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Anche nell'ultimo anno il sistema politico internazionale è stato scosso da una serie interminabile di crisi di grande portata, nessuna delle quali ha ancora trovato una soluzione.

Il mondo è diventato più instabile ed insicuro.

La prima in ordine di tempo è stata la crisi tra Russia, Ucraina, Europa e Stati Uniti che, iniziata come un conflitto interno all'Ucraina, si è trasformata poi in una crisi internazionale, dapprima con l’ingresso delle truppe russe nell'est dell’Ucraina, successivamente con la secessione della Crimea restituita alla Russia, infine con lo scambio incrociato delle sanzioni economiche tra Occidente e Russia. La Russia è passata dal ruolo responsabile della comunità internazionale ad un atteggiamento antagonista verso gli Stati Uniti e l’Unione Europea su tutti i fronti internazionali. Gli accordi di Minsk del febbraio scorso tra la cancelliera tedesca Merkel, il presidente francese Hollande, il presidente russo Putin e il primo ministro ucraino Porochenko per la cessazione delle ostilità nell'Ucraina orientale in cambio della concessione dell’autonomia federale alle regioni secessioniste del Bacino del Don sono continuamente messe in forse dagli scontri tra l’esercito ucraino e le forze ribelli a Kiev sostenute copertamente dalla Russia.

 

 

Sul fronte europeo la crisi greca è bloccata in attesa delle elezioni politiche del 20 settembre prossimo, indette inopinatamente dal primo ministro Tsipras che aveva accettato di firmare con i creditori internazionali un terzo memorandum che, in cambio di 86 miliardi di euro di prestiti supplementari in aggiunta ai 156 miliardi concessi in precedenza, impone alla Grecia nuove misure di austerità e un vasto programma di privatizzazioni. La Grecia appare ora una nazione polverizzata dalle strettezze  della popolazione e dalla sfiducia sia verso la classe politica incompetente che ha creato il disastro economico che l’alternativa radicale rappresentata da Syriza, il partito di Tsipras, nel frattempo diviso tra la fazione propensa all'attuazione del piano di riforme dettato dall'estero e quella facente capo alla “piattaforma di sinistra”, che lo rifiuta in quanto giudicato contrario al programma originario di Syriza. Quale che sarà l’esito elettorale, è chiaro che il paese non si risolleverà se non verrà affrontato, con la solidarietà dell’Europa, il problema dell’enorme debito pubblico, riducendone fortemente l’ammontare o rinviando nel tempo il rimborso ai creditori internazionali, e sarà allentato il peso delle misure di austerità. L’alternativa, deprecabile sia per la Grecia che per l’Europa, sarebbe l’uscita del paese dall'Unione monetaria, che avrebbe ancora più gravi conseguenze per l’economia e la popolazione greca e significherebbe l’inizio di una involuzione del processo di unificazione economica e politica della stessa Europa.

Nell'Asia orientale si è rafforzata la spirale di insicurezza, in un quadro politico-strategico sempre più complesso comprendente, oltre alla Cina e agli Stati Uniti, attori regionali quali il Giappone e le due Coree e attori fino a pochi anni fa estranei alla regione quali l’India, che aspira ad assumere sulle orme della Cina una presenza più forte come paese emergente sul piano politico ed economico. I rischi maggiori alla stabilità della regione provengono dalle crescenti rivendicazioni territoriali della Cina che urtano con le analoghe pretese di sovranità e di sfruttamento economico delle risorse da parte  di altri sei paesi e che si sostanziano in atti di intimidazione e di occupazione territoriale con l’impiego crescente di forze militari, marittime ed aeree (come succede nel contenzioso con il Giappone per il possesso delle isole Senkaki, Diaoyu in cinese, e con le Filippine per le isole Spratly).

Il disordine e l’instabilità sono divenuti più acuti nel Medio Oriente (in Siria e in Iraq), nel Nord Africa (Libia) e in una vasta parte dell’Africa sub-sahariana  (vedi in Nigeria in particolare, ove spadroneggiano le milizie jihadiste di Boko Haram). L’estremismo islamico ha ampliato la sua sfera di influenza ed è diventato più difficile da contrastare. Flussi migratori e terrorismo investono un’Europa fino ad ora incapace di rispondere.

