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Il dibattito sulle pensioni non si arresta e non si placherà finchè il Governo non farà una seria riforma della “riforma Fornero”. Su questa rivista nel Numero 76 mi sono già espresso (si veda  l’articolo “Il più  grande furto della Storia repubblicana”  evidenziando quelle che a mio avviso sono le “storture” e le iniquità del nostro sistema. I problemi sorti a causa della riforma Fornero sono ormai noti a tutti così come è ormai condivisa da tutte le forze politiche l’esigenza di rivedere questa riforma e normare nuovamente il sistema pensionistico. Quello su cui non si è d’accordo è come rivederla, cosa modificare, a favore di chi ed a scapito di chi. Ora non essendo un politico posso permettermi di esprimere liberamente il mio pensiero anche a costo di risultare impopolare su alcuni passaggi ed è proprio quello che cercherò di fare.

In particolare vorrei soffermarmi su un aspetto, al momento molto dibattuto e di grande attualità: la flessibilità in  uscita.

Sono anni che si parla di favorire l’uscita dal mondo del lavoro (da quando per l’appunto è stata introdotta la riforma Fornero che ha innalzato mediamente di 5 anni la possibilità di andare in pensione). Il tema non è rilevante solo per chi vorrebbe andare in pensione ma, più in generale per il mondo del lavoro. L’aver prorogato di 5 anni o più la possibilità di andare in pensione ha definitivamente bloccato la cosiddetta “staffetta generazionale”. E con essa la possibilità, tanto cara a questo governo, di modernizzare il Paese con risorse fresche, giovani, competenti e più adatte ad una società digitalizzata. Ancora una volta il dibattito si è arrestato sulle coperture finanziarie. Il ragionamento sotteso è il seguente: dove troviamo le risorse finanziarie per consentire a chi vuole di andare in pensione prima di quanto preveda attualmente la legge Fornero? Sono iniziate allora le varie proposte, simulazioni ed ipotesi di copertura che, al momento  si sintetizzano nella cosiddetta proposta Damiano (presidente Commissione Lavoro del Senato) che prevede la possibilità di anticipare la pensione di 4 anni rispetto a quanto previsto dalla legge Fornero con una penalizzazione del 2% l’anno su quanto si avrebbe diritto. Cioè, ancora una volta, come su molte cose degli ultimi 2 anni a pagare sarebbe l’ultimo anello della catena, ovvero il lavoratore stesso.

Ora pur comprendendo le esigenze generali di finanza pubblica ed il richiamo ad una responsabilità e compartecipazione ai sacrifici da parte di tutti riaffermo il mio pensiero e cioè che, dal momento in cui abbiamo stabilito il contributivo come metodo di calcolo (ovvero la pensione viene determinata sulla base di contributi versati dal lavoratore) dobbiamo, di conseguenza, accreditare il principio che il lavoratore  possa:

  1. Riprendersi il capitale versato (si veda n. 98 di Caos Management articolo “La flessibilità nel lavoro”-
  2. Scegliere autonomamente quando uscire dal mercato del lavoro e percepire la pensione (che sarà calcolata come rendita sul capitale maturato a fronte dei contributi versati durante la sua vita lavorativa)


A questo proposito ricordo che  in  Gran Bretagna a partire dai 55 anni è possibile ritirare tutti i contributi versati e che negli Stati Uniti (dove vige da sempre il sistema contributivo) i lavoratori possono scegliere liberamente quando andare in pensione.

 


Si obietterà che noi non possiamo permetterci queste cose in quanto abbiamo ancora molte pensioni liquidate con il vecchio metodo retributivo (in pratica pensioni pagate in proporzione allo stipendio e non ai contributi versati) e, tra queste, ancora molte baby pensioni (ovvero pensioni pagate sulla base dello stipendio a lavoratori che avevano maturato appena 14 anni, 6 mesi ed un giorno per le donne, e 19 anni, 6 mesi ed un giorno per gli uomini – normativa in vigore nel passato e non più attiva ormai da molti anni). Ebbene qui occorre fare una riflessione più approfondita e  seria sull’intero sistema per riuscire a coniugare l’equità, la giustizia sociale ed anche la libertà degli individui con le esigenze di finanza pubblica.

La questione non è irrilevante né da un punto di vista sociale, né da un punto di vista politico. Non si può infatti da una parte appellarsi al sistema contributivo (che filosoficamente è un sistema contabile liberale) e poi da un’altra parte mettere una serie di vincoli, ovvero un’età minima per andare in pensione molto elevata (attualmente di 66 anni e 10 mesi o 42 anni e 10 mesi di contributi), che non consente ai lavoratori di fruire dei contributi da essi  versati  né in termini di recupero del capitale accantonato, né in termini di rendita (pensione) calcolata sul capitale dagli stessi accantonato. Così facendo si è adottato un sistema contabile liberale per la fruizione del quale si sono stabilite regole del tutto illiberali. E’ una forte contraddizione filosofica, politica ed economica.


