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Introduzione

Ho notato che col passare degli anni, ricordi lontani tornano alla mente con frequenza e precisione. Spesso, di fatti capitati anni e anni prima, si sente dire “lo ricordo come se fosse accaduto ieri”. Poi guardi e ti accorgi che chi lo ha detto possiede tutte le qualità, tranne la giovinezza. Cosicché passa la facile equazione che, avanti negli anni l’unica cosa che rinverdisce sono i ricordi. E sia. Perché no? In fondo che male c’è a riguardare vecchie foto?
Giorni addietro, in un normale “raid per osterie”, nel parlare occasionalmente con un tale che di parlare aveva proprio bisogno, sono stato costretto a prendere atto che, malgrado i passi da gigante fatti dalla scienza e dalla tecnologia, la pigrizia e l’ignoranza hanno avuto gioco facile, finendo per infoltire ulteriormente la già nutrita schiera degli imbecilli.
Quel tale con cui parlavo, rientrando a pieno titolo nella categoria “idioti”, mi ha fatto pensare ad un episodio di parecchi anni prima. Li propongo così, senza la pretesa di narrare qualcosa di epocale. Il tutto si dispiega sul tavolo della memoria e, per l’analogia fra i protagonisti delle “sottostorielle”, capirete perché il ricordo recente ne ha indotto uno remoto.
 

 

Preambolo

Cosa occorre fare  quando ci si imbatte in un leone? Nelle nostre città succede di tutto, è vero, ma   un’evenienza del genere credo di poterla escludere o, al più, relegarla ben oltre le cosiddette ipotesi remote. E ancora, che insegnamento trarre quando si assiste ad un dialogo tra un lupo e un agnello? Anche questa è una ipotesi remota, ciononostante, nel variegato stupidario quotidiano capita di parlarne o sentirne parlare. Quando ciò accade si può esercitare la fantasia e porsi interrogativi, cercando fra le risposte qualcosa che abbia a che fare con la logica.
Logica! Logica! Se la vedessi! Se la sentissi! Ma dov’è questa logica?
Beh, anche in questo racconto si stenta a trovarla. E’ una qualità che pare non esserci in un discorso che principia con una domanda strampalata su un leone e prosegue con un quesito che coinvolge lupi ed agnelli. Per altri si potrebbe parlare di “forzatura” ma io sono incline al divertissement e Pindaro mi è stato tante volte cugino. Pertanto, mi assolvo e vi propongo di dividere con me una amara considerazione sulla stupidità umana. L’idiozia, è ovvio, non c’è bisogno di insegnarla. E’ un dono naturale per il quale si possono mitigare gli effetti ma non debellare le cause. Rimane solo l’ardua speranza che si usi massicciamente l’unica medicina possibile, ovverossia, il buon senso. Ma, direte voi, i portatori di buon senso sono numericamente apprezzabili tanto da contenere l’avanzata dei coglioni?
Chissà? Starò attento per potere dare una risposta a questo interrogativo, ma non sono particolarmente ottimista.
Ma torniamo a noi e il filo che lega i due distinti episodi dei quali riferisco tenendo presente che il cosiddetto “fatto emergente”, purtroppo sta nella constatazione della capillare distribuzione dell’imbecillità in tutti gli ambienti. E’ utile aggiungere che i protagonisti dell’episodio contenuto nel  primo paragrafo erano tutti laureati e non erano per niente ubriachi.

