Vent’anni fa, il 17 gennaio 2006, si spegneva a Milano Guido Bertuzzi. Ma come accade per le perle rare autentiche, la sua luce non svanisce con l’assenza fisica: continua a rifrangersi nelle acque dei Navigli, tra i vicoli che furono suo atelier e coscienza.

C’è una sincronicità curiosa nel ricordare Bertuzzi proprio ora, mentre il calendario segna vent’anni dalla sua scomparsa e il Circolo Navigli Artisti e Patriottica – quel Circolo dei Circoli © che Giuseppe Zaccheria fondò come I Navigli e che oggi ne custodisce la memoria – ha appena concluso nel dicembre scorso una mostra-omaggio intitolata Omaggio all’anima artistica dei Navigli. Come se il tempo, invece di allontanare, avesse stratificato significati, trasformando un pittore in simbolo, uno studio in santuario laico, un’amicizia in eredità collettiva.

L’Uomo del Vicolo: Radici e Scelte

Nato il 17 agosto 1939 in una Milano che ancora non sapeva di doversi reinventare, Bertuzzi scelse deliberatamente di non allontanarsi mai troppo. Il suo studio in Vicolo dei Lavandai 4 non fu un indirizzo casuale: era un manifesto esistenziale. Lì, dove l’acqua del Naviglio Grande trasportava non solo merci ma storie – lavandaie che battevano panni, operai che trascinavano carretti, bambini che giocavano tra cortili di ringhiera – Bertuzzi trovò il suo vocabolario visivo. Un lessico fatto di mani callose, schiene curve, sguardi che non guardano mai l’osservatore perché troppo impegnati a resistere.

Nessun accademismo, nessuna tentazione di elevarsi sopra il soggetto: l’arte doveva essere diretta, comprensibile, umana. Come un pescatore che parla di reti a un altro pescatore, senza bisogno di dizionari.

Perché “Perla Rara”?

Ma cosa rende Bertuzzi una perla rara, e non semplicemente un buon pittore del Novecento milanese? La risposta sta in un paradosso: la sua unicità nasce dall’aver scelto l’ordinario. In un’epoca che già negli anni Sessanta correva verso l’astrattismo, la pop art, la smaterializzazione dell’opera, Bertuzzi rimase ostinatamente figurativo. Neorealista, per usare l’etichetta che lui stesso accettava senza enfasi. Ma il suo neorealismo non era fotografia sociale: era trasfigurazione.

Le sue figure – operai, contadini, pescatori – sono quasi sempre prive di volto. Non per anonimato, ma per universalità. Quel lavoratore ingobbito sotto il peso di un sacco potrebbe essere tuo nonno, mio padre, il vicino di casa. È l’archetipo dell’uomo qualunque che lavora, elevato a dignità epica non attraverso retorica, ma attraverso luce. Quei bianchi accecanti, quegli azzurri che sembrano rubati al cielo dopo un temporale: non sono ottimismo naïf, ma speranza testarda. La certezza che la fatica non è dannazione ma costruzione.

Dino Buzzati parlò di onestà senza retorica. Roberto Leydi, etnomusicologo e intellettuale attento alle culture popolari, lo definì narratore sensibile dei meridionali assimilati – quella Milano degli anni Cinquanta-Sessanta che assorbiva Sud e lo metabolizzava nei cantieri, nelle fabbriche, nei cortili. E Giuseppe Presicci colse il cuore parlando di pennellate dolci per un uomo positivo.

La perla rara è questa: Bertuzzi non dipinse per gli umili, ma con gli umili. Il suo pennello era solidale, non caritatevole. Le corde che legano i suoi lavoratori non sono catene, ma vincoli di mutuo soccorso. I secchi di ghisa trascinati dai bambini nelle sue tele non gridano denuncia urlata, ma sussurrano dignità rubata e restituita dal colore.

