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Ma siete sicuri di essere usciti dall’Eden?


I gruppi di aborigeni che fino a non molto tempo fa vivevano e prosperavano nella terra di Arnhem in condizioni simili a quelle di millenni addietro dedicavano alla ricerca del cibo non più di tre o quattro ore al giorno e per il resto non avevano molto da fare. Ce lo dice Marshall Sahlins in Stone Age Economics, libro che quando uscì, nel 1972, fece scalpore perché rivelava al mondo come spesso in passato gli esseri umani avessero vissuto nell’abbondanza: “I cacciatori-raccoglitori lavorano meno di noi. La ricerca del cibo, lungi dall’essere un lavoro continuo, è intermittente; lo svago non manca e durante la giornata si dorme di più che in qualsiasi altro tipo di società” (Stone Age Economics, Aldine, Chicago, p.14). Naturalmente non stiamo cercando di riproporre il mito dell’età dell’oro e nemmeno una qualche forma di datato “ritorno alla natura”, tuttavia le tesi di Sahlins hanno il grandissimo merito di mettere in evidenza la relatività dei criteri coi quali possiamo decidere dell’abbondanza.
Infatti che cos’è l’abbondanza? Avere di più di quanto si abbisogna. Sotto questo profilo vale forse la pena di ricordare l’etimologia della parola, che viene dal latino unda (ab-undare), a sua volta legato alla radice indoeuropea *-wed, cui si riconducono in genere le parole che significano acqua (water, voda, wasser ecc.): come dire che c’è abbondanza quando c’è più di quanto ci serva di ciò che è indispensabile alla vita. E dato che, come si dice, l’acqua è la vita,  abbondanza significa più vita. Ma che vita? Questo è il punto: gli aborigeni della terra di Arnhem non avevano affatto lavatrici, ristoranti, automobili, cellulari e tablet… eppure vivevano in regime di abbondanza. Ed ecco che allora qualsiasi interrogazione in merito all’abbondanza (e alla scarsità) si deve centrare sulla domanda chiave: che cosa conta? Che è in ultima analisi una questione di valori.
E pertanto di aspettative: percepiamo come abbondante ciò di cui, certamente, abbiamo un sovrappiù ma anche, e soprattutto, ciò che abbiamo desiderato avere. Il che ci mostra un altro lato del concetto: l’abbondanza è necessariamente legata alla mancanza (alla penuria) per via della sua correlazione col desiderio, tant’è che nessuno percepiva, per lo meno fino a qualche secolo fa, come abbondante l’aria, quella salubre per lo meno, benché sia di certo più indispensabile alla vita dell’acqua. Ma che cos’è il desiderio e come si articola con l’economia? Secondo molti (Massimo Recalcati, per citarne uno), il desiderio, in una sua modalità perversa e malata, informa di sé tutta la nostra civiltà moderna perché ci ingiunge di godere sempre di più e sempre di nuovo, di soddisfare sempre nuovi desideri. Ed è forse questo il motivo per cui ci sembra oggi, in piena crisi economica, che il giochino si sia rotto: si possono desiderare un’auto sempre più grossa o vacanze sempre più lussuose fino a quando ogni giorno si guadagna più di ieri e meno di domani (come si diceva un tempo nelle dichiarazioni d’amore) ma quando le aspettative di crescita si fanno pessimistiche che succede? La nostra aspettativa di abbondanza futura scema, s’incattivisce, implode, ed entrano in scena la disperazione, la depressione, l’invidia e l’odio per chi ha qualcosa di più, insieme alla nostalgia risentita per i bei tempi che furono.
E se infatti c’è qualcosa di cui oggi abbondiamo, nella nostra società e nelle nostre organizzazioni, è proprio il malessere nel suo malevolo intreccio col risentimento: ce n’è molto più di quanto ce ne serva e abbastanza da rasentare l’insopportabile. Il fatto evidente è che abbiamo passato il segno e che la nostra gestione delle aspettative relative alla coppia abbondanza/scarsità sta mostrando ferocemente i suoi limiti. Come diceva Jean Paul Sartre: “Nella pura reciprocità, l’Altro da me è anche il medesimo. Nella reciprocità modificata dalla penuria, il medesimo ci appare come il contro-uomo (…) portatore per noi di una minaccia di morte.” (Critica della ragione dialettica, Il Saggiatore, 1963, p. 257). E allora che fare?  Come ridefinire il nostro rapporto con ciò che ci manca e ciò che vogliamo, con ciò che speriamo di avere e ciò che di fatto abbiamo?
Evitando di inoltrarci nella disamina della nozione di desiderio così come si presenta dal Convivio di Platone alle ultime formulazione dei post-lacaniani, e tralasciando altresì di esplorare le più complesse implicazioni relative al concetto di abbondanza nelle diverse teorie del capitalismo, ci rivolgiamo con bella ingenuità da fenomenologi (ovvero chi cerca di guardare le cose come si presentano) alla buona e vecchia piramide di Maslow.