Primo paragrafo

Mi è capitato di essere seduto al bar intento a fare cafeniu in compagnia di amici immaginosi e scombiccherati. Uno di questi, impermeabile al ragionamento, propose di parlare delle eventuali reazioni di chi incontra per caso un leone in città. Ciascuno, nell’aberrazione tipica del cafeniu, si cimentava in ipotesi e simulazioni e, con questo,  senza rendersene conto tornava per incanto ai suoi fantastici quattordici anni. L’intento, inevitabilmente, era di dare prova d’essere coraggioso. Né più né meno che l’equivalente di ciò che da ragazzini, seduti sulle panchine dei giardinetti, avveniva dopo l’immancabile domanda: “Che faresti se ti lasciassero solo, di notte, al buio, in un cimitero?”
Dai fuochi fatui, allo stridore di lamiere; dal grido acuto proveniente da un ombra - per nulla rassicurante - che attraversa il viottolo cosparso di ghiaia, tutto, nei racconti, mirava alla rappresentazione terrifica che ognuno voleva dare a dimostrazione di una inverosimile temerarietà.    
Del leone, invece, come si conviene in un vero cafeniu, si stava parlando da adulti (sic!), e per evitare che qualcuno chiamasse la “Neurodeliri” c’era chi, per puntualizzare, diceva con nonchalance: “Naturalmente si fa così per dire….”.
Ma i leoni, per loro fortuna, vivono in un determinato ambiente e quindi, per prefigurarci un incontro ravvicinato che metta a dura prova i nostri nervi dobbiamo, piuttosto, pensare di trovarci in piena savana africana. Lì dovremo accertarci che i leoni ci siano davvero - e non siano quelli scritturati dall’ente del turismo per agevolare i safari fotografici – e infine, mettere a profitto quello che abbiamo sentito dire dai cacciatori Masai intervistati dal National Geographic. In alternativa, se al cospetto del Re della foresta non si sa che pesci pigliare,  potremmo frastornare il felino ricorrendo ad una delle esilaranti piroette di Groucho Marx. (più semplicemente suggerirei, di svegliarsi, bere un sorso d’acqua e cercare di riprendere sonno con altre ambientazioni.) Ma, visto che ci siamo, aggiungiamo che quelli seriosi arrivano ad sostenere che, in condizioni del genere, è meglio non scappare e restare fermi immobili per non innervosire l’animale, o meglio, per fare in modo che quest’ultimo “legga” nella calma ostentata, qualcosa che vada oltre il coraggio ma non arrivi alla sfida.
Non sono un etologo e non voglio avventurarmi nella formulazione di ipotesi di comportamento adeguate ad evenienze come quella appena ipotizzata. Tuttavia, il mio mondo quotidiano mi ha spesso portato a riflessioni che, in fondo, con l’etologia qualcosa hanno a che fare. L’assunto, semplice e universalmente riconosciuto, è che l’uomo, fra tutti gli animali, sia il più comprensibilmente imprevedibile, e analizzarne il comportamento rientra nei parametri dati all’etologia.
Carlo M. Cipolla, ha con arguzia dedicato uno studio – pubblicato per i tipi de il Mulino col titolo “Allegro ma non troppo” – dove, analizzando il comportamento umano perviene “scientificamente” alla conclusione che l’elemento più comune, in qualunque settore indagato, è la stupidità. Intendiamoci, non il cretinismo patologico, ma una vera e propria deficienza acquisita con anni di impegno volti a mortificare la logica comportamentale. Sono totalmente d’accordo con il professor Cipolla, e visto che un gran numero di soggetti pratica la stupidità come vera e propria disciplina, a questa dovremmo essere abituati da tempo. Nulla dovrebbe sorprenderci. Però, diciamocelo chiaramente, trovarsi “disarmati” davanti all’imbecille fa sempre un certo effetto, soprattutto quando l’imbecille ti sorprende in quanto non immediatamente riconoscibile come tale.
Per la cronaca, questo paragrafo trova il giusto epilogo nelle parole di un baldo partecipante al cafeniu, e sono,  purtroppo, la prova dell’assunto di Cipolla.
Data l’inverosimiglianza dell’argomento che si stava trattando – roba che in età matura dovrebbe indurre un vero senso di vergogna – e visto che un residuo di pudore me lo imponeva, mi sembrò giusto cercare una conclusione dignitosa.
“Questa è certamente una metafora sui rischi e i problemi che comporta vivere in città”, dissi per trarre tutti dall’imbarazzo che un simile discorso speravo avesse creato. Macché, le mie parole non vennero intese come ancora di salvezza.
Seduto, con la spalliera della poltroncina inclinata verso il muro del bar di Platia Monastiraki, Panos, vero sacerdote del cafeniu, pontificò: “Le statistiche indicano che nelle città c’è un significativo incremento dei pericoli. E’ chiaro che fanno riferimento all’ipotesi di incontrare un leone”.
Che dire?
Amen!

