Introduzione: lo sguardo di chi osserva

Mi dedico allo studio delle serie televisive da oltre un quarto di secolo. Come studioso della comunicazione e sceneggiatore, i linguaggi narrativi e specialmente quelli audiovisivi rappresentano il cuore della mia ricerca. In tutti questi anni, davanti a centinaia di serie e film, mi sono sempre chiesto: in che modo questi prodotti culturali rispecchiano la nostra epoca?
Non importa se si tratti di ricostruzioni storiche, fantascienza o altri generi. Paradossalmente, è proprio nelle narrazioni apparentemente più “leggere” e anche di genere che emergono le analisi più acute dei mutamenti sociali contemporanei.

Quando si parla di politica, le serie televisive si sono trasformate in un osservatorio privilegiato sul nostro rapporto con il potere. Mettendo a confronto le produzioni occidentali con quelle dell’estremo oriente, saltano all’occhio divergenze sostanziali nel modo di rappresentare la classe dirigente. Da un lato, prevalgono ritratti di leader spregiudicati e avidi di dominio; dall’altro, racconti stratificati che connettono etica collettiva e meccanismi istituzionali. In sintesi: l’Occidente privilegia narrazioni incentrate su cinismo personale, degenerazione morale e strategie machiavelliane spettacolari, mentre l’Oriente offre interpretazioni più sfaccettate, dove la dimensione politica si fonde con interrogativi morali che riguardano l’intera comunità e il dialogo tra singolo e collettività.

Il fascino oscuro del potere: la prospettiva occidentale

Negli ultimi due decenni, la televisione occidentale, particolarmente quella di lingua inglese, ha forgiato un’immagine della politica pervasa da slealtà, ambizioni smodate e decadenza etica. House of Cards – in entrambe le versioni, britannica e americana – ne costituisce l’esempio emblematico: il personaggio di Frank Underwood rappresenta il paradigma del politico privo di principi morali, pronto a qualsiasi compromesso pur di conquistare posizioni di potere. Il racconto si focalizza sulla figura straordinaria, sul manipolatore geniale capace di piegare le istituzioni ai propri scopi.

Questa visione individualistica permea anche The West Wing, seppure con una prospettiva più ottimista. La creazione di Aaron Sorkin – tra gli sceneggiatori hollywoodiani più influenti degli ultimi trent’anni sui temi dell’informazione e delle dinamiche di potere – propone una rappresentazione quasi idealizzata della politica statunitense. Personaggi carismatici e straordinariamente eloquenti si battono per l’interesse generale. Tuttavia, anche in questo caso, l’attenzione rimane concentrata sulle individualità, sui loro conflitti etici personali e sulla loro attitudine a incidere sulla realtà attraverso la determinazione caratteriale.

Veep propone una prospettiva diametralmente opposta, pur mantenendo il focus sull’individuo: la politica come commedia grottesca, dove l’inadeguatezza e l’egocentrismo dei protagonisti trasformano le istituzioni in palcoscenici dell’assurdo. La satira spietata di Armando Iannucci – autore scozzese di origini italiane – mette a nudo il divario tra la retorica politica e le meschinità quotidiane di chi la esercita.

Anche le produzioni europee seguono percorsi analoghi. Borgen, la serie danese che ha conquistato il pubblico mondiale, adotta un tono più misurato ma rimane comunque centrata sulla protagonista Birgitte Nyborg. Le sue sfide personali e professionali costituiscono l’asse portante della narrazione. La serie indaga i sacrifici umani della leadership, mantenendo però la prospettiva ancorata all’esperienza individuale del potere. Un elemento interessante: la serie rivela anche la percezione che l’Europa aveva – e forse conserva – dell’Italia come l’anello fragile del continente, ma ne parleremo più avanti.

L’Oriente e la visione sistemica della politica

Spostandoci in Asia, le serie televisive propongono modelli narrativi radicalmente differenti. La rappresentazione della classe politica in queste produzioni raramente si limita a denunciare la corruzione dei singoli. Si preferisce analizzare le dinamiche di sistema, le pressioni sociali e la relazione complessa tra individuo e comunità.

I K-drama sudcoreani – ormai fenomeno globale e sempre più presenti nelle piattaforme streaming – hanno sviluppato negli ultimi anni un’attenzione particolare verso le tematiche politiche. Le loro storie rispecchiano la storia recente e le tensioni contemporanee della società coreana. L’elemento della corruzione sistemica emerge con forza anche in serie dove la politica non occupa necessariamente il centro della scena.

