Nelle grandi opere letterarie e cinematografiche è possibile scorgere i segni del domani già pronti a fiorire, come se l’arte avesse il compito di mappare il futuro prima ancora che accada. Osservando il panorama sociale e tecnologico di quest’ultimi anni, non serve una sfera di cristallo per capire come siamo arrivati a questo punto. È sufficiente volgere lo sguardo a due importantissime opere, una letteraria, l’altra cinematografica, del Novecento: il romanzo Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline (1932) e il film Fino alla fine del mondo di Wim Wenders (1991). L’incontro tra queste due opere, la disperazione di Céline e la visione tecnologica di Wenders, descrive perfettamente la realtà in cui viviamo oggi.
Céline ha fornito la trama emotiva della nostra epoca: l’assurdità, la crudeltà e la percezione della vita come un “lungo delirio”. Wenders, invece, ne ha delineato lo schema architettonico: gli schermi, la sorveglianza e la dipendenza onnipresente dalle immagini. I conflitti in corso in Europa orientale e in Medio Oriente portano con sé la stessa insensata brutalità che schiacciò il protagonista di Céline, Bardamu, nel fango della Prima guerra mondiale. Eppure, per chi non si trova direttamente al fronte, questo orrore viene vissuto interamente attraverso la lente di Wenders: è mediato da flussi satellitari, interfacce di droni gamificate e flussi di notizie algoritmiche. Pratichiamo il “doomscrolling” (cercare compulsivamente cattive notizie online) su immagini di bombardamenti utilizzando gli stessi visori ad alta risoluzione con cui ordiniamo la cena, immersi in uno stato di “guerra permanente” che appare sullo sfondo, oscurato dalle nostre incessanti distrazioni digitali.

La convergenza più inquietante risiede però nel rapporto con questi stessi strumenti. Wenders aveva già previsto una specifica “malattia delle immagini” che caratterizza il paesaggio psicologico di quest’ultimi anni. Nell’ultima parte di Fino alla fine del mondo, i protagonisti diventano dipendenti da un dispositivo in grado di registrare e riprodurre i propri sogni.
In un isolamento catatonico che annulla ogni bisogno primario o sociale, i protagonisti si perdono nel flusso infinito del proprio subconscio, prigionieri di uno schermo che riflette soltanto i loro desideri.

Con l’avvento dell’IA generativa, la macchina dei sogni immaginata da Wenders è diventata una realtà quotidiana, capace di mappare i nostri desideri con estrema esattezza. Superando la fruizione passiva dei media di massa, ci isoliamo in una realtà sintetizzata dall’intelligenza artificiale che, analizzando i nostri dati, agisce come uno specchio digitale programmato per riflettere esclusivamente i nostri desideri e gusti personali.
La fissazione per il nostro riflesso digitale ci condanna a una lenta perdita del senso comune, trasformandoci in individui “soli insieme” che preferiscono la rassicurante finzione di una bolla personalizzata alla complessità della realtà esterna.
Se Wenders spiega la psicologia dell’utente occidentale di quest’ultimi anni, intrappolato in questo schermo onirico e narcisistico, Céline ne spiega l’economia nascosta che lo sostiene. Nella parte centrale del Viaggio al termine della notte, Bardamu si reca nell’Africa coloniale, dove assiste all’assurda e brutale estrazione di gomma e materie prime destinate ad alimentare la macchina industriale europea. Vede il sudiciume, la malattia e lo sfruttamento che alimentano la lucida facciata del mondo “civilizzato”.
Dalla gomma ai dati, la dinamica estrattiva di Céline sopravvive oggi nel digitale, dove il surplus della nostra attenzione alimenta la Silicon Valley attraverso un sistema di lavoro coloniale nascosto dietro le interfacce amichevoli dell’intelligenza artificiale: un esercito di lavoratori fantasma, per lo più concentrati nel Sud del mondo, che guadagnano pochi centesimi per etichettare i dati e filtrare i contenuti tossici, come decapitazioni, abusi e violenza estrema, in modo che l’esperienza dell’utente occidentale rimanga “igienizzata”.

È il moderno viaggio al termine della notte:
una discesa negli angoli più bui di Internet compiuta da lavoratori invisibili per garantire che il sogno digitale rimanga appetibile per pochi privilegiati.
Ci troviamo a vivere in una realtà in cui Céline ha scritto la sceneggiatura della natura umana e Wenders ha diretto la scena con la tecnologia. Abbiamo conservato la cupezza spirituale e le disparità economiche degli anni ’30, ma le abbiamo rivestite con l’estetica lucida e iperconnessa del futurismo anni ’90. Piuttosto che offrire ricette pronte o annunciare catastrofi imminenti, queste forme d’arte rivelano la direzione delle nostre scelte sociali ben prima che arriviamo a comprenderne le conseguenze.
Stiamo viaggiando verso la fine della notte indossando visori che proiettano il sogno di un mondo migliore, mentre le infrastrutture reali di quel sogno bruciano in periferia, invisibili a chi è rapito dallo schermo.
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Il podcast che potete ascoltare, è elaborato dalla IA Notebook LM, costruito a partire dalla scrittura originale del suo autore umano. Lo consideriamo un complemento, non è una replica, è un’interpretazione!