Gomorra – Le Origini” era una serie molto attesa, non solo nel panorama degli amanti dell’audiovisivo, ma perché ogni narrazione nata dal libro-inchiesta di Roberto Saviano riporta il focus sulla criminalità organizzata italiana, fenomeno che ha marchiato il significato stesso della parola “italiano” oltre i nostri confini. Si tratta di una serie ambiziosa che vogliamo esplorare e che ci dà l’occasione per raccontare come la criminalità organizzata è stata narrata dalla serialità televisiva italiana.

Il prequel di Gomorra è una serie ambientata nel 1977 e racconta la generazione dei padri, quegli uomini che edificarono le fondamenta del mondo camorristico moderno, mentre la serie madre,Gomorra – La Serie (2014-2021), raccontava i figli – Pietro Savastano adulto, Ciro Di Marzio, ovvero la generazione che aveva già interiorizzato il sistema criminale come unica logica di esistenza.

La relazione fra i due prodotti audiovisivi non è cronologica, ma è un’eredità morale e antropologica.

Il prequel mostra come i valori, i codici, le abitudini mentali della generazione successiva non siano innati ma trasmessi, appresi, interiorizzati attraverso un processo educativo che avviene nelle strade, nelle piazze, nei rituali della comunità criminale.

La scena iniziale è paradigmatica di questa trasmissione generazionale: un televisore in un bar trasmette notizie sulla miseria napoletana, i ragazzi annoiati cambiano canale e ballano a suon di musica. Non è una semplice immagine di povertà ma l’immagine di un’educazione negativa, di un’iniziazione silenziosa. I ragazzi che danzano sulla povertà stanno già imparando la lezione fondamentale: la miseria non è una condizione da combattere collettivamente ma un dato di fatto da cui fuggire individualmente, a qualsiasi prezzo.

Angelo ‘A Sirena incarna questa dialettica fra padri e figli. Mentore di Pietro Savastano nel prequel, è insieme Virgilio e Caronte e guida Pietro verso la conoscenza dell’Inferno traghettandolo oltre il confine fra il mondo dei vivi e quello dei morti. Angelo educa Pietro alle regole del crimine e lo condanna a un’esistenza da cui non potrà più tornare.

Ma la complessità si rivelerà nella serie madre. Ciro Di Marzio, indimenticabile nell’interpretazione di Marco D’Amore, era figura di padre defunto e rigeneratore. Raccontava, attraverso azioni e carisma, come la trasmissione del potere criminale avvenisse per adozione spirituale piuttosto che per eredità biologica. Il conflitto fra Ciro e Pietro Savastano – conflitto centrale di Gomorra – era precisamente il conflitto fra due generazioni che non condividevano il sangue ma erano legate da una genealogia criminale più profonda di qualsiasi legame biologico.

Nel prequel scopriamo le origini di questa relazione. Pietro incontra Angelo ‘A Sirena in un momento cruciale della sua formazione. Non è uno scontro ma un incontro generazionale: il giovane Pietro riconosce in Angelo il modello di ciò che potrebbe diventare, e Angelo riconosce in Pietro la possibilità di perpetuare la sua eredità criminale nel momento in cui entra in declino.

Il prequel racconta il momento esatto in cui la generazione dei padri criminali “adotta” un nuovo figlio, e il nuovo figlio accetta consapevolmente questa adozione sapendo che comporterà la perdita di ogni altra possibilità generazionale.

Torniamo ancora più indietro al livello produttivo, ad un passaggio importante nella narrazione della criminalità organizzata attraverso la serialità. Nel 1984, quando La Piovra arrivò sugli schermi, la rappresentazione della mafia seguiva un modello patriarcale tradizionale. Il commissario Corrado Cattani, incarnato da Michele Placido, rappresentava il padre legittimo – colui che trasmetteva ai figli della nazione italiana i valori civili, la lotta per la giustizia, il rispetto della legge. La violenza mafiosa era violenza di figli cattivi, di chi aveva rifiutato l’eredità legittima per abbracciarne una criminale. Eppure, La Piovra conteneva una contraddizione: mostrava come la mafia non fosse semplicemente il rifiuto della paternità legittima dello Stato ma una vera istituzione parallela dotata di suoi codici, gerarchie, forme di trasmissione generazionale. Mostrava come molti uomini, inclusi alcuni che avevano creduto nei valori civili dello Stato, finissero cooptati nel sistema mafioso – il che significa che esso stesso operava come paternità alternativa, capace di catturare chi la paternità legittima aveva rifiutato o emarginato.

