La compassione è un’emozione complessa che coinvolge una profonda consapevolezza della sofferenza altrui e un desiderio autentico di alleviarla. A differenza della semplice empatia, che implica la capacità di comprendere e condividere i sentimenti degli altri, la compassione aggiunge un elemento di azione: è un invito a fare qualcosa per aiutare.
Credo sia necessario chiarire che mi rendo perfettamente conto che una parola ed un sentimento come questi sono fuori moda. Negli ultimi tempi, e parliamo più o meno di 25 anni circa, c’è una tendenza fortissima ad esaltare il “vincitore”, e non solo, molti deridono il “perdente”, l’interlocutore più debole che viene demonizzato e non valutato degno di considerazione.
È lampante e sempre più evidente che i dibattiti politici sono praticamente spariti, perché le possibilità di confronto sono minime. Nei social si muovono tutti adulando il vincitore e portando in alto l’aggressività. Ed ora, siamo arrivati alla rappresentazione massima a livello mondiale con l’iperattivo Presidente attuale degli USA, non di un paesino di provincia, ma di una potenza mondiale (anche se potenza in decadenza, ma sempre con un potere contrattuale).

In Italia, hanno coniato la parola “buonismo” che viene utilizzata a sproposito. È l’ostentazione di tolleranza e benevolenza verso gli avversari politici. Aggiungo, che si é arrivati al punto che è quasi una vergogna aiutare qualcuno che ha bisogno, perché il concetto dietro la smorfia di dispetto con la quale ti guardano significa: stai perdendo tempo ad aiutarlo! Non se lo merita. Se fosse una persona per bene, come me, starebbe meglio, non sarebbe arrivata a questo punto. E via dicendo. Ossia, è un perdente! Etichettato con infamia…
Mi piacerebbe pensare che dalla empatia che molti di noi ancora sono capaci di dimostrare non solo verso i gattini del web (e mi dichiaro apertamente una gattara sfegatata!) ma verso gli esseri umani in difficoltà di qualsiasi tipo, potessimo passare anche all’azione per aiutare a farli stare meglio!
Ho vissuto molte esperienza di vita e talvolta mi sento come se avessi vissuto tante vite in un corpo solo. E qualche segno di usura questo corpo lo sta dando, manda degli avvertimenti, segnali di qualche malattia mai presente nella mia famiglia. Ho l’opportunità di comprovare di persona se una serie di detti, storie, narrazioni passatemi dai miei familiari, dagli amici, o dalle mie letture, alla fine siano vere o meno.
Ho anche la possibilità di guardare tutto con occhi nuovi! Con una forma di vedere le cose che mi fa avere la sensazione inusitata, per una della mia età, di guardare come se fosse la prima volta e di scoprire un mondo diverso. E’ sorprendente come tutto quello che mi appariva perfettamente normale, in ordine, consueto, se cominci ad osservarlo ed a pensare in forma differente, tutto questo cambia aspetto anche per te. O per dirlo diversamente, alla Chandra Candiani,
sto imparando a praticare la meraviglia, perché esercitarla cura il cuore malato che ha potuto esercitare solo la paura.
Come tutti gli essere umani credo di avere la sensibilità di vedere le difficoltà altrui. La sofferenza in alcuni casi é scoperta e visibile, in altri casi molto più nascosta, coperta da diversi strati uno sopra l’altro così da formare un corpo informe, perché coprendosi tanto ha perso e dimenticato la sua forma originale, non ci si trova più, è rimasta talmente indietro nel tempo che si dovrebbe fare un lavoro di pulizia talmente grande che l’individuo si ferma, si paralizza, senza avere la forza di iniziare. E, in questo caso, la parola di moda è procrastinazione!
So che molti di noi, sapendo che la strada da fare è in salita, non trovano subito la volontà per iniziare. Qualche volta la spinta deve arrivare dall’esterno, deve capitare qualcosa che perfino non abbia nulla a che vedere con noi stessi, ma che rappresenti la molla per iniziare questa salita difficoltosa.
Una riflessione: siamo alquanto superficiali quando ci sembra perfettamente normale il fatto che in un ristorante ad un certo punto veniamo portati davanti ad un acquario dove un’aragosta si trova depositata e per nostro piacimento viene presa e buttata in acqua bollente! L’aragosta non ha avuto nessun tipo di partecipazione nel decidere per la sua vita1. E noi ci comportiamo con una crudeltà estrema, forti della nostra convinzione che gli animali non hanno la stessa possibilità di sentire come noi esseri umani.
E voi direte: ci sono cose molte più terribili nella vita!
E, infatti, è proprio così.
L’aragosta mi serve solo come spunto per farvi fermare al momento esatto nel quale il cameriere, o il cuoco, o chicchessia butta questo povero animaletto vivo nell’acqua bollente.
Un minimo di compassione la dovremmo sentire, se non altro non stiamo guardando l’aragosta servita sul piatto a tavola, dunque nettamente alimento da mangiare, come mangiamo una bistecca, o il pesce, o un abbacchio o un piccione servito tutto intero. A quel punto è roba da mangiare, è il nostro cervello la tratta come un qualsiasi altro alimento che siamo abituati a consumare come pasto.
Ma, la mia domanda è: quando siamo diventati non compassionevoli? Da quando la compassione è rimasta fuori dal nostro vocabolario sentimentale?