Come si vede facilmente i bisogni degli ultimi tre gradini sono essenzialmente soddisfacibili da asset immateriali ed è curioso riscontrare come da almeno cinquant’anni si cerchi di soddisfarli con l’acquisto di beni o di servizi che hanno spesso un ruolo di mero mezzo o al più di riempitivo narcisistico: lo smartphone dernier cri, il viaggio più prestigioso, il college che garantisce al figlio la futura carriera ecc. ecc. Ed è proprio a partire da qui che è forse possibile una riflessione in vista di una via d’uscita che, come in parte già anticipato, può riguardare la ridescrizione dei criteri e delle aspettative.
Per essere brevi: in primo luogo, la valorizzazione di quanto si ha già; in secondo luogo la valorizzazione di ciò che si può avere senza la crescita (in primo luogo economica) – il che ci porta dritti filati  nell’ambito della sostenibilità, che in questa sede tralasciamo se non per ricordare che crescita e sviluppo sono due cose diverse: la prima è dimensionale, il secondo prevede l’aumento della diversità (per esempio in un ecosistema la biomassa può crescere distruggendo la biodiversità). Ma… in pratica? Ci sarebbe da scriverci un libro ma giusto per dare qualche spunto: abbondiamo di cibo (noi, altri meno), vestiario, informazioni a basso costo ecc. E credo che varrebbe la pena ricordare ogni giorno, come facevano e fanno i francescani e altri monaci, di quanto di tutto questo abbondiamo, se non lo diamo per scontato. Quanto al resto… un luogo di lavoro riscaldato è una gran bella cosa, ma anche ricco e “caldo” perché abbondante di buone relazioni e benessere emotivo, per esempio, offrirebbe un gran bel vivere. E così si può proseguire parlando di welfare aziendale, occasioni di sviluppo umano, attenzione alle specificità delle persone ecc. ecc.
Insomma, a volte forse potrebbe davvero bastare chiedersi come si potrebbe fare a salire gli ultimi tre gradini della scala di Maslow pensando soltanto ai fini – per trovare altri mezzi:  “Paradise is exactly like where you are right now, only much much better” (Laurie Anderson, ‘Language is a virus’,  Home of the Brave, 1986)

Paolo Cervari

Laureato in filosofia, ho fatto il giornalista, il copywriter, il manager della comunicazione. Ho pubblicato tanto saggistica (Il filosofo in azienda, Apogeo) come fiction (L’Immortale, Mondadori). Sono stato in board in piccole aziende, alcune a elevata innovazione, e da molti anni mi occupo di sviluppo organizzativo e coaching. Sono consulente filosofico iscritto a Phronesis (Associazione per la Consulenza Filosofica Italiana), ho una certificazione del MRI (Mental Research Institute, Palo Alto, USA) e faccio parte di AIDP (Associazione italiana direttori del personale) e di PLEF (Planet life economy foundation).

Sito internet: www.cervari-consulting.com, blog http://paolocervari.blogspot.com, profilo in linkedin http://www.linkedin.com/pub/paolo-cervari/31/713/3b9    Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 


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