Il vero cambiamento narrativo avvenne molti anni dopo. Dobbiamo, infatti, arrivare a titoli come Romanzo Criminale (2008) e soprattutto con Gomorra – La Serie (2014-2021). Romanzo Criminale rappresentò una transizione cruciale: per la prima volta i protagonisti erano criminali veri, non figure di giustizia in contrasto col crimine. I capi della Banda della Magliana diventavano i soggetti centrali della narrazione, anche se la serie mantenne ancora distanza critica, un’osservazione del fenomeno da prospettiva esterna.

In Gomorra – La Serie il padre legittimo scomparve dalla scena narrativa. Non c’era più un commissario che rappresentasse lo Stato; gli agenti di polizia erano figure marginali, burocratiche, spesso corrotte. Al loro posto emergevano i padri criminali come figure centrali: Ciro Di Marzio, Salvatore Conte, gli altri capi della camorra napoletana. La serie, basata sull’inchiesta di Roberto Saviano, operava un’immersione totale nel mondo camorristico, costringendo il pubblico a comprendere le dinamiche interne, le logiche di potere, le motivazioni psicologiche.

Questo spostamento non era stilistico ma antropologico. La serie affermava implicitamente che, per larghi settori della popolazione napoletana, il vero padre – colui che fornisce protezione, dignità, possibilità di sopravvivenza – non era lo Stato astratto e lontano ma il capo camorristico che abitava lo stesso quartiere, che conosceva i volti, che garantiva un ordine (per quanto criminale) più affidabile di qualsiasi promessa statale.

Questo cambiamento di paradigma non era arbitrario né estetico. Erano intervenuti fattori sociali e intellettuali che avevano trasformato la comprensione stessa del fenomeno criminale.

La ricerca giornalistica di Roberto Saviano rappresentò un punto di inflessione decisivo. Nel 2006 Saviano pubblicò Gomorra, non una narrazione romanzata ma un’inchiesta metodica basata su anni di ricerca diretta, raccolta di testimonianze, frequentazione di quartieri controllati dalla camorra. L’autorità giudiziaria stessa lo ascoltò nel 2005 sulle sue conoscenze dirette del fenomeno camorristico. Questo lavoro innovava radicalmente la rappresentazione della criminalità napoletana: non più descritta attraverso la lente della lotta dello Stato ma attraverso lo studio dettagliato delle sue articolazioni economiche, delle sue reti sociali, dei suoi rituali di potere. Saviano mostrava come la camorra non fosse un’eccezione patologica del sistema ma una manifestazione coerente delle sue contraddizioni.

Parallelamente, la ricerca sociologica aveva sviluppato una comprensione più sofisticata dei meccanismi che generano la devianza criminale. Le teorie dell’etichettatura e della stigmatizzazione sociale evidenziavano come la criminalità non fosse un tratto intrinseco di certi individui ma il prodotto di processi sociali di esclusione e marginalizzazione. La povertà strutturale, la mancanza di opportunità economiche, la segregazione geografica e sociale creavano le condizioni perché il crimine organizzato diventasse non soltanto possibile ma razionale dal punto di vista dell’individuo che viveva in quella situazione.

Storicamente la guerra di Secondigliano degli anni ’90 aveva rivelato la complessità interna del mondo camorristico, le fratture generazionali, le nuove forme di governo del territorio, l’entrata massiccia nel narcotraffico su scala globale. La camorra non era più un fenomeno prevalentemente locale ma aveva assunto il ruolo di potenza economica con ramificazioni internazionali, spesso superiore a Cosa Nostra per numero di affiliati e giro d’affari.

Gomorra – Le Origini rappresenta un’interrogazione retrospettiva di questo processo di paternità corrotta. Tornando al 1977, la serie mostra il momento esatto in cui la generazione dei padri criminali sta per ricevere quella generazione di figli che avrebbe operato nel narcotraffico su scala globale, che avrebbe trasformato il contrabbando di sigarette in un impero della droga.