Ma spazi per il recupero delle coperture finanziarie a mio avviso ce ne sono. Ne cito alcuni:

  1. Pensioni di reversibilità. Nascono in epoca in cui il sostegno delle famiglie italiane era in misura preponderante se non esclusiva derivata dal lavoro del capofamiglia (in genere maschio) che era anche l’unico che lavorava e produceva reddito (situazione tipica del dopoguerra in cui le donne facevano le casalinghe). La normativa prevedeva quindi che, in mancanza del coniuge lavoratore, il coniuge superstite potesse beneficiare di un sostegno del reddito rappresentato appunto dalla pensione di reversibilità.  Attualmente la nostra società è fortemente cambiata e le famiglie non sono quasi più monoreddito ma è anzi diffusissima la famiglia nella quale sono entrambi i coniugi lavoratori. Ebbene in questa situazione che senso ha la pensione di reversibilità? Se lavorano entrambi i coniugi e percepiscono entrambi una pensione dignitosa, che motivo c’è di liquidare la pensione del coniuge defunto al coniuge superstite?  Ci sono molti casi in cui questo accade e, sinceramente, non ne vedo l’esigenza e quindi questo è un punto sul quale lo stato potrebbe risparmiare molti soldi.
  2. Opzione donna: mi sembra una contraddizione in termini. In un’epoca in cui le donne hanno richiesto a gran voce l’equiparazione agli uomini, vanno in guerra a fare i soldati, sono amministratori delegati di aziende, ricoprono incarichi politici ai più alti livelli, e la normativa pensionistica stessa adeguerà a regime l’età pensionistica a quella degli uomini che senso ha parlare di opzione donna? Se di opzione dobbiamo parlare, in epoca di totale equiparazione (in  tema di maternità/paternità sono riconosciuti uguali diritti agli uomini ed alle donne), dovremmo parlare di opzione e basta. Ovvero dare a tutti l’opportunità di anticipare l’uscita dal lavoro. Anche su questo punto quindi lo stato potrebbe risparmiare molti soldi.
  3. Invalidità: è di comune dominio il fatto che ogni anno ed in ogni regione si scoprono falsi invalidi. Quindi mantenendo fermo il diritto di liquidare una pensione agli invalidi veri (che andrebbe però conteggiata nella contabilità della assistenza e non della previdenza) occorrerebbe fare una verifica puntuale su tutte le pensioni di invalidità al fine di confermare quelle vere ed eliminare quelle false. Anche in questo caso sono certo che si potrebbero risparmiare dei soldi.
  4. Lavori usuranti: è un tema molto delicato sul quale ci si confronta e si dibatte perché il sistema non è libero. Infatti il tema dei lavori usuranti sarebbe un non tema se si lasciassero liberi i lavoratori di uscire quando vogliono percependo la pensione sulla base dei contributi versati.
  5. Pensioni d’oro: in termini finanziari una revisione delle cosiddette pensioni d’oro non credo che risolvano da sole le esigenze di copertura finanziaria necessaria per il riordino del sistema previdenziale ma ove ci fossero pensioni la cui entità fosse smisuratamente differente tra il calcolo retributivo ed il calcolo contributivo, non credo ci sia nulla di male nel rivedere tali pensioni chiedendo ai percipienti quanto meno un contributo di solidarietà. Naturalmente occorre stabilire una soglia ragionevole che a mio avviso non è quella di cui si è parlato sugli organi di stampa. Un importo di 2500/3000 euro non mi sembra possa annoverarsi nelle “pensioni d’oro”. Ci sono alcuni trattamenti di svariate decine di migliaia di euro al mese, liquidate a fronte di un sistema di calcolo spesso retributivo; queste penso che possano essere definite pensioni d’oro ed a questi percettori credo si possa chiedere un contributo.


In sintesi quindi il riordino del sistema pensionistico dovrebbe  prevedere:
a) La possibilità per tutti i lavoratori di uscire dal lavoro quando vogliono e di percepire la pensione sulla base dei contributi versati (con l’opzione per chi vuole di ritirare in alternativa i contributi versati).
b) Per sostenere le esigenze di cassa immediate si potrebbero eliminare le pensioni di reversibilità per quei coniugi che già beneficiano di un reddito da lavoro a da pensione dignitoso (con verifica per esempio del quoziente familiare), eliminare l’opzione donna, revisionare tutte le pensioni di invalidità (eliminando quelle “false”), chiedere un contributo ai percipienti le pensioni d’oro.

A questo punto cadrebbero di colpo tutte le problematicità derivanti da falsi problemi/aspettative come le donne, i lavori usuranti, gli esodati,etc… ma soprattutto si libererebbe il mercato del lavoro da lacci e lacciuoli che lo hanno di fatto ingessato da anni. Che senso ha tenere in azienda o nello stato un lavoratore di 60 anni demotivato, con scarsa familiarità con la moderna tecnologia, che ambisce ad andare in pensione dopo 40 anni di lavoro per dedicarsi ai nipoti o agli hobby e che, nel contempo, blocca l’ingresso di un giovane disoccupato che svolgerebbe meglio il suo lavoro ad un costo probabilmente dimezzato rispetto al suo? Quanto costa al Paese, al sistema economico nazionale nel suo complesso mantenere in essere lo status quo? Credo che questa valutazione dei costi, tanto cara a Bruxelles, vada valorizzata se vogliamo far ripartire il nostro Paese. La crescita non si ottiene con i 60enni ma con l’inserimento nel mondo del lavoro e l’impegno delle giovani generazioni.

 

 

Walter Zanuzzi

 

Amministratore Unico Svi.Va – Sviluppo del Valore Società di Consulenza di Direzione, Esperto di Management, Consulente di Direzione per Risorse Umane e Sviluppo Organizzativo, Change Management, Socio fondatore del Comitato per la Promozione Etica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.


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