Chief of Staff rappresenta un esempio paradigmatico: la serie accompagna il consigliere politico Jang Tae-jun nei corridoi dell’Assemblea Nazionale. Diversamente dalle produzioni occidentali, l’interesse non si concentra sulla corruzione come decisione morale individuale, ma sul sistema che la produce e la alimenta. I personaggi si trovano intrappolati in reticoli di potere, alleanze familiari e interessi economici che precedono e condizionano le loro decisioni personali.

Designated Survivor: 60 Days, versione coreana della serie a stelle e strisce, risulta particolarmente significativo nel confronto diretto con l’originale. Mentre la versione statunitense costruiva una narrazione eroica intorno al presidente Kirkman, quella coreana incorpora riflessioni sulla precarietà democratica, sulla memoria storica della dittatura militare e sulle frizioni tra potere politico ed economico. Il protagonista non è un eroe isolato ma un punto di intersezione di forze storiche e sociali più vaste.

The King: Eternal Monarch utilizza l’elemento fantastico per esplorare questioni politiche, creando un universo parallelo dove la Corea è una monarchia costituzionale. Attraverso questa prospettiva fantasiosa, la serie interroga i fondamenti del potere legittimo, l’influenza della tradizione e il rapporto tra leadership individuale e responsabilità collettiva.

Vale la pena menzionare anche Secret City, produzione australiana che riflette l’influenza della serialità asiatica. La politica vi appare come un terreno di scontro tra potenze straniere, apparati di intelligence e interessi corporativi, dove i politici sono spesso figure reattive piuttosto che agenti attivi.

L’ambiguità del potere nella serialità giapponese

La produzione seriale giapponese sviluppa un approccio ancora differente, dove la rappresentazione politica si intreccia frequentemente con elementi thriller, fantastici o persino horror. Bloody Monday e Border utilizzano trame poliziesche e di contrasto al terrorismo per esplorare le zone grigie tra sicurezza nazionale e libertà civili, tra ragion di stato e giustizia individuale.

Tuttavia, è probabilmente Death Note – un anime – a offrire la meditazione più profonda su potere e giustizia. Light Yagami, che ottiene il potere di uccidere scrivendo nomi su un quaderno soprannaturale, si trasforma gradualmente in una figura messianica che pretende di rifondare l’ordine sociale. La serie interroga la natura del potere assoluto e la tentazione totalitaria insita in ogni progetto di rigenerazione radicale della società.

Political Fever e altri drama più tradizionali esplorano invece le dinamiche interne al parlamento giapponese, sempre con un’attenzione alle gerarchie sociali, all’influenza delle tradizioni e al conformismo istituzionale che caratterizzano la cultura politica nipponica.

La Cina e il potere come rappresentazione storica

La produzione cinese, condizionata nelle sue possibilità creative dalle restrizioni governative – dove persiste l’influenza preponderante del partito unico – tende a collocare le riflessioni politiche in contesti storici. Serie come Nirvana in Fire utilizzano ambientazioni imperiali per esplorare temi di lealtà, tradimento e giustizia. La politica vi appare come un intricato gioco di alleanze di corte, dove ogni mossa può comportare conseguenze fatali.

In the Name of People, rara serie contemporanea che affronta direttamente la corruzione politica, è stata autorizzata proprio perché strumentale alla campagna anticorruzione del governo. Questo dimostra come in Cina la rappresentazione della classe politica sia rigidamente controllata e orientata verso obiettivi pedagogici o propagandistici.

Differenze strutturali e radici culturali

Le divergenze tra rappresentazioni orientali e occidentali della politica rispecchiano differenze culturali profonde. L’individualismo occidentale genera narrazioni incentrate su personalità straordinarie: geni del male o eroi solitari che sfidano o dominano il sistema. Si tratta di un orientamento che si è consolidato nell’epoca post-2000, a scapito di un passato dove erano più radicate narrazioni di movimenti collettivi e di massa. Oggi la politica diventa sempre più un’arena per la realizzazione o la corruzione dell’individuo, con una forte componente moralistica che separa i virtuosi dai malvagi – o, cinicamente, presume che siano tutti corrotti.

