“… mentre il vecchio parlava mi venni accorgendo di un forte rumore che aumentava simile al muggito di una
mandria di bufali in una prateria americana; nello stesso momento vidi quello
che i marinai usano chiamare maretta, mutarsi rapidamente in una corrente …”
(da Una discesa nel Maelström di E. A. Poe)
Alcuni osservatori paragonano l’attuale fase storica con quella antecedente allo scoppio della prima guerra mondiale: entrambe precedute da un lungo periodo di pace tra le grandi potenze occidentali ma entrambe caratterizzate dalla percezione di un ineluttabile imminente conflitto globale. Percezione legata all’evidenza che la storia dell’umanità è una narrazione di guerre inframmezzate da brevi periodi di pace; ma di pace preparatoria al successivo conflitto. È l’istintiva convinzione dei “corsi e ricorsi storici”, già aleggiante negli scritti di Niccolò Machiavelli e poi strutturata da Gianbattista Vico.
Il panorama attuale è eloquente: è in corso una guerra mondiale “a pezzi”, come diceva Papa Bergoglio. Dal 2022 è in corso il tentativo della Russia di Putin di invadere l’Ucraina orientale per questioni di sicurezza strategica, opposizione all’espansione della NATO e per la difesa delle popolazioni russofone del Donbass (“de-nazificazione”). A seguito della strage del 7 ottobre 2023 perpetrata dai terroristi di Hamas, è ancora in corso l’occupazione violenta dei territori palestinesi, voluta dal governo Netanyahu, mirata a garantirsi definitivamente la sicurezza dai “nemici di Israele”. A metà gennaio di quest’anno c’è stato uno scambio di attacchi tra Iran e Pakistan: l’Iran ha colpito alcune basi del gruppo sunnita Jaish al-Adl, considerato terroristico sia dal governo iraniano che da quello statunitense; di contro, la notte del 26 febbraio, il Pakistan ha condotto raid aerei contro obiettivi talebani in Afghanistan, accusando Kabul di ospitare militanti dei cosiddetti “Talebani Pakistani”, gruppo terroristico protetto dall’Iran e alleato con ISIS, Al-Qaida e Talebani che ha l’obiettivo di destabilizzare il Pakistan. Due giorni dopo, il 28 febbraio, è iniziata l’operazione militare USA-Israele (o, per meglio dire, Trump-Netanyahu) “Epic Fury” contro obiettivi militari e infrastrutture in Iran, dichiarando di voler colpire il programma missilistico e impedire lo sviluppo di armi nucleari. L’Iran sta rispondendo con missili e droni contro Israele e obiettivi statunitensi nella regione mentre il gruppo alleato degli Houthi ha ripreso gli attacchi nel Mar Rosso (anche nel quadro del cronico conflitto yemenita). L’escalation ha già coinvolto altri fronti regionali, con bombardamenti e tensioni che si estendono al Libano, al Golfo Persico e alle rotte energetiche strategiche. In Asia continua la guerra civile in Myanmar mentre restano latenti tensioni tra Cina e Taiwan e nella penisola coreana. In Africa persistono guerre e instabilità nel Sud Sudan (una delle peggiori guerre oggi in corso per numero di civili uccisi e sfollati), nel Sahel e nella Repubblica Democratica del Congo orientale. Inoltre, le “Guerre dell’ISIS” in Africa rappresentano oggi una delle principali fronti di instabilità globale, con una crescente espansione del gruppo jihadista e dei suoi affiliati, specialmente nel Sahel, nell’Africa occidentale e orientale. In Sud America il quadro geopolitico è caratterizzato da una complessa transizione per un riallineamento alla destra politica e una crescente instabilità in Venezuela a seguito dell’intervento statunitense (“Absolute Resolve”) in gennaio. Il continente si trova al centro di una competizione tra potenze (USA e Cina) e affronta sfide legate alla sicurezza, alla criminalità organizzata transnazionale e a una scarsa crescita economica.
Con questo quadro, la domanda che ci poniamo tutti è se sussistano le condizioni affinché questi conflitti locali si possano coagulare in un conflitto globale.
