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“La storia dell’uomo è caratterizzata da una costante mobilità di singoli, di gruppi, talvolta d’interi popoli, da una regione all’altra della terra, alla ricerca di migliori condizioni di vita. Se quella economica fu la causa prima dei movimenti migratori, accanto ad essa altre ragioni diedero impulso al fenomeno: guerre, conflitti sociali, intolleranza religiosa. Dalla diaspora del popolo ebraico, conseguente alla conquista romana della Palestina, fino al dramma recente dei popoli curdo, vietnamita, tamil, eritreo: la storia del genere umano è segnata da questi dolorosi spostamenti collettivi.”
 

 

L’ho colta, la citazione, da un libro di testo di qualche decennio fa. Se fosse stato scritto in questi giorni, leggeremmo “del dramma dei popoli siriano, iracheno, afgano e nordafricani”. E fors’anche, che mai prima la dinamica di tale flusso – guerre mondiali escluse – fu ‘si’ martellante e malgovernabile come si presenta oggi nel Mediterraneo e sulla cosiddetta Rotta balcanica. Ripeto: guerre mondiali escluse!

Si contano oramai a centinaia di migliaia, secondo alcune stime, addirittura due milioni, coloro che dalle realtà in guerra nel Medio Oriente e in Africa e non solo nel mondo musulmano, hanno deciso di emigrare e cercare riparo in Europa, unico continente fra i grandi mari, per così dire, a portata di mano e in condizioni di pace e relativo benessere. Dalla vendita dei beni o in altro modo hanno raccolto quanto necessario per pagarsi e affrontare il viaggio, detto addio alla propria terra e si sono messi in marcia convinti o, per lo meno, speranzosi, di trovare all’arrivo un’accoglienza appropriata, un lavoro, un posto ove metter su casa, riassestare la propria esistenza, puntellare il proprio futuro.

Ma ogni giorno che passa, svela “la vanità di tali speranze”, come ebbe a scrivere Leopardi.

Una diciottenne siriana intervistata all’arrivo in Slovenia, dopo mesi di cammino e vicissitudini di ogni tipo, ha ammesso: “Ero partita con mio padre che ora non so dov’è ci siamo persi per strada, diretti in Germania, ma se avessi saputo cosa mi aspettava, sarei rimasta a casa. Oramai sono al punto del non ritorno, per cui vado fino in fondo!” Ed era autunno. Un autunno ancora caldo e confortevole.

E la Germania ancora lì, con le braccia aperte, a proclamare il benvenuto a chiunque l’avesse scelta come terra d’arrivo. Mi auguro che la giovane l’abbia fatta e si sia ricongiunta al genitore.

Ma oggi siano in pieno inverno, un inverno freddo, tutt’altro che accogliente, e siamo in un’Europa, Germania compresa, che le braccia le tiene mosce, cadenti, se non conserte. Anzi. Un’Europa che pian pianino si chiude, che si recinta, anche col filo spinato, che dice no, basta, siamo al completo! Coloro che siete in viaggio vedete di fare dietro front, chi non è ancora partito restituisca il biglietto e lo si faccia rimborsare.

L’Hotel Europa è colmo, non ci sono più ne camere ne posti letto in soffitta.

Se se ne trova qualcuno, è già prenotato. Alla reception ostentano ancora relativa gentilezza e cortesia, ma nel retro già ci stanno coloro, spesso rasati a zero e con qualche svastica tatuata sul braccio, che al sorriso preferiscono il bastone chiodato e la catena.