La serialità estremo-orientale, radicata in culture più collettiviste, tende invece a rappresentare la politica come un sistema complesso dove l’individuo è sempre inserito in reticoli di relazioni, doveri familiari e pressioni sociali. La corruzione non è principalmente un fallimento morale individuale ma sintomo di disfunzioni sistemiche. I protagonisti raramente sono completamente autonomi: agiscono sempre in risposta a o in collaborazione con forze più ampie. Tuttavia, va riconosciuto che l’individuo risulta sempre penalizzato di fronte allo stato.

Inoltre, la memoria storica gioca un ruolo differente. Mentre le serie occidentali si concentrano sul presente o su un passato mitizzato per un’operazione di pseudo-nostalgia che sembra molto di consumazione e riconsumazione compensativa usando termini di processo psicologico, i K-drama spesso integrano riferimenti espliciti alla dittatura militare, alla democratizzazione degli anni Ottanta, alle crisi economiche. La politica non è un gioco atemporale ma l’eredità di traumi collettivi ancora irrisolti.

Il caso italiano: cronaca nera e nostalgia

La serialità italiana intrattiene un rapporto peculiare con la rappresentazione politica. Oscilla continuamente tra ricostruzione storica, cronaca giudiziaria e nostalgia per un’epoca di stabilità perduta. Diversamente dalle produzioni anglosassoni, la serialità italiana raramente costruisce narrazioni politiche puramente immaginarie. Preferisce ancorarsi a eventi reali, figure storiche e inchieste giudiziarie.

La trilogia 1992, 1993 e 1994, diretta da Giuseppe Gagliardi, rappresenta probabilmente il tentativo più ambizioso di raccontare la politica italiana attraverso le serie TV. La narrazione segue il crollo della Prima Repubblica attraverso gli occhi di personaggi fittizi inseriti in eventi reali: Tangentopoli, le stragi mafiose, l’ascesa di Berlusconi. Emerge un affresco corale dove la politica appare come un sistema clientelare destinato all’implosione, corrotto non per scelta individuale ma per logica sistemica. La serie mostra una classe politica incapace di rinnovarsi, paralizzata da logiche spartitorie e travolta da forze storiche che non riesce più a governare.

Questo approccio “cronachistico” caratterizza anche produzioni come Il capo dei capi e Romanzo criminale, dove la politica emerge in maniera tangenziale e non principale ma, comunque, in modo significativo attraverso i rapporti tra criminalità organizzata, servizi segreti e istituzioni. La politica italiana, in queste narrazioni, non è mai autonoma ma sempre intrecciata con poteri occulti, zone grigie tra legalità e illegalità.

Suburra – sia nella versione cinematografica che nella serie Netflix – radicalizza questa visione: la politica romana è completamente corrotta, indistinguibile dalla criminalità organizzata. I politici sono figure ciniche e violente quanto i boss mafiosi, in un sistema dove ogni istituzione è compromessa. È una visione apocalittica che rispecchia il profondo disincanto della società italiana verso la classe politica.

Allarghiamo l’orizzonte e vediamo che un filone diverso è rappresentato da Il giovane Montalbano e dalla serialità tratta dai romanzi di Camilleri, dove la politica siciliana appare come un potere lontano, corrotto ma quasi folkloristico, che il commissario osserva con distacco ironico. La rappresentazione è meno feroce ma ugualmente disillusa: la politica come dimensione separata dalla vita reale dei cittadini.

Film come Il Traditore e altre produzioni recenti sulla mafia hanno mostrato come la politica italiana sia stata storicamente permeabile agli interessi criminali, con una commistione che ha compromesso la legittimità stessa delle istituzioni democratiche. Questa narrazione del “doppio Stato” – uno legale e uno criminale, in costante dialogo – è peculiare della serialità italiana e riflette traumi storici specifici.

L’Italia non ha prodotto serie politiche “istituzionali” paragonabili a The West Wing o Borgen. Non esistono narrazioni idealiste sulla politica italiana, non ci sono presidenti del Consiglio eroici o ministri visionari. Qui si racconta la politica come un’età dell’innocenza perduta – spesso idealizzando retoricamente la Prima Repubblica – o come un presente corrotto senza possibilità di redenzione. Manca completamente la dimensione del futuro, della possibilità di cambiamento. È una narrazione intrinsecamente conservatrice e malinconica, che rispecchia il blocco della società italiana e la sua incapacità di immaginare alternative politiche credibili. Una narrazione rintracciabile anche nei social media.