In situazioni in cui molti agenti sono interconnessi, i concetti della scienza della complessità sono un valido supporto per strutturare una prima analisi. Tra diverse collettività i flussi materiali, informativi e relazionali definiscono una rete di processi dinamici non lineari, fortemente accoppiati e operanti su più scale spaziali e temporali. Semplificando, tali processi consistono in meccanismi di feedback. Alcuni feedback sono positivi, cioè amplificano le tensioni e accelerano l’escalation. Per esempio la scarsità di risorse può aumentare la competizione economica, la competizione economica può essere trasformata in contesa politica, la contesa politica può alimentare propaganda e nazionalismo e questo può consolidare il potere dei leader che adottano politiche aggressive. È un circuito auto-rinforzante che genera una spirale che rende il sistema sempre più instabile. Poi, le alleanze militari, le filiere economiche globali e le infrastrutture energetiche, connettendo regioni diverse del pianeta, rendono possibile la propagazione delle crisi. Altri feedback invece sono negativi e funzionano come meccanismi di stabilizzazione. La diplomazia internazionale, le istituzioni multilaterali, l’interdipendenza economica e la pressione dell’opinione pubblica possono contribuire a dissipare le tensioni e a ridurre il rischio di conflitto. L’equilibrio tra questi due tipi di feedback determina la stabilità del sistema internazionale. Nei regimi equilibrati le soluzioni dei modelli matematici fortemente non lineari consistono spesso in orbite “non periodiche” e, però, “non erranti”, nel senso che, dopo un certo numero di iterazioni, tornano arbitrariamente vicino ad una posizione già visitata (da cui i “corsi e ricorsi”). Quando i feedback positivi dominano, il sistema tende ad avvicinarsi a una soglia critica, cioè a una fase in cui anche perturbazioni relativamente piccole possono produrre effetti molto grandi (“metastabilità”). In questo quadro, le grandi guerre non scoppiano necessariamente per una singola causa (es., l’attentato di Sarajevo del 1914) ma perché il sistema è già carico di tensioni accumulate nel tempo. Tuttavia, molte aree di conflitto coincidono con zone strategiche per il commercio mondiale o per la produzione energetica (es., Golfo Persico, Mar Rosso, lo Stretto di Hormuz) e, in tal caso, anche la destabilizzazione locale può avere effetti economici e politici globali (l’effetto farfalla della “Teoria del Caos”).
Ma come si arriva alla metastabilità? Possibili cause di avvicinamento alla soglia critica sono l’intreccio di interessi personali dei leader, le strategie economiche delle élite, le aspirazioni e le paure di intere collettività etniche, nazionali o religiose, le competizioni geopolitiche tra potenze e le pressioni strutturali legate alle risorse, all’ambiente e alle trasformazioni demografiche. Le motivazioni ufficiali che accompagnano le escalation sono solo la punta dell’iceberg di un sistema di dinamiche meno dichiarate.
I leader politici possono essere tentati di usare l’escalation come strumento per rafforzare il consenso interno, consolidare il potere, deviare l’attenzione dai problemi economici e sociali o, finanche, dai personali problemi giudiziari. In molti casi, la percezione di una minaccia esterna funziona come fattore di coesione nazionale e di legittimazione del potere. Un esempio è la costruzione che ha condotto, per false credenze, alla serie degli “ismo” (populismo, sovranismo, nazionalismo, suprematismo e, nel senso usato oggi, patriottismo), certamente correnti di pensiero divisive che consolidano i governi illiberali.
Le élite imprenditoriali hanno interessi economici e strategici perché molte aree di crisi coincidono con regioni ricche di risorse energetiche, minerarie o agricole oppure con nodi fondamentali delle rotte commerciali globali. Petrolio, gas, terre rare, acqua, suolo fertile e infrastrutture strategiche rappresentano spesso elementi centrali delle tensioni internazionali, anche quando non vengono esplicitamente menzionati nelle giustificazioni ufficiali.
Le identità collettive cioè la dimensione etnica, nazionale e religiosa dei conflitti gioca un ruolo importante. In molte regioni del mondo la memoria storica di guerre passate, traumi collettivi o rivendicazioni territoriali contribuiscono a creare narrazioni identitarie molto forti che rendono difficile il compromesso politico. Quando queste narrazioni vengono rafforzate dalla propaganda e dalla polarizzazione sociale, lo scontro viene percepito come una lotta esistenziale tra comunità incompatibili piuttosto che come una disputa politica negoziabile.
A un livello superiore vi è la competizione tra grandi potenze che, in un sistema internazionale multipolare, tende a trasformare i conflitti locali in presìdi di confronto strategico tra blocchi geopolitici. Le potenze possono sostenere indirettamente alleati regionali, fornire armi, supporto economico o copertura diplomatica, trasformando crisi regionali in conflitti più ampi e duraturi.
