Si può fare sistema senza gridare AL LUPO, AL LUPO?

Il nostro Paese è spesso e da lungo tempo appellato come il Paese che non sa fare sistema, ovvero che di fronte a scelte strategiche, decisioni importanti per la vita del Paese, ma anche più semplicemente per mettere a terra un qualsivoglia progetto di interesse collettivo, si perde nei meandri della burocrazia e dei veti incrociati ora di questa, ora di quella amministrazione, authority, corte, agenzia, insomma dei vari apparati dello Stato e non riesce a portare a compimento il progetto.

Il luogo comune corrisponde purtroppo a verità e anche negli ultimi tempi abbiamo assistito a molte decisioni governative bloccate da vari altri organi dello Stato.
Quindi la domanda resta fondamentale per il buon funzionamento di uno Stato e per la sua governabilità. Come si può fare sistema senza mettere a repentaglio i principi democratici e l’ordine repubblicano che sostanzialmente si basa sulla separazione dei poteri e sul bilanciamento degli stessi attraverso un sistema di cosiddetti pesi e contrappesi?

Non è un problema di lana caprina, ma anzi oggi più che mai, un problema fondamentale in quanto i tempi che viviamo richiedono scelte e decisioni rapide ed efficaci.

Se guardiamo ad altre democrazie parlamentari occidentali come Francia, Germania e Regno Unito, notiamo che pur in presenza, appunto, degli stessi organi istituzionali (o comunque assimilabili ai nostri), della separazione dei poteri e dei vari organi autonomi ed indipendenti di controllo, in presenza di scelte fondamentali per la collettività riescono quasi sempre a fare sistema, nel senso che una decisione fondamentale per il Paese non viene quasi mai osteggiata, bloccata o contestata amministrativamente dagli altri organi dello Stato.

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Da cosa dipende questo riuscire a fare sistema? Per quanto riguarda la Germania si attribuisce questa capacità al forte senso di collettività che caratterizza la cultura di quel popolo, per la Francia al forte sentimento nazionalista, per il Regno Unito al pragmatismo che caratterizza la loro cultura.
In tutti i casi le cause non sono attribuite o attribuibili a diversità istituzionali fondamentali o a meccanismi amministrativi differenti ma alla cultura residente in quelle popolazioni che di fronte all’interesse generale del Paese riescono a mettere da parte le diversità di opinioni e a fare sistema. Ciò non significa che i vari organi dello Stato o le varie Authority non facciano il loro lavoro di controllori ma significa che per un comune approccio culturale mettono l’interesse generale dello Stato al di sopra di ogni altra considerazione e quando il provvedimento in esame risponde agli interessi generali dello Stato non lo ostacolano.

Sembra molto semplice concettualmente eppure nel nostro Paese questo spesso non accade, e non accade indipendentemente dall’appartenenza politica del Governo in carica. E’ accaduto con i Governi di centro sinistra, sta accadendo con il Governo di centro destra.

E’ la cultura dell’interesse generale, della collettività che ci manca. Restiamo ancora oggi il Paese dei campanili, del campanilismo e degli interessi individuali piuttosto che collettivi, e questo comune sentire ci fa prediligere soluzioni particolari e parziali piuttosto che generali, agevolano gli interessi delle lobby, delle corporazioni, di singoli settori o categorie piuttosto che dell’intera popolazione. Di conseguenza i Governi in carica occupano il loro tempo per rispondere con provvedimenti singoli a singole esigenze rappresentate ora da questa ora da quella categoria, settore, etc. oltre al fare sistema manca spesso anche quella visione d’insieme che permette ad un Paese di progredire.

Come si può dunque invertire la rotta?
Le strade sulla carta sono due: o attraverso riforme istituzionali che accentrando poteri e limitando l’autonomia di alcuni organi di controllo favoriscano l’operato del Governo in carica (ma questa soluzione porta inevitabilmente il Paese a trasformarsi in una democrazia illiberale tipo l’Ungheria, per intenderci, e a far gridare le opposizioni AL LUPO, AL LUPO), oppure se non si vuole mettere a repentaglio l’ordine istituzionale costituito e la democrazia così come la conosciamo investendo nella cultura del popolo italiano.
Ormai più di cento anni fa, in occasione dell’Unità d’Italia Massimo d’Azeglio pare che abbia pronunciato la famosa frase

“Abbiamo fatto l’Italia, ora bisogna fare gli italiani”.

Ecco a distanza di più di un secolo si ripropone lo stesso problema.
Il senso di collettività è ancora modesto, il particolare predomina ancora sul generale, gli interessi dei singoli su quelli generali. Dopo l’Unità d’Italia si investì nell’istruzione di base e sull’insegnamento della lingua italiana per unificare la popolazione, ora bisogna fare un upgrade, investire sul senso della comunità, sull’importanza della collettività e degli interessi generali come bene supremo ed anche sull’orgoglio di appartenere alla nostra comunità.

Come? Dove? Nella scuola, con contenuti, programmi ed esercitazioni che favoriscano e premino la squadra piuttosto che il singolo. Nelle università con l’adozione di progetti di studio e di ricerca collettivi. Nelle imprese con l’adozione di politiche di HR che oltre alle prestazioni individuali premino anche quelle di squadra. In famiglia modificando l’approccio educativo che spesso considera solo l’individuo e quasi mai la collettività (doveri collettivi, responsabilità sociale verso gli altri, etc.).
Infine credo che occorra insegnare a tutti i livelli l’etica, perché senza un approfondito studio e condivisione di valori non andremo da nessuna parte.

Ecco il miglior investimento per le generazioni future che può fare una comunità è questo: investire su noi stessi, sul riconoscimento della comunità come valore supremo e sul rispetto degli altri come individui.

Se faremo questo, se riusciremo a far crescere il senso collettivo, se riusciremo a mettere gli interessi generali al di sopra di quelli individuali e/o comunque particolari, allora anche a livello istituzionale, senza modificare assetti o leggi, riusciremo a fare sistema come riescono a fare i tedeschi, i francesi e gli inglesi, e nessuno griderà AL LUPO, AL LUPO!