Lin Chi montato, dall’autore, su una pittura Sumi. La postura di zazen è l’entrata dentro se stessi con la meditazione. Lo spazio vuoto rappresenta l’uscita.
Dalla pratica zen alle trappole di Watzlawick, un percorso di ricerca personale fra monti, valli e problemi reali e virtuali.
Come diceva Lin Chi, il maestro fondatore della scuola zen omonima (in cinese chan lin chi, in giapponese zen rinzai) il saggio è “libero di entrare e di uscire”. Questa frase all’apparenza banale contiene un grande significato: il saggio, l’illuminato, colui che è padrone di sé, se vuole entrare da qualche parte, assumere un atteggiamento, sposare una causa, è libero di farlo. Anche se vuole fare qualcosa di pericoloso o di riprovevole è libero di farlo, nulla e nessuno può impedirglielo. Non ha freni o inibizioni o tabù. Ma una volta entrato, è altrettanto libero di uscire. E qui casca l’asino, perché le persone comuni assai spesso restano impigliate nelle loro abitudini, nei pregiudizi, in recinti posti da altri o da se stessi. La libertà di entrare e di uscire ci rende sereni, leggeri, inafferrabili, vicini quando serviamo a qualcosa o a qualcuno, lontani quando non serviamo più. L’opposto di tale libertà è la paura di entrare in una situazione ignota o preoccupante, di innamorarsi, di cambiare lavoro, di lasciare la propria zona di comfort e affrontare il mondo, di confrontarsi con gli altri. Ed è l’incapacità di uscire, di cambiare casa se quella in cui viviamo non va più bene, di cambiare stile di vita, di interrompere cattive abitudini, di smettere di fumare o di bere, di troncare una relazione tossica.
François Jullien, il filosofo francese che ha studiato in parallelo la filosofia occidentale e la saggezza orientale, rifacendosi a Confucio dice che
“il saggio è senza idee”.
Il filosofo ha una sua idea che elabora per spiegare il mondo. Il saggio si pone di fronte al mondo, dentro il mondo, senza idee preconcette, osserva ciò che accade e si adegua. Ogni filosofo ha le sue idee che sviluppano o contraddicono le idee precedenti, e la successione di tutte queste idee genera la storia della filosofia. Il saggio è senza storia, perché qualsiasi idea potrebbe andare bene, a seconda dei casi in cui ci si trova. Il tal senso non c’è una storia della saggezza, perché ogni saggio galleggia nella sua saggezza insieme con gli altri saggi, senza escludere nulla.
Le quattro mancanze di Confucio
Confucio è caratterizzato dalle quattro mancanze: è senza idea, senza necessità, senza posizione, senza io. Senza idea significa senza nessuna idea preconcetta, precedente all’esperienza del momento e tale da costituire un punto di vista che esclude altre possibilità. Da ciò deriva che non c’è nulla di giusto o di sbagliato, ma solo qualcosa di più o meno adatto alla situazione. Senza necessità significa che se non ho idee preconcette non mi serve niente, perché saprò procurarmi al momento ciò che può servire alla situazione. Senza posizione significa che non occupo nessuna posizione fissa che avrebbe bisogno di essere fortificata per difenderla, ma sono libero di muovermi e spostarmi nel posto più vantaggioso. Senza io significa che io sono vuoto, duttile come creta fresca o come acqua che prende la forma del recipiente in cui si versa, che non ha senso dire “io sono fatto così”, perché sono fatto come mi sto facendo. Per Confucio quindi non c’è nulla di fisso e preconcetto, ma tutto fluttua e va colto e compreso nel suo fluttuare. Il saggio confuciano non sopporta l’ostinazione. Non c’è altra origine del male, se non il bloccarsi, il lasciarsi rinchiudere in una certa visione delle cose senza più poterne uscire e modificarla. Ciò non implica che il saggio sia un essere amorfo, chiuso nella sua illuminata autosufficienza e indifferente a tutto il resto. Se così fosse, sarebbe intrappolato dentro la sua atarassia e non sarebbe più libero di uscirne. Il saggio dunque non si butta a capofitto negli eventi; se lo ritiene necessario prende partito, ma senza partito preso. L’uomo virtuoso, nel mondo, non si impunta né a favore né contro, ma inclina verso ciò che la situazione esige. Io ho potuto sperimentare questo tipo di saggezza come allievo del maestro zen rinzai Engaku Taino, al secolo Gigi Mario, singolare personaggio che ha conseguito in un monastero giapponese l’autorizzazione a insegnare lo zen nella tradizione della scuola di appartenenza, e ha fondato il monastero di Scaramuccia nei pressi di Orvieto.

Il climber Gigi Mario arrampica in falesia su alte difficoltà.
