La libertà non è star sopra un albero, diceva quel vecchio saggio di Giorgio Gaber e aggiungeva, la libertà è partecipazione.
Confesso che per molto tempo ho fatto fatica a capire che cosa intendesse ma poi a un certo punto si è fatto tutto molto chiaro. Specie dopo che un suo spettacolo successivo si intitolava “Libertà obbligatoria”. Tutto questo mi rimembrava bene certe importanti osservazioni di Theodor Wiesengrund Adorno in “Minima moralia“.
La libertà, quella autentica, non è quella di pisciare nell’orto del vicino, come con humour mostravano le scenette dell’Ottavo nano della Dandini, o quella di chiudersi in un rifugio lontano da tutti.
La libertà si compie solo nella consapevolezza del limite che è l’altro (e non solo l’altro umano, l’altro in generale). La libertà si effettua solo a patto che non infranga il senso di comunità che non può non attraversarci. Per questo il supremo atto di libertà è la partecipazione, il confronto, il contatto anche con ciò che ci dispiace, inevitabile.
Noi non siamo liberi come infantilmente proclamiamo picchiando i piedi e gridando non mi puoi impedire di fare quello che voglio, quella non è libertà, quella è perdita del contatto con la realtà, è disconoscimento della nostra natura sociale.
L’ipostasi dell’individuo che come è noto affligge la nostra civiltà da parecchio e che non accenna a diminuire ha prodotto una gigantesca confusione anche in chi credeva di battersi per una società più giusta, più equa, più attenta alla diversità.
Oggi tutti, in un panorama politico in cui anche i riferimenti minimi sembrano svanire, proclamano il proprio diritto alla libertà, ad essere come cavolo vogliono e a fregarsene se questo implica il disconoscimento dell’altro da sé.
La libertà in senso assoluto non esiste se non come un concetto regolativo, come aveva ben compreso Kant. Certo, la nostra singolarità è apparentemente libera ma in realtà è il frutto di infiniti condizionamenti determinati dal campo sociale in cui si forma, per non parlare delle motivazioni inconsce che spingono a fare ciò che le nostre pulsioni più profonde esigono e che la nostra consapevolezza, finché tiene, cerca di mediare. Non sto a rivangare le giuste osservazioni sul nostro nascere in una precomprensione del mondo che deriva dal contesto culturale e linguistico, difficilmente cancellabile e indispensabile al nostro orientamento nella comunità di appartenenza, come aveva ben spiegato Heidegger.
Chi è libero? L’eremita, l’avventuriero, l’anarchico? Chissà quali pesanti catene di motivazioni indecifrabili hanno condotto ciascuno di loro lì dove crede di aver finalmente trovato la propria libertà.
Paradossalmente proprio l’eremita è il più prigioniero, allo stesso modo che chi si ribella a una divisa finisce quasi sempre per portarne un’altra, simmetrica alla prima.
Ricordo certi amici, che in tempi ribelli, si rifiutavano di portare giacca e cravatta, credendo così di proclamare la propria ribellione. In realtà portavano quasi sempre gli stessi vestiti, deprimenti, che erano rigidamente imposti dalla regola implicita che avevano assegnato alla loro (finta) ribellione.
Correre nudi per strada non ci renderà più liberi. Ci renderà più liberi comporre con gli altri le nostre esigenze, cercare insieme agli altri una faticosa armonia, partecipare al grande gioco della vita, che diventa uno scenario di libertà proprio in quanto è regolato, come sanno bene i bambini.
Tutti vogliono la libertà, ma quello che manca e che dovremmo cercare è il senso di appartenenza.
Tutti vogliono la libertà ma più la cercano e la proclamano più la perdono, intolleranti come sono, giudicanti come sono, violenti come sono nella propria pretesa di riconoscimento integrale, chiusi nella propria certezza, nella propria convinzione che tutti gli altri debbano accettare la loro legge, come fanno, per esempio, certi proclamatori di diritti di genere che dovrebbero, secondo loro, addirittura modificare il linguaggio o le regole di identità nel nostro tempo.
Questo tipo di libertà genera solo nuove separazioni, nuovi muri, nuovi conflitti.
Credo che dovremmo mettere da parte questa parola così ambigua benché ricca di storia.
Oggi la libertà è difesa a spada tratta solo da chi se ne frega della partecipazione, della collettività, anzi delle collettività, da soggetti fortemente narcisisti, da figure paranoiche.
Quello che davvero ci manca, all’opposto è il senso di appartenenza nella diversità, il piacere della condivisione tra differenti, la convivenza armonica delle singolarità, non delle individualità. Singolarità come elementi che attraversano e diffrangono le unità individuali componendo nuove geometrie tra i soggetti, nuove trame, nuove possibilità.
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