L’irruzione dello Stato islamico dell’ Iraq e del Levante (Isis), o del Califfato come viene anche chiamato, ha portato allo sfaldamento della Siria e alla deriva dell’Iraq dopo il frettoloso ritiro americano, ha alterato nel marasma che si è creato i termini del confronto politico ed ideologico fra i due grandi antagonisti della regione, Arabia Saudita e Iran, risolto infine gli Stati Uniti a costituire una coalizione di paesi volenterosi,  cui aderiscono una trentina di paesi occidentali ed arabi, che si è finora limitata ad una pura e semplice azione di contenimento dell’orda califfale, con l’impiego di aerei e droni ma senza mettere, come suole dirsi, i piedi sul terreno, secondo il principio di non intervento diretto che è stato il fulcro del mandato del presidente  Obama.

In realtà, la strategia fallimentare contro l’Isis si è basata sulla ipocrisia sostanziale di Stati che partecipano ad una vaga coalizione dove ciascuno persegue interessi diversi se non opposti.

E’ in questo senso evidente l’ambiguità della Turchia che, più che intervenire contro le milizie dell’Isis, come richiedeva il suo stato di appartenente alla Nato e di alleato degli Usa, ha usato le bombe sui Curdi che hanno mostrato di essere i combattenti più risoluti del sedicente Califfato. Nel già confuso scenario mediorientale si è da ultimo presentata la Russia, che da tempo fornisce assistenza militare al regime di Damasco, con l’intenzione di intervenire più decisamente contro l’Isis con forze di terra a sostegno della Siria, dopo i raid aerei annunciati dalla Francia e la Gran Bretagna nel quadro delle attività della coalizione guidata dagli Usa. E’ una iniziativa quella russa che può avere risultati inaspettati per la sistemazione della regione, offrendo un’ancora di sopravvivenza al regime siriano, che Usa, Francia e Gran Bretagna vorrebbero invece togliere di mezzo.

Complice la situazione di estrema instabilità in Libia, l’avanzata del terrorismo islamico in Nord Africa non conosce soste. Represse per il momento dalle forze di sicurezza algerine, le milizie dello Stato islamico si sono impadronite della città libica di Sirte, hanno fomentato in Tunisia gli attentati al Museo del Bardo e sulla spiaggia di Sousse e fanno resistenza attraverso un movimento collegato all'esercito egiziano nella penisola del Sinai. In Libia, i negoziati avviati da più di un anno sotto l’egida dell’Onu per formare un governo di unità nazionale  che metta insieme le fazioni che si combattono sul campo vanno avanti senza risultato, mettendo in forse la successiva missione europea di stabilizzazione. A fronte dello stallo, sta maturando, dopo la richiesta di intervento militare contro l’Isis fatta alla Lega Araba dal governo di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale, l’ipotesi di una strategia araba che agisca direttamente sul campo attraverso una Forza congiunta  e comprenda anche assistenza militare per affrontare lo Stato islamico.

Intanto la fuga verso l’Europa dei migranti dai paesi in via di disgregazione, dalla Siria principalmente ma anche dall’Eritrea, dalla Somalia e dall’Afghanistan, ha assunto le dimensioni di un esodo di massa: secondo i dati di Frontex, l’intervento europeo di controllo e di salvataggio nel Mediterraneo, sono più di mezzo milione i migranti rilevati alle frontiere dell’Unione Europea nell'anno in corso (156.000 nel solo mese di agosto) contro i 280.000 di tutto il 2014. Alle aperture della Germania, riferite ai soli profughi dalla Siria e poi richiuse in parte, si sono opposti il muro levato dall'Ungheria al confine con la Serbia sulla rotta verso la Germania e l’indisponibilità dei paesi dell’Est (Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Romania) ad accettare le quote previste dal piano della Commissione per la sistemazione di 160.000 profughi. Di fronte all'emergenza umanitaria l’Europa si è ancora una volta incerta e divisa: questa volta fra Est ed Ovest, come nel caso dell’emergenza greca lo è stato fra Nord e Sud.  

Nell'analisi degli studiosi di questioni internazionali all'origine di queste crisi sono i mutamenti di grande portata che si sono verificati sulla scena mondiale con l’emergenza simultanea di molteplici centri di potere con aspirazioni regionali e potenzialmente globali.

Mentre gli Stati Uniti affrontano una fase di relativo declino e l’Europa e il Giappone ristagnano, Cina, India, Brasile, Russia, Turchia, Indonesia ed altri “flettono i loro muscoli”, espandono la loro influenza regionale ed insistono per avere maggiore voce nelle istituzioni multilaterali. Il mancato riconoscimento di questa nuova situazione ha provocato l’inceppamento dei meccanismi di prevenzione e di controllo previsti nell’ancora vigente ordine internazionale post-bipolare. Questo vale in particolare per il supremo organo di intervento internazionale, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ancora dominato dalla vecchia guardia ostile alla sua riforma, che risulta esautorato dagli organi venuti alla luce successivamente, come il G8 e il G20, dove peraltro si riproducono gli stessi contrasti fra vecchie e nuove potenze, e potenze rinate come la Russia di Putin.