Taino, o Gigi come io amo chiamarlo, è stato capace di entrare in profondità nella pratica monastica, ma al tempo stesso se ne è liberato assumendo un proprio modo di gestire il monastero e l’insegnamento, perfino in polemica con il monastero giapponese, e ha affrontato in modo creativo il problema di insegnare la pratica orientale in occidente. Fra l’altro, ha sostituito le attività fisiche tradizionali, come il tiro con l’arco e la cerimonia del te, con l’arrampicata su roccia, l’alpinismo e lo sci, fatti con lo spirito zen della pratica meditativa corporea. E già, perché oltre allo zen, Gigi è stato un grande alpinista. Purtroppo ne parlo al passato perché è morto col Covid nel 2021. Io l’ho avuto come istruttore diciassettenne nel corso di arrampicata che feci da universitario con la SUCAI, la sezione universitaria del Club Alpino Italiano. Era già un fenomeno, modernissimo nelle tecniche di arrampicata e di allenamento muscolare metodico. Dopo un breve periodo da impiegato di banca, ne è uscito (già allora era libero di entrare e di uscire!) per dedicarsi all’alpinismo divenendo gestore del rifugio Franchetti sul Gran Sasso e prendendo il brevetto di guida alpina, la prima guida di Roma in un’epoca in cui la professione era fatta solo da montanari delle Alpi. Erano i primi anni ‘60, e Gigi rinnovò l’alpinismo del Gran Sasso aprendo vie eleganti e memorabili che tuttora rappresentano severi ma esaltanti banchi di prova per alpinisti esperti. Fra le sue imprese alpinistiche ricordiamo la prima discesa del Monte Bianco con gli sci. Per renderci conto del suo talento pensiamo che diventò maestro di sci senza prendere una lezione, solo guardando come sciavano i maestri alpini. Ma proprio quando era ben dentro la montagna, ne uscì e se ne andò in Giappone dove fece il maestro di sci per vivere, e il monaco zen per coltivare la sua nuova passione. In quegli anni ci perdemmo di vista, rispettivamente impegnati ad entrare e uscire dalle vicende delle nostre vite, e io smisi di andare in montagna, preso da altri interessi che mi spingevano a stili di vita ben diversi, come il jazz, la pittura, il graphic design, la fotografia e tutto il resto. Mi riavvicinai a inizio anni ‘80, quando decisi di tornare ad arrampicare e feci alcune scalate con Fabio Delisi, giovane guida romana che era stato suo allievo e che ne parlava come del migliore arrampicatore che conoscesse. Io ricordai la vecchia conoscenza, e lo incontrai chiedendogli di diventare suo allievo, non solo per la montagna, ma anche per la pratica zen che mi incuriosiva, avendone letto come pratica di meditazione che favoriva l’intuizione improvvisa e illuminante. Ho seguito la sua scuola di alpinismo, sci e meditazione per oltre un ventennio, in cui ho avuto modo di apprezzarne il suo spirito laico e creativo. Quando qualche allievo era troppo rigido lo invitava a liberarsi, e gli ricordava che lo stesso Lin Chi raccomandava di “uccidere” amici, genitori, e perfino il Budda, se questi erano di intralcio alla mente libera e vuota. Quando io gli dissi che non riuscivo a liberarmi dal risentimento verso una persona che mi aveva fatto del male, mi disse che “al nemico si taglia la testa”. Io così feci e mi liberai al punto che di lì a poco sarei riuscito a incontrare di nuovo quella persona e a fare con essa alcuni lavori, perché dentro di me avevo tagliato la testa al nemico che era in lui. Nelle sesshin, giornate di ritiro nel monastero, si entrava e usciva da una pratica all’altra: meditazione seduti, meditazione camminando in circolo, lavoro nei campi, tai chi, pasti consumati in silenzio, te preso tutti insieme prendendoci in giro e scherzando, perché lo zen ti fa entrare nella più severa meditazione e uscirne con la risata e lo sberleffo, e lo stesso koan ti costringe al paradosso mentale che ti fa uscire dai normali modi di ragionare (“il cane ha la natura di Budda?” “Mu” come recita il primo koan). In quegli anni il mondo alpinistico era diviso fra chi adottava nuove attrezzature tecniche che permettevano risultati di livello più alto, e chi sosteneva che non si poteva ripetere una salita con mezzi diversi da quelli dei primi salitori. Per tagliare la testa al toro, Gigi scelse una via che lui stesso aveva aperto sul Corno Piccolo del Gran Sasso, la riattrezzò con i nuovi sistemi di sicurezza e le cambiò il nome trasformandola in una arrampicata modernissima. Ecco dunque un’altra lezione di “uscita” da schemi, nostalgie, vincoli di una tradizione intesa in modo troppo sclerotico. Nello sci ci insegnò a entrare e uscire dalle piste battute, per alternare la scivolata sulla neve battuta all’ebbrezza della neve fresca. In montagna entrare significa attaccare la scalata nel punto e nel modo giusto, uscire significa saper scendere, perché spesso in discesa succedono i peggiori incidenti. Ho avuto la fortuna di fare alcune arrampicate legato alla sua corda, imparando a vincere la paura, entrare nella via verticale e uscire in vetta per poi scendere in sicurezza. Una di queste ascensioni resta nella mia memoria come l’immagine della piena felicità, quando mi propose di fare velocemente, solo lui ed io, la via Gervasutti, 120 metri di V e VI grado in un pilastro del Corno Piccolo, in un pomeriggio in cui uscimmo in vetta quando il sole iniziava a tramontare ed io vissi quel momento di gloria con la mente leggera e il cuore pieno di gratitudine. L’immagine mostra l’elegante tracciato della via che sale sul più alto dei torrioni che hanno il suggestivo nome di Fiamme di Pietra. In cima cè giusto il posto per due persone.