Esagero apposta, ma vero è che il NO all’arrivo e all’accoglienza di gente di altre e lontane realtà culturali e religiose e in specie dell’Islam è in forte e rapida crescita. Gli attentati di Parigi e altrove rivendicati dall’ISIS, le molestie di fine anno alle donne di Colonia, per mano di rifugiati su di giri, hanno fatto la loro. Fra generalizzazione, stereotipi, pregiudizi, isteria anche mediatica, paura e ignoranza, è il neofascismo a farsi strada, a legittimarsi e a riproporsi addirittura al governo. Spicca il Fronte nazionale di Marine le Pen in Francia, ma ideologie di questo stampo son già politiche di stato nell’Unione europea dell’est dove si dichiarano non fascisti ma patrioti e declinano, in barba ai valori e principi cui si erano confessati, l’invito a una distribuzione solidale ed equa del fardello migratorio. “Da noi i profughi, richiedenti d’asilo e migranti non li vogliamo! Se li prenda la Germania tanto ha fatto per stimolarli a venire. E’ un problema suo, non europeo!” – è esplicito e accusatorio il premier ungherese Orban, il primo a recintare e chiudere il proprio confine alle colonne di disgraziati che provenivano dalla Croazia. Poi il flusso ha cambiato rotta e ha investito la Slovenia. E visto che ha potuto farlo lui ed e’ rimasto impunito, perché non gli altri? Tutto l’est ha seguito il suo esempio e si è chiamato fuori. L’unico contributo degli ultimi arrivati in Europa, la disponibilità all’invio di reparti di polizia a dar manforte ai colleghi europei alle frontiere non ancora chiuse. Un obolo per salvare la faccia.

Si è tentato più volte, soprattutto su pressione della cancelliere tedesca Markel, del presidente della Commissione europea Juncker, e dei governi più oberati dalla crisi, vedi il nostro, quello sloveno, di definire una strategia comune UE per far fronte all’emergenza sia nelle sue manifestazioni più immediate e acute, sia in quelle di prospettiva, ovvero debellare le ragioni e i focolai dell’esodo e definire, per dirla con parole povere, i posti letto ancora disponibili nei singoli paesi membri dell’unione. Il premier sloveno Cerar ha per altro proposto un comune e più rigoroso controllo, registrazione compresa, dei transiti alla frontiera greco-macedone. Tanti i consensi, ma su accordi e delibere concrete ancora nessun movimento, anche se il dialogo soprattutto con Austria e Germania resta aperto e attivo.

Cerar ha anche spiegato il perché di questa sua iniziativa. In terra balcanica, ove gli animi nazionalisti e militanti che venticinque e passa anni fa generarono il sanguinoso crollo della Jugoslavia non si sono ancora sopiti, può bastare un nonnulla per riarmarli. E le decine di migliaia di profughi che giornalmente transitano queste realtà creando non pochi problemi e irritazioni alle rispettive autorità e opinioni pubbliche, non sono certamente cosa di poco conto.

Addirittura fra due membri della stessa famiglia europea, fra Slovenia e Croazia, si sentono di tanto in tanto scricchiolii che creano apprensione. Il tracciato della frontiera non è ancora del tutto condiviso ed è anzi oggetto di giudizio all’apposito arbitrato dell’Aia che dalla primavera scorsa la parte croata dichiara di non riconoscere più, e poi la Slovenia che su questo tracciato ci mette addirittura il filo spinato, sorda ad ogni pretesa del vicino di rimuoverlo non solo perché incivile e inutile a fermare o dirottare il flusso migratorio, giudizio che condivido anch’io come la maggioranza di coloro che vivono su questo confine, ma soprattutto perché, per diversi tratti, - come sostengono a Zagabria – “su terra croata”. E non c’è feeling fra i due neanche sul come gestire l’emergenza profughi.

Insomma, la cosiddetta rotta balcanica va quanto prima sdoganata e alleggerita dal fardello migratorio se si vuole che le micce in questa regione restino spente – è il monito sloveno.

Ma perché “Mondo dell’esodo, attento”?

