desideri inesauditi.
Il napoletano è una figura ambigua, senza altro sentimento che il desiderio del godimento  di sé.
La sua priorità è quella di rappresentare perennemente la “notoria” simpatia, la  falsa empatia, la  immaginaria generosità.
Ho scritto di questa città e delle sue piccole bellezze. E quando  andavo  per strade e vicoli, “scoprendo” monumenti e rari alberi;  piazze senza fontane e fontane senza acque;  funicolari in salita e vele bianche;   fortezze e maschi angioini, mi innamorai perdutamente delle  mura delle chiese chiuse, dei balconi e delle araucarie. Era tutto alla mia portata e ogni cosa aveva storie da raccontare.
Amare la mia città fu facile, guardarla con occhi devoti, ringraziarla per la bellezza seppur difficile da scoprire, nascosta ad occhi non vedenti, aperta a chi  volesse vedere.
Meravigliosamente questa è la città che ho ritrovato leggendo tardi, veramente molto tardi, “Ferito a morte”.


Per rappresentare la dispersione del futuro, lo spreco di anime, le scelte politiche  nefaste,  il vivere irrisolto e insensato, la povertà di mente e di cuore non è necessario intingere il pennello nel nero assoluto.
I grandi artisti hanno raccontato l'orrore usando  parole dolci, immagini solari,  sinfonie bellissime. 
La voce di Billy Holliday che canta Strange fruit, il campo di  girasoli di Van Gog  con gli uccelli neri che volano via, Manhattan di Woody Allen, la Messa di  Requiem di Mozart.
La Napoli di La Capria si apre come una porta finestra  che guarda il mondo, con i suoi soli, i suoi mari azzurri turchesi e blu, le terrazze di rosso cotto, di vasi di basilico e maggiorana, di salvia fiorita e di menta profumata di zucchine  fritte alla scapece.
Napoli che ferisce a morte è  la protagonista del libro che mi è entrato nel cuore.
La Napoli di Grotta Romana, del mare che ondeggia sotto i palazzi di Posillipo, di giardini che si tuffano in acqua, Napoli assolata, calda, madre e amante, la Napoli stregata da Munacielli e Belle Imbriane, dei silenzi e dei boati.
Io amo napoli dei giardini segreti, napoli di strade di campagna strette nel cuore della città, napoli di belle metropolitane e di anime perse, napoli di mille chiese e di musei chiusi, napoli delle parole scritte, dei profumi improvvisi, dei venticelli che sanno di Mediterraneo, napoli di funicolari capresi, di cascate  di glicini in fiore giù da terrazze e balconi, napoli di giardini pensili, di giardini come foreste, napoli di grida notturne che avvertono ladri e trafficanti dell'arrivo della polizia, napoli di casalinghe affette da ludomania che si giocano pensioni e assegni d'invalidità, napoli di uomini che per disperazioni si buttano giù da balconi al quinto piano, napoli di persone che trovano divertente che qualcuno si  tolga la vita gettandosi dal quinto piano.
Ferito a morte parla anche di questo, e di come il volto della città sia stato stravolto, violato, stuprato dal desiderio di dominio di una classe politica ancora legata al vecchio regime, in coma ma non  deceduto,  che aveva il suo massimo esponente  in un uomo ambizioso, cinico,  ingombrante e profondamente antidemocratico: il Comandante Achille Lauro,  ricco armatore,  tardo monarchico, sincero conservatore, convinto capitalista.
Simbolo di un mondo di Potenti e di servi, in cui si compra  un voto con  un pacco di pasta, con una scarpa spaiata, con la metà di una banconota: metodi mafiosi, sempre utili per i propri interessi.
E gli interessi di Lauro erano concentrati in un unica cosa: la speculazione edilizia.
Complici i politici, gli appaltatori, i costruttori “amici”.
Un nome su tutti Mario Ottieri: imprenditore edile. Uomo per tutte  le stagioni.
Nel film “Le mani sulla città” di Francesco Rosi del 1963 Ottieri si chiama  Nottola, un nome simbolico, che ricorda un animale notturno, un pipistrello, uno dei più grandi della specie: colore bruno rossiccio, orecchie e ali nerastre che  vive prevalentemente nei boschi, si nutre di insetti al crepuscolo e di notte, di giorno si rifugia in cavità naturali e artificiali, il suo nome comune è “succiacapre”, il suo nome nella leggenda è “ vampiro”.
Questo film si può considerare l'ultimo capitolo di Ferito a morte.
La Capria ne è uno degli sceneggiatori, dopo due anni dall'uscita del suo libro, dopo anni di “fuga“ dalla città insieme a tanti altri che la lasciarono per poter meglio respirare.
Ed è anche il tema del libro: il senso di colpa per non essere rimasto.
Negli anni 60 i giovani  intellettuali discussero a lungo sulla necessità di restare, di non lasciare Napoli per combattere faccia a faccia contro quel Potere dalle aspirazioni camorristiche e dall'indole spregiudicata, pronta a tutto.
Il film inizia con una carrellata su di una zona desolata in collina, oggi  Vomero alto con  Via San Domenico: è là che dovrà  nascere un agglomerato di case di lusso,  aggrovigliate e affastellate lungo un viottolo di campagna, stretto in salita, circondato e “abbellito “ dalla tangenziale.
Il progetto è aggiungere al panorama di palazzi e case  altro cemento di case e palazzi.
Soccavo, Fuorigrotta, Rione Traiano ...fino ad abbattere case  nel centro storico e ricostruire. Cementificare il mondo.
Un incubo incontenibile e incontrastato.
Il film, di un'attualità inquietante, è una seduta della giunta, una lunga, ripetuta riunione di consiglieri, assessori a Palazzo San Giacomo.

