Caosmanagement n.82

L'America a un bivio

La catena  Starbucks  non è nuova a operazioni mediatiche che associano il famoso caffè a iniziative sociali. Di qualche tempo fa la vendita di un braccialetto per finanziare un'operazione di micro credito per le piccole aziende e così creare posti di lavoro. Della settimana scorsa una campagna di civiltà sociale: "paga il caffè a uno sconosciuto e te ne offriamo uno noi". Di oggi invece il lancio di una petizione rivolta al Congresso che suona molto come un "smettete di litigare e mettetevi a lavorare". Difficile dire se si tratti solo di trovate pubblicitarie o ci sia invece dell'altro. Di certo l'America è a un bivio. La disputa intorno all'Affordable Care Act, meglio noto come Obama care, ha portato il Paese a interrogarsi sia a livello individuale che come nazione. Nel momento in cui questo articolo viene scritto, il Paese, da giorni in shutdown, è con il fiato sospeso circa l'innalzamento della soglia del debito pubblico: nessuno crede che si possa arrivare al peggio, ma tutti lo temono. L'ipotesi della Fed impossibilitata a pagare gli interessi sui famosi Treasury Bonds ricorda scenari apocalittici più familiari a Hollywood che in Washington.  La differenza rispetto ad altre crisi politiche del passato sta nel livello di coinvolgimento emotivo della classe politica. È difficile immaginare scaltri e navigati membri del Congresso essere realmente animati da convinzioni e ideali, eppure si ha l'impressione che ciascuno si stia battendo per la propria sopravvivenza, come gruppo politico e sociale. I Repubblicani non sono ma caduti così in basso nei sondaggi, ma non sembrano indietreggiare, tenuti sotto scacco da un gruppo di repubblicani cresciuti nelle fila del  Tea Party. Il Congresso, riunitosi anche questo sabato e domenica, a ridosso della scadenza fatidica del 17 ottobre, data in cui il Governo Federale non sarà più in grado di onorare i propri impegni e pagare i propri conti, sembra incapace di trovare una soluzione. Non pagare i propri debiti non è poca cosa nella mentalità americana, in un Paese dove si va in prigione per evasione fiscale. Si spera nei due leader rispettivamente della maggioranza e minoranza, per giungere a un compromesso a porte chiuse che consenta di andare avanti. La democrazia americana non vuole essere parlamentare. Le soluzioni politiche sono sempre  in favore della continuità indipendentemente dai futuri cambiamenti al Governo. Mai come in questi giorni ogni commento termina con un'invocazione accorata a trovare l'unità. L'America delle differenze cerca l'Unione, ma resta divisa.

 

Divisa è la società che mai come oggi soffre le ineguaglianze nella distribuzione del reddito. Il cosiddetto sogno americano, ovvero la mobilità sociale che per secoli ha fatto  da cuscinetto e ammortizzato gli attriti tra classi, sembra svanito. La crisi economica e la conseguente scelta di favorire la ripresa delle imprese e del sistema bancario a scapito dell'occupazione, hanno prodotto un drastico rallentamento della mobilità sociale. L'ineguaglianza di censo e di opportunità hanno inferto un duro colpo alla democrazia americana e al patto sociale che sembra ora vacillare. L'Affordable Care Act ha esposto la trama lisa di una comunità sempre meno empatica e solidale, impegnata come mai prima in uno scontro di coscienze: da una lato una fascia di popolazione che ritiene sia venuto il momento di porre fine a situazioni di povertà inaccettabili in una economia avanzata; dall'altro una ristretta, ma ancora potente oligarchia che rifiuta di perdere terreno e di vedersi sottrarre privilegi che ritiene meritati.  

C'è da sperare che da questo doloroso confronto emerga un'America più giusta e capace di guidare la ripresa con lungimiranza. Ma quel momento sembra ancora molto lontano. L'America che dibatte su Obama Care e debito pubblico è ancora un Paese lacerato dove il colore della pelle continua a fare la differenza. Ma se questa America  non trova presto una soluzione, le ferite saranno così estese che di pelle non ne resterà abbastanza per capirne la provenienza.

In questi giorni è in gioco non solo la sorte di un Paese, ma di una cultura. Le democrazie europee dibattono, ma quando il gioco si fa duro le unghie si ritraggono e nulla realmente cambia. Negli Stati Uniti, invece, il conflitto politico ha conseguenze pratiche, nel bene e nel male. E in questo sta la bellezza di una democrazia molto concreta che però può anche essere spietata. L'America che oggi diverge è la stessa che  lunedì 14 ottobre sfila sulla Quinta strada per festeggiare  Columbus Day e la scoperta dell'America, tra bandiere tricolore e  gli "Evviva l'Italia"; è la stessa che prega riunita a Saint Patrick in una messa concelebrata in una lingua tra le più parlate dopo l'inglese e lo spagnolo. C'è un'Italia in America che apprezza la schiettezza di un dibattito politico che veramente può fare la differenza e che fa il tifo per De Blasio come sindaco di New York, che con il figlio Dante, che dell'Alighieri porta il nome ma non il colore, ha fatto campagna quasi esclusivamente intorno al tema dell'equità sociale. L'America è a un bivio e io, piccola porzione d'Italia in questa terra, prego che l'America prenda la direzione giusta e che faccia da apripista all'Europa.

 

 

 

Laura del Vecchio

Due lauree, Giurisprudenza con tesi in Economia a Roma e Commercio Internazionale a Le Havre; due specializzazioni, in Economia dei mercati asiatici e in Comunicazione; due esperienze “in azienda” come export manager per Fiat Auto Japan e per Danone; due esperienze “di penna” al quotidiano economico “Nikkei” e all’ISESAO della Bocconi: un “saper scrivere e far di conto” che ha finito per trovare buon uso all’Istituto nazionale per il Commercio Estero. Nata il 13 settembre del 1968: da poco compiuti... due volte vent’anni.


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