Perché, se fossi alla testa delle folle di uomini e donne, bambini, anziani e invalidi, che con gli zaini in spalla e le valige in mano in Siria, Iraq, Afganistan, Turchia e altrove attendono di partire per il presunto Eldorado europeo, direi loro:

“Pensatesi un tantino ancora, prima di intraprendere quest’odissea. Ben che vada, salvo pochi fortunati, passerete mesi sul percorso di viaggio e poi, se non sarete rimpatriati, il che vanificherà tutti gli sforzi e i sacrifici fatti e le spese sostenute, anni nei campi di raccolta, molti in strada, emarginati, esclusi, calpestati nei diritti e nella dignità, invisi e respinti dagli autoctoni, con poche opportunità di integrazione e qualche lavoro occasionale, precario e mal pagato. Spesso in condizioni di schiavitù, tentati dalla malavita, ma nel mirino della polizia anche solo per il colore della pelle e il modo di vestire."

Vero, così non dovrebbe essere nell’Europa del terzo millennio, nella Grande Europa multiculturale, ospitale ed esempio di civiltà e progresso, ma così essa si prospetta. Anche da noi, in Slovenia, ove un tantino d’illuminismo nel governo c’e’ ancora, se gli condono la recinzione, ove a guidarlo è il centro sinistra che si dichiara pronto ad accogliere e dare alloggio e assistenza anche a una decina di migliaia di rifugiati, senza distinzione di colore, lingua o religione, qualora decidessero di rimanere. Ma crescono le quotazioni della destra nazionalista e xenofoba capitanata dal partito democratico di Janez Janša, cui anche Orban sembra un tantino troppo tenero. Non solo vuole l’esercito alla frontiera con la Croazia e il filo spinato sull’intero suo percorso (650 km), ma si prepara a costituire – sarà il punto primo del suo programma elettorale – una Guardia nazionale di venticinquemila patrioti volontari per meglio difendere la purezza del costume e della cultura, per non dire sangue, sloveni. I sondaggi lo danno vincente, grazie a Dio, non ancora necessariamente premier.

E lo ripeto, sempre ben che vada, perché anche un qualcosa di peggio per tutti, non solo per i nuovi arrivati, non è da escludersi. E non mi riferisco solo al bollente pentolone balcanico. Preoccupanti crepe si diramano oramai su tutte le mura della Comune casa europea e il 27 gennaio, Giorno della Memoria, appare sempre più solo fine a se stesso o, peggio ancora, una semplice annotazione sul calendario.


Da Capodistria (Slovenia) Aurelio Juri, ex parlamentare sloveno e europeo
Giovedì, 21 gennaio 2016

Aurelio Juri
Author: Aurelio Juri

Nato a Pola in Croazia, risiede fin da piccolo a Capodistria in Slovenia. Appartenente alla comunità nazionale italiana, sposato con due figli.

Di professione giornalista - 19 anni nei programmi informativi in lingua italiana a Radio e TV Koper-Capodistria. Entrato nel 1973 nella Lega dei comunisti, seguendo un po' le orme del padre Vittorio, comunista e partigiano, contribuì attivamente nel 1990 al processo di democratizzazione e indipendenza del paese e alla trasformazione del partito in socialdemocratico. 8 anni sindaco di Capodistria, negli anni della transizione al sistema pluripartitico e della guerra di indipendenza, e successivamente parlamentare nazionale (12 anni, ovvero 3 legislature) ed europeo (supplenza di 1 anno in sostituzione del presidente del governo Borut Pahor). Impegnato soprattutto sui temi della politica internazionale, dei diritti umani e delle minoranze nazionali, della convivenza, del buon vicinato, della multiculturalità nonché su quelli ambientali, pacifisti e della democrazia locale.

Per 5 anni membro del Congresso dei poteri locali e regionali del Consiglio d'Europa e per 8 anni membro della Presidenza del Forum parlamentare europeo Habitat.

Ritiratosi dalla politica attiva nel 2009,a conclusione del mandato a Bruxelles, per divergenze col partito sul contenzioso frontaliero fra Slovenia e Croazia, ovvero per aver osteggiato apertamente il blocco posto dalla Slovenia ai negoziati della Croazia di adesione all'UE.

Da allora in pensione. 

http://aureliojuri.blogspot.it/2014/05/aurelio-juri.html


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