Secondo paragrafo

Adesso vi narro di un mio recente incontro – grazie al cielo non con un leone - e sono certo che comprenderete perché, a volte, davanti all’imbecille ti prende la disperazione.
Fra i tanti animali, a parte l’uomo, che avrebbero potuto dare lo spunto alla cronaca che segue, sono stato, giocoforza, obbligato a parlare di un lupo e di un agnello. Vi sarà chiaro che in ciò che sto per riferire non sarebbe stato necessario parlare di “coraggio”: nessun leone, niente fantasmi ma soltanto il desiderio di farmi comprendere dal mio occasionale interlocutore. Purtroppo, alla fine, mi sono dovuto domandare se non sarebbe stato più appagante parlare del leone invece di “affaticarmi” nel tentativo di far capire il senso della parola “pretesto”. 
Per ogni cosa che necessita di una spiegazione ce ne sono almeno cento per le quali basta l’intuito; ma è l’esperienza che porta i migliori risultati, la conoscenza, in senso lato e, infine, la comprensione.
Gaspare mi guardava con aria interrogativa. Sembrava che avesse capito quello che con un linguaggio a lui non familiare stavo dicendogli relativamente a ciò che mi aveva appena raccontato.
Aveva il viso attraversato da minuscole chiazze rossastre nelle quali si distinguevano i segni sottili della sua animosità. Ragnatele di capillari marcati erano gli indizi evidenti di una pressione sanguigna sopra la norma e della natura collerica del suo carattere. Tutto sommato, però, sembrava riuscisse a far funzionare i suoi freni inibitori. Dal modo di raccontare si comprendeva che dietro le parole c’era una miscela esplosiva fatta di livore e dinamite.
Ma, professore, capisce come è  messa la cosa?”
Per la verità non capivo granché, ma soprattutto non capivo perché avesse deciso di chiamarmi “professore”. E’ probabile che si fosse lasciato fuorviare dal mio modo di esprimermi, per il quale, di tanto in tanto, amo inserire una parola dialettale. Questo viene letto come umile disponibilità a farsi meglio comprendere, e forse è vero. Comunque, nella fattispecie, la qualifica di professore mi infastidiva più del solito e lui, come se lo avesse percepito, continuava imperterrito.
Praticamente io mi trovavo al banco della smerigliatrice – continuò con veemenza – perché dovevo recuperare un’ora di permesso. Lui entra e rimane fermo a guardarmi senza parlare. Io ero in perfetta regola: avevo indossato gli occhiali paraschegge, i guanti di protezione e regolato il numero di giri della levigatrice. Non mi si poteva proprio dire niente. Nessun appunto, nessun rimprovero. E invece?
Fece uno stacco per dare maggior efficacia al racconto, manco si fosse trattato di un “giallo” col finale a sorpresa.  
Senza neanche avere il tempo di spegnere la smerigliatrice e di girarmi, da dietro mi arriva la sua voce incazzata: “Gaspare! Siamo sempre alle solite: tutte le luci del capannone sono accese, tutte le macchine sono in presa, i riscaldatori sono al massimo regime e delle spese te ne puoi sbattere i coglioni”. Professore, lo diceva ridacchiando proprio per insultarmi, e io non potevo rispondere perché parlava sempre lui.
