Arrivata in Italia nel 2020 su StarzPlay e oggi disponibile in esclusiva su RaiPlay, Normal People (2020) non è una semplice serie TV: è un evento culturale.

Tratta dall’omonimo bestseller di Sally Rooney (oltre 1 milione di copie vendute), la miniserie diretta da Lenny Abrahamson (Room) e Hettie Macdonald ha conquistato il 91% dei critici su Rotten Tomatoes, uno dei social più guardato per la serialità – e non solo – 4 nomination agli Emmy e un BAFTA a Paul Mescal. Uscita durante la pandemia, è diventata una sorta di vero rifugio emotivo per milioni di spettatori, totalizzando 62 milioni di visualizzazioni sulla BBC e trasformandosi in un linguaggio universale sul disagio giovanile.

In 12 episodi da 20-30 minuti, la serie segue il rapporto simbolico e disfunzionale tra Marianne (Daisy Edgar-Jones), ricca e isolata, e Connell (Paul Mescal), popolare ma figlio di una donna delle pulizie. Ambientata tra l’Irlanda rurale e il Trinity College di Dublino, la loro storia d’amore è un labirinto di silenzi e incomprensioni.

Ci troviamo immersi in una serie di temi importanti, come i segreti ed il forte classismo. A scuola nascondono la relazione per paura del giudizio sociale; all’università, i ruoli si invertono (lei diventa popolare, lui si smarrisce), rivelando come il denaro e l’istruzione plasmino le identità.

Molto significativo è la scelta dell’intimità come parte essenziale del linguaggio. Tutte le scene di sesso -non poche- infatti, sono state girate con un intimacy coordinator, una scelta che sta diventando sempre più comune ma non abbastanza e, soprattutto non lo era ben cinque anni fa, e sono prive di voyeurismo. Mostrano corpi che comunicano ciò che le parole non dicono, enfatizzando il consenso e la vulnerabilità.
Lo stile di regia sembra adattarsi ad una poesia del quotidiano. Abrahamson e Macdonald scelgono un realismo crudo ma elegante, con primi piani claustrofobici e la macchina da presa che osserva i microgesti dei protagonisti (una mano che trema, uno sguardo sfuggente), trasformando l’ansia sociale in cinema puro. La fotografia opta per una scelta e delle suggestioni assolutamente malinconiche: sia per tonalità fredde della campagna irlandese (grigi, verdi spenti) contrastano con i bagliori dorati delle scene d’amore, metafore visive di un rapporto ciclico tra luce e ombra, sia nella parentesi italiane, nonostante dia spazio al sole del nostro paese.

La colonna sonora è essenziale, Stephen Rennicks mescola indie-folk (artisti come Imogen Heap) e silenzi, creando un’atmosfera sospesa che amplifica la solitudine dei personaggi.
Riguardo le performance attoriali si assiste a mio parere alla nascita di due attori di cui sentiremo parlare davvero molto, al di là del premio meritato a Mescal, che interpreta Connell. La sua bravura sta nel trasmettere l’insicurezza maschile attraverso pause e sguardi. La sua interpretazione ha ridefinito la mascolinità sullo schermo, così fragile, solidale, lontana dagli stereotipi tossici e fin troppo classici, soprattutto della serialità made in USA, che cominciano ad essere stancanti e poco attraenti soprattutto per il pubblico della Generazione Z. Daisy Edgar-Jones (Marianne) dipinge un ritratto complesso di rabbia e autodistruzione, mostrando come il trauma familiare possa elidere l’autostima. La sua chimica con Mescal è definita “magnetica” da molti critici e francamente non possiamo che essere d’accorso. Entrambi, sconosciuti prima della serie, sono oggi volti di Hollywood: Mescal è nel cast di Gladiatore 2 e Twisters, Edgar-Jones ha conquistato il mercato USA.

Normal People, come il suo romanzo, vede la Rooney, definita la Taylor Swift della letteratura, ed esplora molto più di una storia d’amore, divenendo quasi una manifestazione generazionale e francamente andrebbe da chi, soprattutto, prova a comprendere il mondo giovanile e soprattutto, liquida la nuova generazione come un insieme di soggetti che non sanno cosa vogliano. C’è il tema della salute mentale a venire esplorato.

La depressione di Connell e l’autolesionismo di Marianne sono trattati senza retorica, mostrando come i giovani affrontino il dolore in solitudine. Il classismo descritto non è solamente finanziario, ma molto di più. Se Connell rifiuta aiuti economici per orgoglio, Marianne cerca relazioni abusive, replicando la violenza domestica subita.
La serie svela come la classe sociale condizioni persino l’accesso alle emozioni. C’è una scelta molto significativa, l’assenza dei social network, specie in un’era iperconnessa, lo era anche cinque anni fa, ma la Rooney elimina Instagram e Facebook, concentrandosi sull’autenticità dei corpi e degli sguardi. Una scelta che rende la serie atemporale.

Sono state mosse delle critiche alla serie come un’andamento lento e l’epilogo ambiguo.
Sul ritmo io lo ritengo figlio delle scelte stilistiche e delle modalità del racconto, se poi vogliamo parlare di ritmo lento, allora pensiamo a prodotti iper-pubblicizzati come Sirens su Netflix e Friends&Neighbours su Apple Tv, dove succede poco o nulla e dove la critica sociale al mondo dei ricchi è all’acqua di rose e sembrano più adeguarsi alla morale post-Trump.
L’epilogo è stato giudicato frustrante, ma mi chiedo se invece non sia la frustrazione della vita reale ad avere innescato certe reazioni. L’unica cosa che si poteva a mio avviso approfondire erano i partner secondari. Figure come Jamie (il partner tossico di Marianne) sono ridotte a caricature della borghesia conservatrice, perdendo opportunità di approfondimento, era una back story che poteva offrire molto, però è anche vero che la Rooney anche nel libro si concentra più su altri aspetti.
Normal People è più di una serie: è un esperimento antropologico sulla Gen Z e sui Millennial.

NORMAL PEOPLE

Sally Rooney: Ritratto di una voce generazionale

Si è laureata in Letteratura inglese e americana al Trinity College di Dublino. Durante gli studi, è stata campionessa europea di dibattito (2013), un’esperienza che ha influenzato la sua scrittura dialettica e analitica. Esordisce nel 2017 con Parlarne tra amici, ma è con Persone normali (2018) che ottiene riconoscimenti globali: Costa Book Award, Irish Novel of the Year e candidatura al Booker Prize.

Rooney è definita la “voce dei millennial” per la capacità di catturare le contraddizioni della sua generazione. Sa esplorare dinamiche di potere e incomunicabilità. Marxista e femminista, affronta il capitalismo, la precarietà economica e l’alienazione digitale. Stile asciutto e la prosa minimalista, i dialoghi taglienti e assenza di social network nelle narrazioni, per concentrarsi sull’autenticità dei corpi e degli sguardi sono fra le sue cifre stilistiche.