Una critica condivisa al neoliberismo

Braccia Conserte con ChaptGPT

Nonostante le differenze, emerge una convergenza significativa: sia la serialità occidentale che quella orientale manifestano crescente scetticismo verso la politica democratica liberale. Se House of Cards svela il cinismo dietro la retorica democratica americana, Chief of Staff mostra come gli ideali democratici coreani siano compromessi da conglomerati economici e dinastie politiche.

Succession, pur non essendo strettamente una serie politica, rappresenta probabilmente il punto di convergenza: la famiglia Roy, magnati dei media, manipola la politica dall’esterno, riducendo i politici a pedine. Questa visione risuona fortemente con narrazioni coreane come The Devil Judge, dove il potere reale appartiene a élite economiche che operano nell’ombra.

Conclusioni: lo specchio di una crisi democratica

La serialità televisiva globale – tanto occidentale quanto orientale – non si limita, però, a rispecchiare una profonda crisi di fiducia nelle istituzioni democratiche e nella classe politica. Essa costituisce un vero e proprio sistema di allerta precoce, un sismografo culturale che registra le scosse telluriche che attraversano il corpo della democrazia contemporanea. In un’epoca segnata da conflitti armati che ridisegnano gli equilibri globali, da crisi internazionali che si susseguono con ritmo incalzante, e da una polarizzazione sociale sempre più accentuata, queste narrazioni televisive non possono essere liquidate come semplice intrattenimento, ma la contrario sono testimonianze cruciali di una trasformazione epocale del potere e dei suoi meccanismi.

Le modalità di rappresentazione rivelano concezioni profondamente diverse del rapporto tra individuo, potere e società, ma convergono tutte nell’evidenziare una preoccupante erosione delle fondamenta democratiche. L’Occidente continua a narrare la politica attraverso il prisma dell’individualismo, producendo sia eroi che mostri, ma sempre figure eccezionali che agiscono in sostanziale solitudine. Questa narrazione, per quanto affascinante, rischia di occultare una verità più inquietante: la progressiva marginalizzazione delle istituzioni democratiche tradizionali di fronte a poteri opachi, transnazionali, spesso non elettivi. Quando la politica diventa esclusivamente arena di personalità straordinarie – siano esse virtuose o corrotte – si perde di vista la dimensione collettiva della partecipazione democratica, riducendo il cittadino a spettatore passivo di un teatro dove le sorti comuni vengono decise altrove, mostrando con evidente forza la debolezza dei meccanismi democratici tradizionali. Anche intenzionalmente.

L’Estremo Oriente, con le sue letture più sistemiche, ci offre una lente diversa ma ugualmente allarmante. Qui la politica emerge dall’intersezione di forze storiche, economiche e sociali che trascendono le scelte individuali, mostrando come i leader siano spesso prigionieri di logiche che precedono e sovrastano la loro volontà. Questa rappresentazione, pur più realistica nel cogliere la complessità dei meccanismi di potere, rischia però di alimentare un senso di impotenza: se tutto è determinato da strutture sistemiche inamovibili, che spazio rimane per l’azione politica trasformativa? La serialità orientale ci mostra come il potere economico – i conglomerati sudcoreani, le élite finanziarie giapponesi, le dinastie imprenditoriali cinesi – abbia progressivamente colonizzato lo spazio della decisione politica, riducendo la democrazia a facciata formale di processi decisionali che avvengono altrove.

Queste differenze narrative sollevano interrogativi che trascendono la sfera dell’analisi culturale per investire direttamente la tenuta dei nostri sistemi democratici. In un momento storico in cui assistiamo al ritorno della guerra su larga scala in Europa, all’intensificarsi di conflitti geopolitici globali, alla proliferazione di regimi autoritari che sfidano apertamente i valori democratici, le serie televisive ci stanno dicendo qualcosa di essenziale: il potere si sta trasformando sotto i nostri occhi, assumendo forme sempre più sfuggenti al controllo democratico. La finanziarizzazione dell’economia, la concentrazione dei media in pochi conglomerati, l’ascesa di piattaforme tecnologiche che detengono potere informativo senza precedenti, la crescente opacità dei processi decisionali sovranazionali – tutti questi fenomeni trovano eco, spesso inconsapevole, nelle narrazioni seriali che consumiamo. Il fatto che produzioni così diverse geograficamente e culturalmente convergano nel rappresentare la politica come corrotta, inefficace o subordinata a poteri superiori non è un caso. È il sintomo di una percezione diffusa che la democrazia rappresentativa, nella forma che abbiamo conosciuto nel Novecento, stia attraversando una crisi sistemica. Quando il pubblico globale – da Seoul a Roma, da Londra a Tokyo – riconosce come credibili solo narrazioni che mostrano istituzioni svuotate, politici corrotti o impotenti, élite che operano nell’ombra, significa che qualcosa di profondo si è incrinato nel patto sociale su cui si fondavano le democrazie liberali.