Il Mondo oltre i Navigli

Eppure, sarebbe riduttivo confinare Bertuzzi al folklore locale. Viaggiò: Spagna, Scozia, URSS, Egitto, Senegal, Guatemala. Oltre cento mostre in musei che vanno dal Prado di Madrid al Louvre (sezione Calcografia), da Budapest a Mosca. L’Ambrogino d’Oro nel 1973, il Premio Cultura Europea nel 1981, la Benemerenza milanese nel 1986. Un murales al Palazzo ICEU di Lacchiarella, testimonianza pubblica del suo impegno civico. Giuseppe Cerri ne esaltò il lavoro al Palazzo CEE di Strasburgo, collegandolo alla grande tradizione milanese: da Parini che fustigava i nobili fannulloni, a Gadda che squadernava le ipocrisie borghesi.

Ma ogni viaggio era un ritorno. Bertuzzi portava via dai Navigli lo sguardo, e riportava ai Navigli il mondo. Il sale marino dei pescatori senegalesi profumava come quello dei pescatori del Naviglio Pavese. La terra rossa dei campi guatemaltechi aveva la stessa consistenza di quella della Bassa milanese. L’umidità che gonfiava i panni stesi nelle ringhiere di Ticinese era sorella di quella che Bertuzzi ritrovava nei vicoli di Edimburgo. Ogni quadro era ancorato a tempo, luogo e data – una sorta di giornalismo visivo – ma ogni quadro parlava di sempre.

L’amicizia con Giuseppe Zaccheria: un sodalizio oltre l’arte

C’è un filo rosso che lega Bertuzzi al presente, e quel filo ha un nome: Giuseppe Zaccheria. Fondatore del Circolo I Navigli (evolutosi poi in Circolo Navigli Artisti e Patriottica, autodefinitosi con orgoglio Circolo dei Circoli ©), Zaccheria non fu per Bertuzzi un semplice organizzatore culturale o un promotore occasionale. Fu un complice. Uno di quegli incontri in cui l’amicizia personale si intreccia con la visione comune, dove il caffè bevuto insieme diventa progetto, e il progetto diventa identità territoriale.

Zaccheria e sua moglie credevano, come Bertuzzi, che i Navigli non fossero solo acqua e pietra, ma anima collettiva. Che l’arte non dovesse stare nelle gallerie asettiche ma sporcarsi di vita, dialogare con chi passeggia, chi abita, chi lavora. Questa condivisione profonda si tradusse nel 2012 in un gesto simbolico potente: la scultura L’uomo di sempre di Caporrella e Grudda, collocata di fronte allo studio di Bertuzzi, al lavatoio. Una sentinella di bronzo che veglia sul quartiere, testimone perenne di un’alleanza tra arte e territorio che Zaccheria e Bertuzzi coltivarono per decenni.

Quando il Circolo I Navigli si fuse nel 2018 con la Società Artisti e Patriottica – atto non di resa ma di moltiplicazione, come quando due fiumi confluiscono e l’acqua diventa più forte – l’eredità di Bertuzzi fu messa al centro. Non come reliquia, ma come bussola. Il Concorso Nazionale Alda Merini e Guido Bertuzzi di Poesia e Pittura, giunto nel 2024 alla terza edizione, non è celebrazione nostalgica: è chiamata. Invito a continuare quel dialogo tra parola e immagine, tra strada e bellezza, che Merini e Bertuzzi incarnarono da angolazioni diverse ma convergenti.

E proprio nel dicembre 2025, a ridosso del ventesimo anniversario della morte, il Circolo ha promosso “Omaggio all’anima artistica dei Navigli”, evento a cura di Gemma Clerici e con diversi partner culturali fra cui Caosmanagement.it e la Rivista Estetika – entrambi in qualità di Media Partner dell’iniziativa. Francesca Sgroi, Presidente Rotary Mi Leonardo Da Vinci – che ha inglobato il Rotary Club Corsico Naviglio – ha portato il proprio saluto. A questo evento ha inoltre contribuito il Comitato di Milano della Società Dante Alighieri che ha posto Bertuzzi accanto a figure come Mikis Theodorakis – il compositore greco che fece della musica resistenza. Un accostamento non casuale: entrambi credevano che l’arte fosse arma gentile, che la cultura fosse diritto e non privilegio.

