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Chi sei tu? Sei il tuo corpo. Sei la tua fisionomia. Sei il tuo cervello, che immagina le ore future a danzargli innanzi vaghe di lusinghe – come scriveva  Ugo Foscolo. Ma è più interessante che ti identifichi con i memi che generi. Con le parole, le idee, i concetti, le invenzioni, le abilità, le memorie che puoi trasmettere e ti possono sopravvivere.

Tempo fa sono morti alcuni amici miei. Erano uomini interessanti e originali. Hanno lasciato segni profondi nella mente mia e in quelle di tanti altri. Le loro mogli erano tristi – alcune disperate. Gli ho detto:

“Tuo marito è vivo. Ascolta le parole di lui che ricordo bene e che ti ripeto. Rileggi le cose che ha scritto negli ultimi anni.”

Erano esortazioni ragionevoli e che sono state accolte bene dalle mie amiche. Però, ora che sono vivo, non potrei spiegare chi sono rimandando alle parole che ho detto o scritto o alle idee che ho diffuso. Molte le avrò dimenticate. Ogni tanto qualcun altro le ricorda e mi sorprende citandomele.

Per definire a te stesso chi tu sia (un esame di coscienza?) normalmente non pensi alla tua cronologia – date, giorni, ore – ma alle tue memorie. Tu sei quello che ha fatto, ha detto, ha visto - anche se vedi sfocati certi eventi, certe situazioni, certe parole. Alcune di queste – spiacevoli – vorresti non ricordarle più. Quelle che hai scordato [cioè: “tolto dal cuore”] o rimosso dalla tua coscienza, è come se non fossero mai esistite. Non fanno più parte di te.

Lo stesso si può dire dei  “ricordi”: lettere, cartoline, oggetti, ciocche di capelli. In genere non sono datati e non funzionano bene. Tom Lehrer, il matematico e cantante satirico noir, mezzo secolo fa prese in giro crudelmente quell’abitudine:

 



     I hold your hand in mine, dear        Tengo la tua mano fra le mie, cara,
     I press it to my lips                            la premo sulle mie labbra
     The night I killed you I cut it off --   la notte che ti uccisi, la tagliai ---

Anche i “cari ricordi” non sono te. Potranno, forse, evocare solo qualche mesto sorriso sul volto dei tuoi nipoti mentre mettono a posto le tue vecchie cose abbandonate:

“Guarda quanti ciaffi inutili conservava il nonno! Be’: smettiamo di frugare. Dopo tutto è roba molto personale. Dovremmo sentirci come degli intrusi. Buttiamo, buttiamo.”

Taluno tenta di lasciare miserevoli tracce di sé. Le troviamo barbaramente incise sul marmo dei monumenti:

LILLO E LUISA DA ORTE  4 MARZO 1990  ORE 15:45

Non migliora certo le cose utilizzare strumenti tecnologicamente avanzati invece di chiodi e coltellini. La memoria degli smartphone può registrare le immagini che vediamo minuto per minuto. La mole cresce a dismisura. In seguito soffocherà la nostra memoria senza alcuna utilità. È  curioso: anche certe persone che passano per colte e sensibili, sfruttano ogni strumento creato dalla tecnologia dell’informazione e della comunicazione in modo sfrenato. Non si chiedono nemmeno che fine faranno le impronte tecnologiche che lasciano. Sono pulite, non come i graffiti – quindi confidano che qualcuno le troverà e le apprezzerà. Non è così. Dimenticano che il modo migliore di fare in modo che una foglia non venga mai più trovata, è quello di buttarla in una foresta.

È curioso il caso di Gordon Bell – inventore, teorico e tecnologo di valore e di successo in informatica e scienza dei computer.  Da qualche anno porta addosso telecamere,  registratori,  connessione con Internet e di continuo copia in forma digitale: tutte le fotocopie che fa, tutti gli E-mail e i messaggi della segreteria telefonica, i programmi che girano sul suo computer e i risultati delle elaborazioni, tutto quello che scrive, più di mille foto riprese ogni giorno da una webcam che porta a tracolla e che entra in azione ogni volta che cambia la visuale intorno a lui.

Robert Lucky, già direttore della ricerca ai Bell Laboratories e critico acuto degli sviluppi tecnologici - troppo indulgente - ha commentato:

"La raccolta dati che sta facendo Bell sembra inutile: produce un mucchio di rifiuti che non riguarderà mai più."

Per essere più soddisfatti di chi siamo, evitiamo gli appunti banali. Proviamo a faticare e a formulare idee che abbiano qualche valore.

 

L’Orologio -  11/4/2016

Roberto Vacca

Laureato in ingegneria elettrotecnica e libero docente in Automazione del Calcolo (Universita' di Roma). Docente di Computer, ingegneria dei sistemi, gestione totale della qualita' (Universita' di Roma e Milano). Fino al 1975 Direttore Generale e Tecnico di un'azienda attiva nel controllo computerizzato di sistemi tecnologici, quindi consulente in ingegneria dei sistemi (trasporti, energia, comunicazioni) e previsione tecnologica. Tengo seminari sugli argomenti citati e ho realizzato numerosi programmi TV di divulgazione scientifica e tecnologica.
http://www.robertovacca.com/italiano.htm


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Commenti   

 
0 #1 Vitiana 2016-05-04 16:07
Condivido il pensiero che pervade questo articolo. In special modo apprezzo l'ultima frase, così vera.
Sarebbe importante che ciascuno di noi l'adottasse come massima. Nel mio piccolo cerco di fare proprio questo, seppure a volte in modo maldestro, ma sempre e comunque col cuore. Il titolo di questo post richiama un mio scritto che porta la stessa domanda, affrontata con una piccola digressione. Se posso condividerla: http://bit.ly/chiseitu

Un sentito grazie a chi ci stimola, come l'autore, ad ascoltare i moti dell'anima!
Vitiana Paola Montana
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