Tra il 10 e il 21 novembre scorsi si è tenuta a Belèm (Brasile) la 30a Conference of Parties (COP) sul clima.
In una precedente nota (CaosManagement n.153), abbiamo parlato del percorso, avviato nel 1992 con il “Summit della Terra” di Rio de Janeiro, mirato a fronteggiare il global warming. Dal Summit scaturì un trattato ambientale (“Accordi di Rio”) che attestava la condivisione di una generica riduzione delle emissioni dei gas serra, rimandando ad annuali Conferences of Parties (COP) la possibilità di concordare limiti obbligatori. Al riguardo, nella precedente nota, si è evidenziato anche che, insieme agli “Accordi di Rio”, gli impegni più importanti sono stati concepiti con il “Protocollo di Kyoto” (COP3, Kyoto 1997) e con gli “Accordi di Parigi” (COP21, Parigi 2015).
In particolare, con gli accordi di Parigi, attraverso una diminuzione delle emissioni di gas serra, veniva definito il valore di +1,5°C, rispetto al periodo pre-industriale, quale obiettivo di riscaldamento atmosferico massimo di lungo periodo. In altre parole, per dar modo anche ai Paesi in via di sviluppo di raggiungere un certo grado di benessere, si riteneva accettabile un ulteriore graduale incremento del global warming entro la metà del secolo, per poi stabilizzarlo se non abbassarlo.
Il dato di fatto odierno è che, dal 1850, l’incremento della temperatura media globale è stato esponenziale e che già nel 2024 si è superata, anche se di poco, la soglia definita, avendo stimato un aumento globale tra i +1.55°C e +1.60°C rispetto alla media pre-industriale (fonte Copernicus; vedi CaosManagement n.149). Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato e, inoltre, dal 2000, si è verificato un trend positivo di circa 0.23-0.25°C ogni 10 anni. Questo trend è molto alto, più del doppio del periodo 1970-2000, e, se fosse mantenuto, per la metà del secolo il globo raggiungerebbe i +2°C, superando di molto quanto auspicato dagli accordi di Parigi
Il sistema climatico è costituito da sottosistemi altamente interconnessi che rispondono in modo diverso all’aumento di temperatura. Gli scienziati parlano di tipping points regionali (es., ghiacciai della Groenlandia, Artico, circolazioni oceaniche, permafrost, barriere coralline, foresta amazzonica ecc.) e, secondo il Global Tipping Points Report 2023 e l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), diversi sistemi chiave della Terra diventano instabili tra +1.5°C e +2.0°C di incremento globale; instabilità che, mantenendo a lungo un eccesso di +2.5°C, potrebbe condurre ad una transizione climatica irreversibile.
In definitiva, se non si avvia immediatamente qualche concreta azione, è reale il pericolo di una transizione strutturale verso uno scenario geo-socio-politico mai sperimentato prima dalle passate civiltà.
La più concreta delle azioni sarebbe un forte decremento delle emissioni climalteranti. La Cina è il primo emettitore mondiale, circa 12 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno, più del doppio rispetto a USA e UE messi insieme. A seguire l’India, che ha già superato la UE e potrebbe raggiungere gli USA entro un decennio. Cina e India dipendono ancora fortemente dal carbone, che genera la maggior quantità di emissioni per unità di energia prodotta.
Con tali dati, si è approdati alla COP30 di Belèm e, come volevasi dimostrare, il risultato più negativo è stato proprio la mancata approvazione di una roadmap vincolante per l’abbandono dei combustibili fossili; anzi, il termine “fossili” è stato rimosso dal testo finale su pressione dei Paesi produttori!
Ipocritamente, l’obiettivo di limitare il riscaldamento a +1,5 °C è stato riconfermato ma senza garanzie concrete; infatti, considerando gli attuali NDC (Nationally Determined Contributions, i piani d’azione nazionali che illustrano le attività da implementare per fronteggiare il cambiamento climatico), lo scenario è indirizzato verso un aumento di temperatura di +2.5°C.
Il documento politico finale rilasciato dalla COP30 ha un nome molto significativo “Global Mutirão: Uniting humanity in a global mobilization against climate change”, dal momento che Mutirão significa “sforzi collettivi” nella lingua indigena Tupi-Guarani. Tuttavia, una misura della sensibilità per l’argomento è stata l’assenza della politica (capi di Stato o di Governo): molti tra i Paesi con rilevanti emissioni hanno inviato delegazioni negoziali, tecniche, non politiche.
La Cina ha inviato una delegazione tecnica di alto livello ma priva di un mandato politico a causa delle tensioni sul tema del phase-out dei combustibili fossili.
Lo stesso atteggiamento hanno tenuto Russia, India e Australia, mantenendo, oltretutto, una posizione defilata, se non passiva.
L’Arabia Saudita e vari Paesi OPEC hanno partecipato attivamente ma, naturalmente, in modo politicamente oppositivo determinando la cancellazione di ogni riferimento all’eliminazione progressiva dei combustibili fossili.