 

Il piglio documentaristico, il crudo bianco e nero senza abbandoni, l'interpretazione magistrale di Rod Staiger e  Salvo Randone, la naturale veemenza politica di Carlo Fermariello, che interpreta se stesso, fanno di questo film un piccolo gioiello.
Che racconta, come accade oggi nei confronti della delinquenza organizzata, che tutti i partiti  hanno usufruito dei servizi di imprenditori disonesti, in termini di denaro profuso, di raggiungimento del  potere, di accumulo di privilegi.
E la figura un po' ridondante di Carlo Fermariello, dirigente del PCI di quegli anni, che contrasta fortemente con gli altri  personaggi più  rarefatti, è  il simbolo della rivolta, della opposizione   ad un regime che si è sempre nutrito di se stesso, rinnovandosi  e risorgendo mille e mille volte.
E' anche il simbolo della disfatta, dell'occasione perduta, della impossibilità di trasformare il mondo.
“La spigola, quell'ombra grigia, profilata nell'azzurro, avanza verso di lui e pare immobile, sospesa, come una fortezza volante quando la vedevi arrivare ancora silenziosa nel cerchio tranquillo del mattino. L'occhio fisso, di celluloide, il rilievo delle squame, la testa corrucciata di una maschera cinese- è vicina, vicinissima, a tiro. La Grande Occasione. L'aletta dell'arpione fa da mirino sulla lingua smagliante del fucile, lo sguardo segue un punto tra le branchie e le pinne dorsali. Sta per tirare- sarà più di dieci chili, attento, non si può sbagliare!- e la Cosa Tremula si ripete: una pigrizia maledetta che costringe il corpo a disobbedire, la vita che nel momento decisivo ti abbandona. Luccica lì, sul fondo di sabbia, la freccia inutile.”
Così La Capria inizia “Ferito a Morte”, con la metafora di una sconfitta.

Laura Lambiase Profeta

Osare.
Avere il coraggio di andare contro corrente, di andare oltre, di valicare confini, di non fermarsi alla superficie. Non esiste una cultura alta ed una meno alta esiste solo la noia. Un gesto creativo senza vita, asfittico, pavido, furbo, conveniente è merda.
Laura Lambiase Profeta ha scritto di musica per "Laboratorio Musica" e "l'Unità"; ha descritto Napoli sul "Mattino" e sulla guida "dell'Espresso"; si è divertita su "Cosmopolitan".
E nata a Pontecagnano molti, molti anni or sono e vive a Napoli tra Paradiso e Provvidenza.


