Ridiamo Cultura agli italiani

“Non siamo nel mondo come l’acqua nel bicchiere”


Non-curanza, disinteresse e superficialità. Sono solo tre aspetti, che potrebbero essere iscritti in una lista ben più ricca. Atteggiamenti che, all’indomani delle celebrazioni per la Festa della Repubblica, si ripropongono con una forza ancor più spiacevole. Inutile ritornare su considerazioni, spesso frutto di una polemica sterile, fine a se stessa, che da troppo tempo satura pagine di giornali e minuti televisivi ed è ormai diventata un refrain dallo scarso impatto sui cittadini, i quali forse non si interrogano nemmeno più sulla significatività della materia.
Negli anni il legislatore e le stesse amministrazioni hanno cercato di dare un’attuazione all’art. 9 della nostra Costituzione. Con la riforma del titolo V e con il trasferimento delle competenze amministrative in tema di beni ed attività culturali alle unità territorialmente più vicine e sensibili alla gestione dei beni stessi, si è sottolineata la centralità del ruolo svolto dai Comuni e dalla Province. Analogamente, anche quanto succede al turismo, un argomento strettamente connesso col ed interdipendente dal precedente, è materia di competenza esclusiva delle Regioni. La ratio di tali scelte è indubbiamente meritevole per il fatto che riconosce le specificità locali, elemento caratterizzante del vasto panorama italiano, ma in uno scenario legislativo così definito risulta evidente come la frammentarietà degli interventi sia gravosa per tutto il sistema. Questa affermazione trova riscontro nelle statistiche internazionali in merito al posizionamento del nostro Paese per attrattività turistica, oltre che negli episodi di non-curanza denunciati dai messi di comunicazione (come esempio basti citare la triste vicenda delle domus pompeiane) e in tutti quelli che, pur non raggiungendo una simile eco mediatica, si dispiegano sotto gli occhi di chiunque eserciti uno sguardo, nemmeno troppo attento, sul territorio.
In questo quadro, in cui diversi sono gli interventi da intraprendere, la sensibilizzazione all’argomento, che pure inizia a diffondersi, non è coesa né omogenea: si sente spesso denunciare la discontinuità del sistema politico-amministrativo, si muovono critiche verso l’incapacità del governo di sfruttare il petrolio nostrano, si assiste al tentativo di creare reti per la condivisione di best practices, ma poi ogni convegno o intervento in materia, finisce per gravitare sempre intorno agli stessi punti, continuando a posticipare iniziative concrete che dovrebbero prefiggersi lo scopo di avere un impatto durevole e migliorativo. Perché dopo anni di riflessione si ritorna sempre al punto di partenza? Perché nonostante i Piani Operativi, i percorsi culturali sostenibili, l’utilizzo crescente dei social media, il generale incremento della sensibilità verso i temi ambientali, le criticità sono rimaste le stesse? Di sicuro la risposta è da ricercare nel particolarismo (se non vogliamo parlare di campanilismo) italiano, così come nella mancata comunicazione (o, qualora ve ne fosse, nella sua scarsa efficacia). Forse però il nodo problematico alla base di tutto il processo rimane la scarsa attenzione delle istituzioni e dei privati riguardo all’argomento. Invece di iscrivere la cultura ed il turismo in logiche industriali, di ricercare artifici legislativi ed amministrativi, sarebbe forse auspicabile partire da campagne di “educazione culturale”. A poco servono infatti i vari tentativi limitati al piano formale e materiale, con l’introduzione, cioè, di semplici costrutti legislativi, laddove i cittadini non vengono facilitati nella comprensione dell’alto valore identitario della Cultura, della sua importanza a livello sociale, aggregativo ed economico. Quando cioè non si riesce a rendere tangibile e visibile il privilegio di poter contare su una ricchezza ed una varietà di territori e tradizioni che arricchiscono ed impreziosiscono la semplice quotidianità. Se da una parte è vero che, come appare dalle statistiche e dai rapporti in materia, a causa della crisi economica una percentuale crescente di cittadini si trova a dover fronteggiare problematicità ben più impellenti e vitali rispetto alla valorizzazione culturale, d’altro canto perché non evidenziare in un’ottica lungimirante, i vantaggi, anche economici, di uno sfruttamento consapevole e rispettoso dei beni culturali e dell’ambiente? Perché non fornire ai cittadini gli strumenti affinché possano comprendere l’importanza di preservare il patrimonio a disposizione, coltivandolo sul lungo periodo?
Naturalmente un’operazione del genere presuppone alla base una indispensabile volontà che porterebbe poi ad un arricchimento culturale, nonché ad una maggiore partecipazione attiva alla vita del Paese.
Se, come temiamo, non possiamo aspettarci questo dalle amministrazioni pubbliche, vorremmo almeno poterci auspicare un intervento in tal senso dagli attori privati. A nostro parere, sarebbe già un’ottima strategia quella di invertire la logica di approccio al problema, passando dal processo di top-down finora proposto, a uno più virtuoso ed efficace di bottom-up che si rivolga alla cittadinanza con entusiasmo e riesca a trasmettere un diverso coinvolgimento anche grazie alla possibile applicazione delle moderne tecnologie. Rendere ipotizzabile la riappropriazione di una storia comune, rispolverare un pantheon culturale che è stato forse l’unico elemento in grado di accomunare e di creare un sentire italiano scevro da legami esclusivizzanti, in un processo di inclusione attivo, potrebbe essere la chiave per dare l’avvio ad una nuova fase, che, date le evidenze empiriche, non porterebbe solo un giovamento prettamente culturale, bensì effetti positivi anche in ambito di inclusione sociale, aumento dell’occupazione, rafforzamento della tutela ambientale e, come logica conseguenza, ripresa dell’economia in generale.
Se però il richiamo culturale può non esercitare l’interesse che è in grado di risvegliare l’argomentazione economica, sarebbe forse indicato sottolineare proprio la valenza in termini monetari al fine di garantire un futuro italiano degno dell’eredità storico-culturale concessaci.

Author: Elena Cozzi

Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Gorizia, vive all’estero per diversi anni, prevalentemente a Brema, dove è responsabile dell’Ufficio di Stato Civile e Anagrafe presso il Consolato Onorario. Dal Nord acquisisce un’angolazione diversa che le permette di apprezzare ogni giorno in più il suo Paese d’origine, pur con tutte le insite contraddizioni. Heimweh e osservazione della realtà estera la portano alla decisione di rientrare per acquisire, attraverso un master universitario, gli strumenti operativi utili a perseguire il suo sogno ed interesse: nutrirsi della Bellezza italiana e farne riscoprire il valore a chi non se ne è mai distaccato e a chi è diventato sordo a tale richiamo. In questo percorso si intreccia il livello più pragmatico che consiste nel coinvolgimento nelle analisi delle programmazioni legislative regionali volte al rientro dei giovani italiani dall’estero.


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