Simboli come grammatica

Bertuzzi costruì un vero e proprio sistema simbolico, una grammatica visiva riconoscibile:

  • Luci celesti (bianchi, azzurri): speranza non astratta ma incarnata nel gesto quotidiano. Come in Il Capo Branco, dove una figura in bianco guida il gruppo non per autorità ma per esempio.

  • Corde: solidarietà orizzontale. Legano senza imprigionare, connettono senza gerarchie.

  • Secchi di ghisa: memoria della fatica infantile, di un’infanzia negata dal lavoro ma redenta dalla memoria che la riconosce e la piange.

  • Figure senza volto: universalità dell’uomo comune, rifiuto del ritratto borghese che celebra l’individuo a scapito della comunità.

Un critico avrebbe potuto accostarlo a Giovanni Pascoli, poeta delle piccole cose: entrambi usano la semplicità come porta d’accesso al simbolismo, entrambi bilanciano realismo e magia, entrambi trovano nel quotidiano il sacro. Ma dove Pascoli cercava rifugio nell’intimità domestica, Bertuzzi cercava relazione nella piazza, nel cortile, nel lavatoio.

 

Eredità vivente

La vera perla rara non è l’artista morto e musealizzato. È l’artista che continua a modificare il presente. Bertuzzi lo fa attraverso quel Circolo che Zaccheria ha tessuto attorno alla sua memoria, trasformandola in comunità di intenti. Ogni iniziativa – dalle mostre ai concorsi, dalle pubblicazioni agli incontri – è una risposta alla domanda implicita che le sue tele pongono: come possiamo guardare l’uomo qualunque senza renderlo invisibile?

Il Rotary Club Corsico Naviglio Grande, che nel 1988 gli dedicò una monografia lodandone bontà, generosità e dirittura morale, aveva già intuito che Bertuzzi non era solo talento: era postura etica. L’arte come responsabilità, non come evasione.

Sincronicità, ancora

Torniamo all’inizio: la sincronicità di ricordare Bertuzzi proprio ora, vent’anni dopo, proprio mentre il Circolo dei Circoli conclude una mostra che ne celebra lo spirito. Jung direbbe che le sincronicità sono coincidenze significative, momenti in cui il caso si carica di senso. Ma forse, più semplicemente, è che Bertuzzi ha piantato semi che continuano a germogliare. Non perché qualcuno lo impone, ma perché quei semi hanno trovato terreno fertile: una Milano che, pur trasformandosi vorticosamente, ha ancora bisogno di fermarsi e chiedersi chi siamo quando nessuno ci guarda.

Le perle rare si formano per irritazione: un granello di sabbia entra nella conchiglia, e la conchiglia reagisce stratificando madreperla. Bertuzzi fu quel granello di sabbia nella coscienza milanese: una presenza che irritava l’indifferenza, che costringeva a vedere ciò che si preferiva ignorare. E la città ha reagito stratificando memoria, gratitudine, impegno.

Vent’anni non sono un epilogo. Sono una fase. E Guido Bertuzzi, dal suo studio in Vicolo dei Lavandai che non c’è più ma che è ovunque, continua a dipingere. Usa i nostri occhi come pennelli, la nostra memoria come tela, la nostra responsabilità come colore.

La felicità non era nel successo. Era nell’atto. Nel guardare, riconoscere, testimoniare. Ed è questo, forse, il vero insegnamento della perla rara: che la grandezza non sta nel distinguersi, ma nell’appartenere. All’acqua, alla pietra, al lavoro, alla vita.

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