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Commenti   

 
0 #10 Laura Lambiase Profeta 2014-09-29 10:22
Giambi caro,
per amare Napoli ho dovuto odiarla e rinnegarla mille volte.
Perché capire un luogo così nobilmente antico e così barbaramente moderno è un atto di enorme difficoltà e fatica.
Come per tutti gli amori impossibili, una volta che venga ricambiato, diventa bellissimo.
Un bacio
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0 #9 Laura Lambiase Profeta 2014-09-29 08:49
Grazie Pier Paolo,
io so solo descriverla la realtà, forse.
Saperla rompere è il dono dei grandi geni, dei talenti
universali. Dei pochi , felici pochi.
Un bacio
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0 #8 Pier Paolo Cornieti 2014-09-29 08:12
Una regola aurea dice che lo scrittore non deve rappresentare la realtà, ma romperla.
Per la nostra Laura va fatta un'eccezione.
Brava.
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0 #7 Giambi 2014-09-29 07:01
Cara Laura,
la lettura del tuo scritto mi ha fornito qualcosa in più per capire cosa è l'amore per la propria città e per la propria terra.
E', il tuo, un amore completo, che vede, osserva e capisce, che accetta e perdona, ma che non gira gli occhi altrove fingendo di non vedere o non sapere.
Un amore che, proprio perché grande, è anche critico e incisivo.
Io sono molto lontano da Napoli, non tanto per la distanza fisica, ma perché credo che sia estremamente difficile conoscere e capire una realtà così complessa, ricca e sfruttata, cordiale e violenta, celebrata e mortificata.
Problemi enormi si riversano su Napoli, ma di sicuro, anche se ferita, Napoli sopravvivrà a tutto.
Ciao
Giambi
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0 #6 Laura Lambiase Profeta 2014-09-29 05:16
Carissimo Angelo,
a Napoli ci sono arrivata adolescente e ho sentito tutto il peso di un popolo concentrato su se stesso e in continua lotta contro la città.
Nessuno come il napoletano "verace" odia Napoli.
Nessuno che si accorga di quei tesori nascosti, ne percepisca la presenza. Così tutto diventa uguale,
appiattito ai livelli più bassi dove ciascuno possa riconoscersi e demonizzare.
Io ho avuto la fortuna di conoscere e capire questa città da adulta, di scoprirne le asperità come le dolcezze, i misteri profondi come le vezzose superficialità. Bisogna divenire "viaggiatore del mondo" per guardare con occhi stupefatti città come le nostre ed amarle.
Un bacio
Citazione
 
 
0 #5 Laura Lambiase Profeta 2014-09-28 06:12
Carissima Assunta,
sì di Erri de Luca amo la mente libera da schemi e il corpo esile. La sua scrittura essenziale, molto diversa dalla mia, parla di Napoli in maniera elegantemente appassionata.
In seguito agli ultimi eventi il mio articolo sembra essere il discorso di commiato sul cadavere di questa città. Un dolce e accorato addio.
Citazione
 
 
0 #4 angelo 2014-09-27 23:17
In tanti abbiamo visto di De Magistris e Pisapia, l'inizio di una nuova era. Può darsi che non tutto è andato come doveva, o che le speranze e le aspettative erano superiori quanto umanamente possibile. Mi spiace quel che sta accadendo a De Magistris, sono convinto che a suo tempo abbia fatto solo il suo dovere di magistrato, ma il nostro è il paese degli azzeccagarbugli , uno strano paese dove chi fa il proprio dovere rischia di violare le regole. Napoli è una città straordinaria che non si può non amare nonostante tutto e forse proprio per quel tutto. E non riesco, leggendo questo bellissimo articolo a non cogliere analogie con la mia Taranto, una Napoli minore, due terre baciata dagli dei per essere violentate dall'uomo. Quartieri nuovi vere apologie del cemento da boom economico e una millenaria città vecchia che ancora continua a rivelare tesori nascosti ma dove certa "legalità alternativa" è dura a morire, dove tuttavia resiste un'umanità che altrove pare sconosciuta.
Citazione
 
 
0 #3 Assunta 2014-09-27 09:58
Anch'io,da lombarda,voglio dare la mia piena solidarietà a De Magistris.
Quando e' stato eletto,lui a Napoli e Pisapia a Milano,una ventata di speranza,di gioia,ha travolto le due città.
E' parso che la storia potesse cambiare,che una rivoluzione pacifica fosse iniziata.
E invece....,
Un abbraccio al tuo Sindaco.
Assunta
Citazione
 
 
0 #2 Assunta 2014-09-27 09:29
"Adda tene' pacienza pure int'a casa sola",doveva avere pazienza pure a casa sua.
E' bella la pacienza in napoletano perché mette un po' della parola pace dentro la pazienza. Erri De Luca

Laura carissima,ho trovato questa frase scritta dall'uomo che tu segretamente ami.
Hai scritto un inno d'amore a Napoli.
Un inno pieno di poesia,di profumi,di delicate e appassionanti parole per la tua splendida,spett acolare,stupefa cente città.
Hai trasmesso splendore e miseria.
Solo chi ama visceralmente sa donare emozioni così intense.
Un grande,grande abbraccio.
Assunta
Citazione
 
 
0 #1 Laura Lambiase Profeta 2014-09-27 08:01
Questa mia città, mai rassegnata, mai definitivamente
violata sta subendo un' ennesima offesa.
Tutta la solidarietà al sindaco, da me scelto e votato, Luigi De Magistris.
I napoletani con un cervello pensante e un'anima linda
gli sono accanto in questo momento di grave attentato
alla sua dignità di uomo onesto.
Un forte abbraccio.
Laura Lambiase Profeta
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