Gaspare continuò a raccontarmi tutto con una dovizia di particolari resa sopportabile solo dal secondo bicchiere di vino. Mi andava spiegando, naturalmente non con le parole che qui adopero, che l’acredine del responsabile della produzione era assolutamente pretestuosa. Il fatto è che questo tale si era arruffianato il proprietario dell’officina perché lo promuovesse responsabile delle lavorazioni e, più in generale, della conduzione dell’azienda. Con questo, lui si sentiva un “cazzo e mezzo” e avrebbe voluto che gli operai lo intendessero come una sorta di vice proprietario. Ma non era tutto. Mi spiegò che questa specie di Kapò avrebbe voluto che Gaspare fosse licenziato per lasciare il posto ad un suo parente, vittima di una sorte cinica e ria.
Gaspare riprese:
Quando era finito il turno precedente l’incaricato per spegnere luci e macchinari se ne era scordato. Professore, glielo posso giurare su Padre Pio – disse alzando il tono della voce – Io non mi sono mai levato il cappello per convenienza. Ero dal lato della ragione e glielo dicevo chiaramente, ma lui? Niente da fare. Aveva deciso di farmi buttare fuori? Ci stava riuscendo.
“Il lupo e l’agnello”, mormorai fra me e me, ma a Gaspare questo non sfuggì.
Professore, ma che c’entra il lupo e l’agnello? – mi domandò allargando per stupore le narici
Vedi, tanto tanto tempo fa, c’era un uomo che, seppure di origini molto umili, seppe farsi apprezzare dai suoi contemporanei perché era dotato di una acuta intelligenza e di una buona cultura.
Si, ma quello mi fa licenziare…. –  disse Gaspare tentando di interrompermi
Abbi pazienza che ti spiego come c’entra il lupo e l’agnello. E allora; quell’uomo colto e intelligente si chiamava Esopo e gli piaceva scrivere storie che nella maggior parte dei casi utilizzavano le metafore che avevano riferimenti alle vicende umane.
….e se mi fa licenziare cheffà l’ammazzo?
Non mi feci scoraggiare e proseguii.
Una delle cose che questo Esopo scrisse e che tutti ricordano è la famosa favola che racconta di un lupo e di un agnello. Il lupo aveva come scopo quello di mangiarsi l’agnello, d’altronde, si sa, che il lupo è un carnivoro ed è nella sua natura cercare una preda per sfamarsi. L’agnello, invece, è un erbivoro e madre natura lo ha dotato soltanto di denti per mangiare l’erba. Fra il lupo e l’agnello non c’è partita; vince sempre il lupo. Esopo, però, raccontava le sue storie in modo da far comprendere il senso della metafora che, volta per volta, usava. Per cui, ai due animali protagonisti della storia, diede la parola e una parvenza di etica.
Gaspare mi guardava come fossi un marziano appena sbarcato da un’astronave rutilante di luci colorate. Malgrado più di una volta avesse tentato di interrompermi cercando di farmi perdere il filo del discorso continuando a chiamarmi professore, non gli consentii mai di tornare al piagnisteo sul licenziamento. Avevo deciso che gli avrei spiegato come c’entrava il lupo e l’agnello con la sua vicenda e lo avrei fatto ad ogni costo e, quindi, pedante, lo inchiodai all’ascolto.
Come si conviene fra due esseri viventi capaci di avere un rapporto, il lupo aveva la necessità di giustificare quello che aveva intenzione di fare, cioè mangiarsi l’agnello, e allora non trovò nulla di meglio che motivare il suo atteggiamento facendolo dipendere da un’offesa inesistente. L’incontro fra i due si era verificato in prossimità di un ruscello dove erano andati ad abbeverarsi e il lupo si dichiarò offeso dal fatto che l’agnello, senza alcun rispetto, stava bevendo in modo da intorbidire l’acqua che avrebbe bevuto lui.