Secondo altri studiosi, al centro del collasso dell’ordine internazionale starebbe il “disorientamento” della politica estera degli Stati Uniti, che di quell'ordine avrebbe dovuto essere l’artefice e il garante. Più che di disorientamento si dovrebbe parlare di ondeggiamento, quale si è manifestato, nell'ordine, nell'iniziale disimpegno in Afghanistan e in Iraq, in entrambi i casi  in parte recuperato, poi più decisamente nella crisi russo-ucraina con le sanzioni comminate alla Russia d’intesa con l’Europa, poi nella debole resistenza all'avanzata dello Stato Islamico alla guida di una titubante “coalizione di volenterosi “  e, infine, nella conclusione degli accordi di Vienna, un eccellente risultato di politica estera  che reinserisce in modo non antagonistico l’Iran nel rebus mediorientale.

Deludente e contraddittoria è stata invece la risposta alle crisi dell’Unione Europea, come si è visto nei casi della Grecia e dei migranti. Qui, le difficoltà a trovare una posizione comune riflettono i difetti di un sistema traballante, le cui regole e istituzioni sono state “costruite solo per metà” ed il cui ultimo sbocco, se una Unione pienamente integrata o una semplice accozzaglia di stati nazionali distinti, resta ancora nel limbo delle discussioni accademiche.

In definitiva, la frantumazione del quadro geo-politico con l’irrompere sulla scena globale di nuove ambiziose potenze, l’affievolimento del direttorio occidentale che ha finora retto bene o male le sorti del mondo, l’inceppamento dei meccanismi di prevenzione e controllo delle crisi, l’ avanzamento di movimenti terroristici a carattere transnazionale, dapprima al-Qaeda e ora Isis, il dilagare del fondamentalismo religioso e, non da ultimo, la formazione di movimenti populisti e razzistici al di fuori di ogni regola, hanno posto il sistema internazionale in uno stato di virtuale anarchia, di cui sono riflesso l’epidemia corrente di crisi fuori controllo e la proliferazione di stati falliti o in via di fallimento (come è avvenuto con la Somalia, l’Eritrea, l’Afghanistan ed ora con la Siria e l’Iraq).

Ci vorrà tempo prima che un nuovo ordine internazionale si instauri sulle spoglie del vecchio.

Nella fase transitoria che stiamo vivendo si presenta l’opportunità di anticipare i tempi invertendo i termini del processo di soluzione dei conflitti locali: da una evoluzione up-down, come è attualmente, ad una down-up, partendo cioè dalla risoluzione delle controversie locali ad opera dei soggetti direttamente interessati agli interventi di garanzia e di sostenibilità delle istituzioni multilaterali, anziché dalle soluzioni imposte dalle maggiori potenze con interventi diretti sulle parti in conflitto. Sviluppi promettenti in questo senso si mostrano nei due luoghi più cruciali dell’attuale disordine internazionale: il Medio Oriente e la Libia. Nel Medio Oriente, l’accordo di Vienna restituisce all’Iran piena legittimità a partecipare alla sistemazione della tormentata regione di concerto con gli altri attori  regionali, una volta eliminato il terrorismo islamico con lo sforzo di tutti sostenuto dalle maggiori potenze. A queste, Russia inclusa, ed alla comunità internazionale espressa dalle Nazioni Unite  spetterà poi di dare garanzie di stabilità e di sviluppo all’area. In Libia, sono da tempo in corso negoziati per la formazione di un governo di unità nazionale condotti dall'inviato delle Nazioni Unite con il concorso degli stati vicini. Una volta raggiunto questo risultato, è previsto l’intervento coordinato dall’Unione Europea con finalità di mantenimento della pace, stabilizzazione e ricostituzione delle funzioni statali.

In entrambi i casi sarebbe dato all'Unione Europea un ruolo fondamentale per contribuire al consolidamento della pace e alla sviluppo sociale ed economico di territori da cui provengono le masse disperate che premono alle sue frontiere.

 

Min. Eugenio Campo (Ministry of Foreign Affairs - Rome) rtd.

Ha prestato servizio diplomatico in Svizzera, Nigeria, Yemen, Cina e Stati Uniti e si è occupato al Ministero degli Esteri di cooperazione culturale e scientifica e di cooperazione allo sviluppo. Ambasciatore in Bolivia dal 1998 al 2002. Direttore Generale Aggiunto presso l'Iniziativa Centro-Europea in Trieste dal 2006 al 2007.


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