Lasciamo stare l’aragosta. Da quando vedere un adulto morto di fame ci irrita soltanto e non ci ispira un minimo di compassione? Da quando abbiamo imparato a guardare diritto davanti a noi quando un essere umano molto più piccolo di noi, ossia un bambino, ci ha chiesto una elemosina, qualcosa da mangiare? Da quando ci commuoviamo molto di più per un video con un cagnolino o un gattino salvato dalla strada che per un bambino di Gaza che vorrebbe scappare dalle bombe?
Perché questo è il fatto. Se impari a guardare diversamente tutte queste cose le vedi, anzi, non riesci a non vederle più.
La vedi l’anziana vicina del tuo palazzo che al supermercato compra solo pane, latte e qualcosa d’altro di molto piccolo che costa poco? La vedi che non sceglie mai della carne con la quale farsi un bel bollito d’inverno magari con carne di manzo e di pollo, perché sarebbe un extra lusso che non si può permettere?
Da quando siamo diventati così occupati, egoisti con noi stessi che non vediamo più gli altri?
La solitudine è una piaga per tanti anziani in questa società. Da quando non li ascoltiamo per niente, ci annoiano sempre con le stesse storie, non troviamo il tempo da dedicare loro?
La compassione non è un sentimento che appartiene solo agli essere umani. Ci sono degli animali che hanno dato mostra di essere molto più compassionevoli di tantissimi umani, raccogliendo piccoli abbandonati dalla madre per morte o accidenti, arrangiandosi tra animali di specie molto diverse tra loro, condividendo quello che hanno.
Facciamo a gara per diventare più indifferenti, più concentrati su noi stessi. Gli altri sono un mondo che non ci riguarda.

Se in questo momento, questo significa firmare una proposta, partecipare ad una marcia, parlare in pubblico di quello in cui si crede, scrivere le proprie idee e convinzioni, sono in prima fila! E vorrei dietro di me un anfiteatro greco pieno…
Fonti:
“Questo immenso non sapere” Chandra Candiani
“La mia società ideale” https://www.caosmanagement.it/2025/11/13/la-mia-societa-ideale/
“I nuovi poveri” https://www.caosmanagement.it/2023/03/10/i-nuovi-poveri/
“Senza lacrime” https://www.caosmanagement.it/2025/07/15/senza-lacrime/
“E, dunque, ci si muove! E siamo solo all’inizio” https://www.caosmanagement.it/2025/10/15/e-dunque-ci-si-muove-e-siamo-solo-allinizio/
1 La Svizzera ha una legge, entrata in vigore il 1° marzo 2018, che vieta di bollire le aragoste (e altri crostacei) vive, obbligando a stordirle prima della cottura per evitare sofferenze, tramite metodi come lo scossa elettrica o la distruzione meccanica del cervello. L’obiettivo è proteggere il benessere animale, riconoscendo che i crostacei sono sensibili al dolore.
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