Questa operazione narrativa è un’indagine sulla formazione di una generazione – non nostalgia ma esplorazione delle condizioni antropologiche e sociali che hanno reso possibile la criminalità moderna. Non è un caso che sia proprio Marco D’Amore, l’indimenticato interprete di Ciro Di Marzio, a tornare come regista e supervisore artistico scegliendo la strada del prequel per raccontare come tutto ha avuto inizio.

Nella Napoli del 1977 vediamo che i codici dell’onore camorristico sono ancora riconoscibili, il conflitto fra generazioni non è ancora stato dissolto nel puro calcolo economico e la trasmissione del potere avviene ancora attraverso rituali (come il battesimo del boss) che contengono elementi di significato morale e simbolico. È una città pre-terremoto, pre-eroina, ancora governata dai vecchi codici dell’onore camorristico, dove il contrabbando di sigarette domina l’economia, vivendo sul precipizio dell’ingenuità criminale che guarda l’abisso di un futuro oscuro.

Pietro Savastano rappresenta precisamente la generazione di transizione: ancora abbastanza giovane per non essere completamente contaminato dai codici criminali tradizionali, ma abbastanza consapevole per riconoscere che quei codici sono in via di trasformazione radicale. La sua fame di dignità e di riscatto sociale non è ancora diventata la fredda razionalità economica che caratterizzerà la generazione successiva. È ancora possibile individuare in lui un residuo di umanità, una possibilità ancora aperta di salvezza – benché sia una possibilità che egli stesso deliberatamente rifiuta.

Gomorra – Le Origini rappresenta uno scavo psicologico e socioculturale ancora più spinto rispetto alla serie madre.

L’inizio della serie abbassa consapevolmente il ritmo rispetto alla frenesia della serie originale, una scelta che acquista un significato generazionale profondo. La frenesia adrenalinica di Gomorra – La Serie rappresentava l’energia disumana della generazione che aveva già completamente internalizzato il sistema criminale. La calma inquietante del prequel rappresenta invece il momento di incertezza generazionale, quando la scelta fra il percorso legittimo e quello criminale era ancora psicologicamente palpabile, quando era ancora possibile sentire il peso della decisione.

Poi assistiamo all’assalto dell’ordine esistente: la richiesta di presenziare al battesimo di un boss. Non è solo potere ma ritualità: nel mondo della camorra questi gesti sono affermazioni di status e accettazione implicita di un nuovo ordine gerarchico. In questo humus e mood vive il giovane Savastano. Pietro non è cattivo: è affamato. Affamato di dignità, di riscatto, di possibilità.

E l’amore? Che c’entra l’amore dirà qualcuno. Moltissimo. Il primo amore di Pietro per Imma rappresenta il primo tradimento etico, il momento in cui Pietro sceglie consapevolmente di interrompere la catena “naturale” della generazione legittima per entrare nella generazione criminale.

Imma rappresenta il figlio che non sarà: colei che studia, che sogna un futuro diverso, che incarna la possibilità di una trasmissione generazionale basata su educazione, cultura, aspirazioni sociali legittime. Il fatto che Pietro sia disposto a tradire questa promessa – la possibilità di generare una prole educata secondo i codici della legalità – per conquistare una ragazza di classe superiore significa che ha già rinunciato alla propria filiazione legittima e ha accettato quella criminale.

Un elemento cruciale è il cambiamento consapevole del ritmo e della palette cromatica. Dove Gomorra – La Serie procedeva con frenesia adrenalinica, caratterizzata da energia caotica e violenta quasi febbrile, Gomorra – Le Origini procede con calma inquietante, una lentezza che permette allo spettatore di cogliere le sfumature psicologiche e le motivazioni profonde dei personaggi.

Questa scelta stilistica non è decorativa. Riflette una postura critica verso il soggetto narrativo che è essenzialmente sociologica. La lentezza consente di osservare i rituali, i gesti, le inflessioni comportamentali che costituiscono il tessuto della cultura criminale. La fotografia con colori desaturati racconta di un’innocenza che sta per appassire, di un calore umano che si trasformerà in fredda violenza.