Tuttavia, sull’argomento, è da sottolineare l’iniziativa guidata dalla Colombia che, assieme ad altri 24 paesi, ha promosso la Belém declaration for transitioning away from fossil fuels. Durante la prossima primavera (28-29 aprile 2026), la Colombia ospiterà a Santa Marta una conferenza per individuare gli strumenti concreti per realizzare la transizione dai combustibili fossili.
Quindi, a parte l’iniziativa della Colombia, nessun cambiamento rispetto al passato in tema di energia; infatti, considerata tale inerzia, nella consapevolezza di un’inevitabile transizione climatica, già dalla COP23 (Bonn, 2017) era diventato preminente l’aspetto economico e finanziario.
A Belèm è stato rilanciato il Global Goal on Adaptation (GGA), già proposto durante la COP28 (Dubai, 2023), che è l’obiettivo globale dell’ONU che mira a rafforzare la capacità dei Paesi di adattarsi agli impatti del cambiamento climatico, ridurre la vulnerabilità e aumentare la resilienza.
La sua attuazione resta però in sospeso visto che i finanziamenti sono delegati al Global Mutirão che non contiene azioni concrete. Al riguardo, la Belém-Addis Vision è lo strumento che dovrà apportare questa concretezza nella COP del 2027 ad Addis Abeba, così come fortemente voluto dai Paesi africani. Come si può constatare, è un continuo rimando di decisioni concrete alle successive COP.
In attesa dell’implementazione del Global Goal, sono state approvate alcune linee politiche per garantire equità nella transizione energetica (Just Transition, tutele per lavoratori, imprese, comunità colpite dalla decarbonizzazione) e per risarcire (Loss & Damage Fund) i Paesi più vulnerabili per i danni subiti dal cambiamento climatico (alluvioni, cicloni, perdita di territori, desertificazione).
Lo scorso anno, con la COP29 tenuta a Baku, fu fissato un impegno finanziario di 300 miliardi di dollari annui fino al 2035 (da fondi pubblici e privati). A Belèm si è concordato un impegno collettivo per triplicare entro il 2035 i finanziamenti per l’adattamento climatico. In ciò è stata molto attiva l’Unione Europea che ha sostenuto l’inclusione del piano di Just Transition, con attenzione a lavoratori e imprese e ha spinto per l’approvazione (poi avvenuta) di un piano d’azione per l’inclusione di genere, il Belém Gender Action Plan, volto a garantire un’azione climatica più equa e sensibile alle disuguaglianze di genere (l’Italia ha sostenuto passivamente le linee negoziali UE ma si è distinta, insieme a Polonia e Ungheria, quale Paese europeo non contrario a continuare ad utilizzare fonti energetiche fossili). Anche gli USA, eliminata la discussione phase-out dei combustibili fossili, hanno sostenuto la finanza per il Loss & Damage Fund e per le tecnologie pulite.
Tra i partecipanti più attivi alla COP30 c’è stato, naturalmente, il Brasile, Paese ospitante, che, tra l’altro, ha lanciato il Tropical Forests Forever Facility (TFFF), uno dei risultati più concreti della COP, per assegnare fondi alla conservazione forestale, specialmente nelle aree tropicali.
Sono stati molto attivi nelle discussioni su foreste e biodiversità anche gli altri Paesi dell’Amazzonia (Colombia, Perù, Bolivia). Detto ciò, un altro risultato negativo è stato il mancato accordo per porre fine in modo vincolante alla deforestazione globale: le proposte per una roadmap contro la deforestazione sono state cancellate dal documento finale.
Gradita novità della COP30 è stata la presenza, in veste di osservatori, di circa 900 rappresentanti delle popolazioni indigene che, da sempre, convivono in religiosa comunione con la foresta amazzonica. Sono intervenuti per testimoniare il fatto che i grandi progetti infrastrutturali ed energetici recentemente promossi dal governo Lula sono in palese contraddizione con le dichiarazioni che riconoscono l’importanza della delimitazione e protezione dei territori indigeni come strumento di mitigazione del cambiamento climatico e di lotta per i diritti delle comunità che li abitano.
Durante l’infruttuoso susseguirsi delle COP, il tempo meteorologico si è manifestato in tutta la sua irruenza sull’umanità e sui viventi.
Mentre scrivo è in atto una vasta alluvione in Indonesia, Sri Lanka e Thailandia: oltre mille morti e milioni di persone coinvolte, enormi devastazioni e intere regioni isolate e con infrastrutture pesantemente danneggiate.
Come curiosità finale è da segnalare un aspetto positivo colto da alcuni economisti. Si tratta del decoupling (disaccoppiamento) tra l’uso dei combustibili fossili e il PIL: negli ultimi decenni Stati Uniti, Europa e (più di recente) Cina sono riusciti a produrre sempre più ricchezza mantenendo uguali emissioni o, addirittura, diminuendole lievemente. Ciò, naturalmente, non giustifica l’ostruzionismo alla decarbonizzazione, però mostra la plausibilità di una crescita economica indipendente, o quasi, dall’uso di tali fonti energetiche.
È una speranza per il futuro?
Ma abbiamo tutto questo tempo a disposizione?
È questo lo sviluppo sostenibile? La ragione, come si sa, porta al pessimismo …