Fu proprio in una settimana bianca che lo vidi leggere “Change”, La formazione e la soluzione dei problemi, il libro del 1978 in cui Paul Watzlawick affronta il problem solving partendo dalle quattro nobili verità del buddismo. Le quattro verità di Budda sono
- la sofferenza,
- la causa della sofferenza,
- la fine della sofferenza,
- l’ottuplice sentiero come pratica di vita per realizzare la cessazione della sofferenza, ovvero la retta visione, la retta intenzione, la retta parola, la retta azione, il retto modo di vivere, il retto sforzo, la retta presenza mentale, la retta concentrazione.
Le 4 fasi di Watzlawick sono
- la definizione del problema,
- le tentate soluzioni che fanno persistere il problema,
- la chiara definizione del cambiamento concreto da ottenere,
- la messa in atto di un piano per ottenere il cambiamento.
Avevo conosciuto Watzlawick in una conferenza che fece al Centrostudi di Comunicazione, e nei primi anni 2000 ho approfondito lo studio delle sue teorie frequentando i master del Centro di Terapia Strategica di Giorgio Nardone. Watzlawick sostiene che gran parte dei problemi dipendono dalle soluzioni che si adottano nel tentativo di risolverli. Le soluzioni devono essere riduttori di complessità rispetto ai problemi, perché se sono più complicate dei problemi che dovrebbero risolvere diventano ipersoluzioni, ossia fare di più e di più tutto quello che si stava facendo, invece di fare cose diverse.

Il maestro Engaku Taino recita un sutra nel monastero, con esemplare concentrazione.
Watzlawick ha scritto libri divertenti, scanzonati e paradossali per spiegare questi concetti, come “Istruzioni per rendersi infelici” (1983), “Di bene in peggio, istruzioni per un successo catastrofico”, (1987). In sostanza, dice Watzlawick, possiamo fare qualsiasi cosa, sia buona che cattiva, basta non intrappolarci dentro di essa in modo che ci sia difficile uscirne. Non c’è niente di male nel bere un bicchiere di vino, dar da mangiare ai gatti randagi, farsi una canna. Il pericolo sta nel non riuscire a smettere, per cui si diventa alcolisti, gattari o tossicomani. Finché siamo liberi di entrare e di uscire, siamo noi ad avere il timone in mano. Se abbiamo paura di entrare, siamo fobici e inibiti. Se siamo incapaci di uscire, siamo dipendenti. E’ importante sottolineare che l’intrappolamento è disfunzionale anche se stiamo facendo buone azioni, come aiutare gli amici in difficoltà, lavorare di buona lena, amare. Se siamo incapaci di non aiutare cadiamo nella sindrome del cane San Bernardo, e finiamo con l’aiutare anche chi non gradisce il nostro aiuto. Se siamo incapaci di smettere di lavorare cadiamo in burnout e sbrocchiamo. Se siamo incapaci di interrompere una relazione sentimentale che sta diventando tossica, possiamo arrivare fino a farci ammazzare dal partner. In sintesi, la soluzione di un problema è valida fino ad un certo punto, oltre il quale diventa una ipersoluzione o una tentata soluzione disfunzionale. Se ho fame (problema) mangio un pezzo di pane (soluzione). Ma se continuo a mangiare perché sono nervoso o perché mi dispiace lasciare tutto quel buon pane croccante, la soluzione che era valida diventa inutile e perfino dannosa. Per uscirne è importante saper assumere altri punti di vista, saper osservare i propri comportamenti come in uno specchio, saperci far aiutare a trovare alternative.
“Se hai una sola alternativa sei uno schiavo, se ne hai solo due sei un interruttore, se ne hai più di due sei una persona libera”,
dice Richard Bandler.
“Io sono fatto così, è più forte di me, non posso farne a meno”
sono trappole che ci prepariamo da soli e in cui proviamo perfino soddisfazione a caderci dentro. Naturalmente non è facile uscire da queste trappole, che spesso sono inconsce. Ci vuole l’aiuto di un amico, di un counselor, di un personal coach, nei casi più importanti di uno psicoterapeuta.
Tutto questo accade anche a livello di gestione manageriale, quando un manager ipercontrollante è incapace di lasciare che i dipendenti lavorino in modo più autonomo, o tutte le volte in cui si rifiutano i cambiamenti perché
“qui da noi si è sempre fatto così”.
O perfino a livello istituzionale e governativo, come sta accadendo a leader politici, giornalisti e opinionisti che insistono nell’idea di armare una Ucraina che dal 2022 non fa altro che perdere terreno e combattenti, e non sanno come uscirne se non aumentare risorse da buttare nella voragine bellica.