Le serie televisive non devono guidarci – sarebbe pericoloso delegare a narrazioni di finzione il compito di orientare le nostre scelte politiche. Tuttavia, non possiamo permetterci di ignorare ciò che queste narrazioni rivelano sullo stato della nostra immaginazione collettiva. Se non riusciamo più a concepire storie credibili di politica onesta, di istituzioni funzionanti, di partecipazione democratica efficace, questo deficit immaginativo rischia di tradursi in profezia che si autoavvera. La capacità di immaginare alternative è il presupposto della capacità di costruirle. Quando le uniche narrazioni politiche disponibili oscillano tra il cinismo totale e la nostalgia paralizzante, quando il futuro scompare dall’orizzonte narrativo sostituito da un eterno presente distopico, allora la democrazia perde uno dei suoi strumenti più potenti: la speranza che il cambiamento sia possibile.

Guardare il potere e le sue distorsioni attraverso le serie televisive – con spirito critico, senza cedere al fascino estetico della corruzione o al piacere voyeuristico dello scandalo – ci serve a conoscere meglio i suoi meccanismi e le sue fragilità. Ci permette di riconoscere i segnali di pericolo: la personalizzazione eccessiva della politica, la spettacolarizzazione del conflitto, la riduzione del dibattito pubblico a scontro tra tribù identitarie, la colonizzazione del linguaggio politico da parte della logica aziendale e del marketing. Tutte dinamiche che le serie televisive hanno rappresentato, spesso anticipandone la diffusione nella realtà.

Ma questa consapevolezza deve tradursi in vigilanza attiva. In un’epoca di crisi democratica globale, dove forze autoritarie avanzano sfruttando le debolezze strutturali dei sistemi liberali, dove guerre e tensioni internazionali rischiano di giustificare la sospensione di diritti e garanzie, dove la complessità dei problemi viene usata come pretesto per sottrarre decisioni alla sfera pubblica, guardare criticamente alle narrazioni del potere diventa atto di resistenza culturale. Non per rifiutare in blocco la rappresentazione della corruzione – che esiste ed è documentata – ma per non permettere che il cinismo narrativo si trasformi in rassegnazione politica, che la denuncia diventi alibi per l’inazione, che la critica delle istituzioni esistenti si traduca in loro definitivo abbandono senza costruzione di alternative.

Mentre il pubblico globale consuma produzioni da entrambe le tradizioni – quella occidentale e quella orientale – assistendo a una contaminazione sempre più intensa tra modelli narrativi, resta urgente chiedersi se emergeranno nuove narrazioni capaci di immaginare forme alternative di rappresentanza e partecipazione. Narrazioni che vadano oltre la denuncia della corruzione o l’idealizzazione dell’eroe solitario, oltre il cinismo distruttivo e la nostalgia paralizzante. Narrazioni che sappiano rappresentare la complessità senza cadere nel determinismo, che mostrino la fragilità delle istituzioni democratiche non per condannarle ma per renderci consapevoli della loro necessità di cura e rinnovamento costante.

La democrazia, in fondo, è sempre stata un esperimento incompiuto, un processo in divenire, un progetto che richiede manutenzione continua e capacità di adattamento. Le serie televisive ci mostrano che questo esperimento è sotto pressione come mai prima. Sta a noi decidere se accettare passivamente le narrazioni di decadenza irreversibile che ci vengono proposte, o se utilizzare la consapevolezza critica che queste narrazioni ci forniscono per immaginare e costruire forme rinnovate di partecipazione democratica, adeguate alle sfide del presente. Il primo passo è riconoscere che il potere si è trasformato. Il secondo è non permettere che questa trasformazione avvenga interamente fuori dalla sfera del controllo democratico. Le serie televisive non possono fare questo lavoro al posto nostro, ma possono – se guardate con gli occhi giusti – fornirci gli strumenti critici per affrontarlo. In questo senso, lungi dall’essere semplice evasione, diventano parte integrante di quella cultura politica senza la quale nessuna democrazia può sopravvivere.