Per continuare il racconto ci fu bisogno di altro vino. Gaspare appariva smarrito, come sofferente, ed io provavo sadicamente il piacere di costringerlo ad ascoltare. A tratti pareva immedesimarsi in ciò che raccontavo ma poi tornava ad essere frastornato. Riprendendo cercai di dare il massimo dell’enfasi scandendo le parole in maniera teatrale.
Niente da fare, sentenziò il lupo, l’avere osato bere la stessa acqua presupponeva un imperdonabile mancanza di rispetto. Nessuna pena avrebbe potuto essere inferiore alla morte e quindi lo avrebbe mangiato.
Alla parola mangiato, il volto di Gaspare perse ogni contrattura ma quasi subito riprese a “guizzare”; forse pensava a come uccidere il Kapò. Intanto si era voltato, trattenendo un sospiro, a guardare la bancarella dove sfrigolavano gli hot dog. A quel punto ricominciai.
L’agnello constatando che non avrebbe potuto salvarsi fuggendo fece leva sull’unica cosa possibile: la logica. Signor lupo, esordì, mi permetto di farle notare che io sto bevendo a valle del posto dove lei beve e pertanto è impossibile che l’acqua si sporchi a causa della mia posizione. Semmai è il contrario ma io non ci faccio caso, per me va bene così. Ineccepibile. Le ragioni che aveva esposto l’agnello non facevano una grinza. Il lupo questo lo capiva benissimo ma, purtroppo per l’agnello, non avrebbe potuto cambiare atteggiamento. Questione di ruoli.
Gaspare sembrò rincuorarsi all’idea che il racconto fosse finito. Lasciato il torpore che a tratti lo aveva accompagnato, adesso pareva interessato a ciò che gli avevo preannunciato, e cioè, che gli avrei fatto comprendere il nesso fra la sua storia e quella del lupo. Gli avrei svelato lo stretto rapporto fra le due cose, ma soprattutto gli avrei dato uno strumento per comprendere come l’essere pretestuosi, il più delle volte, sia abitudine di chi detiene un qualsiasi potere.
E conclusi:
Alle sensate parole dell’agnello, il lupo, senza abbandonare l’atteggiamento infido e arrogante, disse: si, è vero che bevendo a valle non sporchi la mia acqua, tuttavia, ricordo che una volta fu tuo padre a bere a monte, per cui ti punirò ugualmente”
Mi fermai per poter godere della sicura “illuminazione” che avrebbe avuto Gaspare:
Questa è la storia, trai la morale. - dissi
Si andavano accendendo le luci delle insegne dei negozi. La sera incalzava sul tardo pomeriggio e gli odori del vicino mercato si diffondevano stimolanti nell’aria ferma. Gaspare era assorto alla ricerca del nesso tra il mio e il suo racconto. La “morale” stava  per essere compresa?
Lui aveva lo sguardo fisso su di un cumulo di immondizia scelto dalle mosche per inscenare una danza turbinosa. La gente sciamava chiacchierando e due gatti si godevano lo spettacolo offerto dal passeggio del sabato. Dopo lunga ponderazione il volto di Gaspare, finalmente, ebbe l’espressione che il momento, solenne,  imponeva.
Aveva capito! Mi guardò con l’intento di ostentare un’inusitata intelligenza e a conferma di ciò disse lentamente:
-      Ma l’agnello quanti mesi aveva?
Anche per questo episodio si può soltanto dire: Amen!