I personaggi si muovono fra il sole e la pioggia, fra giorno e notte, in un’altalena sottolineata da una palette cromatica sempre incisiva. D’Amore ha rinunciato al contrasto crudo della serie madre, abbracciando un’atmosfera da western urbano. Quando Pietro incontra Imma, la giovane che studia e sogna un futuro diverso, la luce che la circonda è leggermente più calda, più promettente: è la luce dell’altrove che Pietro non potrà mai raggiungere.

Questa operazione visiva traduce in linguaggio cinematografico una consapevolezza sociologica:

il crimine non è un’esplosione improvvisa di malvagità ma una metamorfosi lenta, una perdita progressiva di possibilità.

La regia si distingue per un’attenzione meticolosa alla parità tra personaggi e spazi. Sono state fatte interviste con chi viveva a Napoli negli anni Settanta, raccogliendo non solo detti e modi di dire ma anche inflessioni e ritmi comportamentali. Il napoletano utilizzato è quello storico del 1977, profondamente diverso per ritmo e lessico da quello contemporaneo.

Questa meticolosità filologica non è un capriccio estetizzante. Rappresenta un riconoscimento che la criminalità organizzata è un fenomeno antropologico e culturale, non soltanto criminale o economico. La lingua, l’architettura urbana, i gesti rituali sono i materiali attraverso cui una comunità costruisce il suo significato e la sua identità. Comprendere come si è formata una generazione di criminali significa anche comprendere il linguaggio attraverso il quale essa pensava sé stessa.

Gomorra – Le Origini abbraccia uno sguardo tragico di marca shakespeariana: la città stessa diventa il coro di una tragedia moderna. Non è una novità nella letteratura italiana che la città rappresenti una forza generativa di destini, ma in questo caso la città opera come forza impersonale che plasma le scelte etiche dei personaggi.

La sceneggiatura costruisce una tragedia moderna dove il coro è rappresentato dalla città stessa, dai suoi rituali, dalla sua storia sedimentata. Mostra come tutto non nasca dal vuoto etico ma dalle contraddizioni di un sistema che consegna ai ragazzi poveri soltanto la criminalità come percorso di ascesa sociale.

Questa prospettiva rappresenta l’esito logico di una ricerca sociologica: se la criminalità non nasce dal vuoto etico ma dalle contraddizioni di un sistema che rende il crimine l’unica via razionale, allora la responsabilità morale si distribuisce diversamente. Non ricade sulla volontà malvagia dell’individuo ma sulla struttura sociale che ha reso quella scelta l’unica razionale.

Gomorra – Le Origini realizza letteralmente quello che la ricerca sociologica degli ultimi due decenni ha sostenuto:

la criminalità organizzata è un’istituzione sociale, con sue regole, rituali, gerarchie, proprio come qualsiasi altra istituzione. La differenza risiede nel fatto che essa emerge non dai processi di riproduzione legittima della società ma da quelli di esclusione.

Quello che distingue più radicalmente Gomorra – Le Origini dalla serie madre è il tono complessivo. Dove la serie originale era pervasa da energia violenta, caotica, quasi febbrile, il prequel procede con calma inquietante, una lentezza che permette agli spettatori di cogliere le sfumature psicologiche dei personaggi. Non è una diminuzione di tensione ma una trasformazione della tensione da adrenalinica a psicologica.

Gomorra – Le Origini si rivela un’operazione narrativa ambiziosa. Non replica la formula della serie madre ma interroga le condizioni antropologiche e sociali che l’hanno resa possibile. La grammatica visiva integra il simbolismo in modo naturale: colori, spazi e movimenti di camera raccontano la perdita dell’innocenza con poesia cupa e necessaria.

E il futuro? Se consideriamo il percorso narrativo che unisce il prequel e la serie madre – dall’innocenza corrotta di Pietro nel 1977 alla violenza consolidata di Pietro adulto negli anni 2000 – è possibile identificare alcune linee di sviluppo future per la serialità italiana che affronta il tema della criminalità organizzata. La serie madre mostrava come Pietro Savastano e Ciro Di Marzio rappresentassero due linee genealogiche diverse della mafia napoletana. Il prequel potrebbe essere seguito da una narrativa che esplori come la generazione di Pietro e Ciro trasmise i propri codici (già corrotti) alla generazione successiva – quella dei loro figli biologici e spirituali che opererebbero nel 2010-2020.