Morale: attenti ma non troppo ai leoni, ai padroni e ai Kapò. Ma soprattutto attenti alle frequentazioni perché, è noto, frequentando lo zoppo, prima o poi, si finisce per zoppicare.
Stanno davvero vincendo le mosche?

 

Giuseppe Lo Manto

Quando Barbara mi ha chiesto di inviarle un mio profilo, in modo da mettere il lettore della sua rivista nelle condizioni di comprendere con chi (o cosa) aveva a che fare, l’unica cosa che mi è venuta in mente non credo sia immediatamente comprensibile agli under 40; eppure è semplice. Poniamo che mi si domandi se ritengo affascinante quello che si riesce a fare con intel 6.0: risponderei che continua ad intrigarmi di più la lettera 22. Questa era per me il vero monumento alla creatività e se non fosse per il fatto che non si trovano più i rocchetti inchiostrati continuerei ad adoperarla.
Scrivendo si aveva l’impressione di comporre una musica che molti avrebbero suonato. Una musica fatta di idee capaci di trasmettere, a loro volta, emozioni e sensazioni. Accendere polemiche e chiarire atteggiamenti. Non importava se il leit motiv avrebbe indotto il lettore a pensare allo swing di Carosone o all’austerità del Mantra di Stockhausen. Quando si pigiavano i tasti della 22 si riteneva di comporre qualcosa di unico e di utile. A distanza di ore o di anni qualcuno, leggendo, avrebbe in pratica suonato sul tuo spartito e avrebbe fatto riemergere tutta la genialità di quella creazione.
Fate attenzione: questo non deve essere inteso come un rifiuto di ciò che il progresso scientifico e tecnologico ci ha dato e che, fortunatamente, continua a darci. Né, un siffatto atteggiamento, si può liquidare col birignao intellettuale di chi, con intento denigratorio, dice che sei soltanto un vecchio nostalgico.
Per conto mio, preferire la 22 ad intel 6.0, corrisponde a privilegiare una determinata posizione durante un amplesso. Un’anima dolente (cosa che spesso può verificarsi per l’incalzare della modernità) cerca di trovare una posizione antalgica per meglio soddisfare le sue esigenze, e, senza consultare il Kama Sutra trova  il modo migliore per trarre il maggiore piacere da una qualsiasi azione. Purtroppo non tutti hanno dimestichezza con il sanscrito e il Kama Sutra occorre saperlo comprendere bene per evitare che possa essere standardizzato, correndo il rischio di fare assumere posizioni utili ad altri.
La “dolce, sublime luce della mente” vive, in ognuno di noi, con il destino di illuminare sia gli anfratti remoti che gli spazi più estesi. Siamo, miracolosamente, noi a scegliere.
La consapevolezza di avere sempre scelto non mi ripara sicuramente dalla certezza di avere sbagliato. Troppe volte, tantissime volte; da non ricordarle più.
Delle cose che ho fatto e che ho detto (ma anche di quelle che ho soltanto pensato) si può dire di tutto. Sono cose, comunque, che non hanno mai perso il diritto di essere considerate nella loro originalità.
Una situazione simile a quella che oggi mi propone Barbara - tracciare un mio profilo - mi è capitata, fatti salvi opportuni distinguo, tanto tempo fa a Caracas.
Mi trovavo in un pub-ristorante noto col nome di Attico. Era una costruzione di soli due piani fuori terra letteralmente sommersa da palazzi alti almeno venti piani. Ovviamente, per giusto contrappunto, l’unico nome adeguato risultò essere anche il più spiritoso. Una sera, fatta di bourbon e ginger piuttosto che di cibo, mi dissero che quel signore che tanto mi attraeva per via del fatto che era salutato da tanti con calore e simpatia era Edoardo Galeano. Ne avevo sentito parlare ma non conoscevo nulla di ciò che aveva scritto. Sul tardi, molto sul tardi, nell’incrociare il suo sguardo sollevai il bicchiere. Rispose col medesimo gesto e mi sentii autorizzato a raggiungerlo. Parlammo un po’. All’epoca, a Caracas, tutte le conversazioni finivano per includere Chavez. La mia origine siciliana lo incuriosiva discretamente. Ad un certo punto mi disse pacatamente: “Fammi capire, tu come ti definiresti”.
Con l’aiuto dei tanti bourbon risposi senza pensare: “Sono un ubriacone, anarchico individualista che, a volte, è costretto a lavorare”
“E che lavoro fai?”
“Scrivo, progetto…”  - risposi
Mi tenne d’occhio per alcuni secondi e poi fece una domanda come quella che si fa ai bambini vuoi più bene a papà o a mamma? In realtà mi chiese cosa facessi meglio; scrivere o progettare?
Non esitai un istante: “Suonare” risposi lasciandolo di stucco.
“Suono senza spartito le corde più remote dell’anima” – aggiunsi.
Si intuiva in Galeano un certo disagio ed io, noncurante, proseguii nella metafora.
“Sappi, comunque, che suono da solista”
Andò via senza salutare.
Cara Barbara non saprei in che altro modo avventurarmi per mettere insieme il profilo che mi hai chiesto. 


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