Inoltre, vediamo importante puntare sul ruolo mediatore delle donne, cosa che era stata parzialmente fatta. Un’esplorazione della generazione delle donne nel ruolo di mediatrici fra eredità criminale e aspirazioni legittime. Imma rappresenta questa figura nel prequel, ma in una posizione di marginalità. Una narrativa futura potrebbe collocare al centro una donna che, comprendendo completamente il sistema criminale che la circonda (magari perché nata dentro di esso), lavori attivamente per trasformare la trasmissione generazionale, per interrompere la catena della paternità criminale.

Benché Gomorra – Le Origini non sia esplicitamente nostalgica, il fatto stesso di tornare a un’epoca quando i codici criminali erano ancora “onorevoli” potrebbe alimentare una certa idealizzazione del passato. Una narrativa futura potrebbe invece mostrare come questa nostalgia per i “padri” del passato sia essa stessa parte del meccanismo di perpetuazione della criminalità – come cioè i giovani criminali contemporanei continuino a celebrare una generazione di padri che, in realtà, li ha condannati a un’esistenza senza futuro.

Se la ricerca sociologica ha mostrato come la criminalità organizzata si sia sempre più integrata nell’economia legale, la narrativa audiovisiva potrebbe orientarsi verso storie di imprenditori, uomini politici, funzionari pubblici il cui coinvolgimento con le organizzazioni criminali resta celato dietro la facciata della legalità. Questo comporterebbe una radicale disgregazione della visibilità drammatica che caratterizza la fiction criminalistica contemporanea.

Gomorra – Le Origini rappresenta il compimento di un’evoluzione nella serialità italiana che non riguarda soltanto il modo di rappresentare il crimine ma il modo di rappresentare la trasmissione generazionale della criminalità stessa. Dalla celebrazione dello Stato patriarcale di La Piovra alla centralità dei padri criminali di Gomorra – La Serie, fino all’interrogazione sulla genesi di questa paternità corrotta nel prequel – siamo di fronte a un progressivo spostamento dello sguardo narrativo.

Nel corso di quattro decenni, la fiction italiana ha operato una rivoluzione del punto di vista: da una prospettiva esterna che condannava il crimine, a un’immersione totale che cercava di comprenderlo, fino a un’indagine retrospettiva che interroga le radici della sua formazione generazionale. Questa non è stata una progressiva capitolazione morale ma una sofisticazione della consapevolezza critica.

Gomorra – Le Origini mostra come Pietro Savastano non fosse cattivo per natura ma affamato, un termina importante per la descrizione del carattere narrativo che porta con sé, mostrando come la scelta del crimine fosse il risultato di una causalità tragica inscritta nelle contraddizioni sociali, non di una libera decisione morale perversa e come l’educazione criminale fosse una vera educazione – un processo sistematico di trasmissione di valori, anche se quei valori conducevano all’autodistruzione.

La vera sfida che questa evoluzione pone alla serialità italiana del futuro è se sarà possibile raccontare una generazione che interrompe consapevolmente la catena della trasmissione criminale. Non una generazione che fugge dalla criminalità (figure marginali in tutte le serie), ma una generazione che, comprendendo appieno come la paternità criminale funziona, comprendendo cioè come gli “insegnamenti” del padre criminale operino come forma di controllo psicologico e sociale, deliberatamente rifiuta questa eredità.

Finché la serialità italiana continuerà a raccontare la criminalità organizzata dal punto di vista di coloro che l’hanno accettata, avrà compiuto un’operazione di comprensione sociologica,

ma quando sarà capace di raccontare il momento della rottura generazionale, allora avrà compiuto un’operazione autenticamente politica e liberatoria.

Le origini della criminalità non risiedono nel cuore malvagio degli individui, ma nelle cicatrici che una società iniqua inscrive sui corpi e sulle anime dei suoi abitanti.