Fondamentale è la costruzione della narrazione pubblica, perché nessuna escalation può essere sostenuta a lungo senza un racconto che la giustifichi agli occhi della popolazione.
Le narrative ufficiali semplificano la complessità dei conflitti e tendono a presentare la guerra come una scelta inevitabile o moralmente necessaria, contrapponendo il bene al male, la difesa all’aggressione, la civiltà alla barbarie. Questo processo di semplificazione facilita la mobilitazione sociale e la corsa al riarmo (esattamente come è accaduto nel periodo antecedente alla prima guerra mondiale) ma, al contempo, nasconde le dinamiche strutturali che alimentano la tensione.
Accanto a queste motivazioni politiche, economiche e identitarie esistono pressioni più strutturali che riguardano il funzionamento complessivo del sistema globale. La crescita demografica, l’accrescersi delle disuguaglianze sociali, l’aumento dei consumi energetici, la competizione per le risorse naturali e le trasformazioni ambientali stanno modificando l’equilibrio tra società umane e sistemi naturali. L’umanità si trova sempre più spesso di fronte a risorse limitate e distribuite in modo diseguale, il che aumenta la probabilità di contese economiche e geopolitiche. Allo stesso tempo i cambiamenti climatici, la desertificazione, le crisi idriche e la perdita di produttività agricola agiscono come moltiplicatori di instabilità, perché favoriscono migrazioni di massa, crisi alimentari e tensioni sociali. Quando queste dinamiche si sincronizzano, il sistema internazionale entra in una fase di instabilità in cui le decisioni politiche e gli eventi contingenti possono avere conseguenze molto più ampie del previsto.
Ciò non significa necessariamente che un conflitto mondiale sia inevitabile ma che il sistema globale è diventato più sensibile agli stress (la metastabilità già richiamata) e meno capace di adattarsi senza procedere a trasformazioni profonde. Esistono anche potenti fattori di stabilizzazione che possono ridurre l’intensità delle spirali di escalation (nel racconto di Poe, uno dei due fratelli si salva dal risucchio del vortice legandosi ad una botte). L’interdipendenza economica globale rende le guerre tra grandi potenze estremamente costose, la deterrenza nucleare crea un forte incentivo a evitare conflitti diretti e le istituzioni internazionali offrono spazi di negoziazione e gestione delle crisi. Inoltre la diffusione delle informazioni e la pressione dell’opinione pubblica possono limitare la capacità dei governi di mantenere tensioni prolungate senza consenso sociale. Non sono certamente fattori stabilizzanti i moderni metodi alternativi di combattimento, con riferimento ai droni (quelli a guida AI pongono anche sfide giuridiche ed etiche nell’individuazione delle responsabilità in caso di incidenti o danni a cose e persone) e agli haker informatici, che possono creare seri danni alle economie e al corretto svolgimento dei servizi di un intero Paese.
I numerosi scenari di guerra e di tensione in corso, pur avendo cause specifiche e locali, mostrano una caratteristica comune: sono inseriti in un sistema globale altamente interconnesso in cui motivazioni diverse si sovrappongono e si rafforzano reciprocamente. In questa rete appare evidente che esistono dei nodi più importanti, degli “hub”, perché coinvolgono direttamente o indirettamente attori globali come Stati Uniti, Russia, Cina e potenze regionali (Europa, Iran, India) con interessi strategici condivisi. Più nel dettaglio, sembra che, tra gli hub, ne esistano due primari: Stati Uniti e Cina. È attorno a queste due nazioni che sembra ruotare il vortice che dalla guerra indiretta (“Proxy War”) può trascinarci in quella globale (il fondo del Maelström). La Proxy War è una guerra che non si combatte direttamente sul campo di battaglia ma attraverso una feroce competizione economica, tecnologica, diplomatica e militare che coinvolge paesi terzi e sfere di influenza. Questa dinamica definisce il nuovo ordine mondiale, caratterizzato da un disaccoppiamento strategico tra le due superpotenze; infatti, è un conflitto strutturale a lungo termine che mira a ridefinire le regole del commercio, della tecnologia e della sicurezza globale nel XXI secolo. Esperti economisti indicano che la Cina potrebbe superare gli USA come prima economia mondiale intorno al 2035. Staremo a vedere gli sviluppi.
“Nel mentre osservavo, la corrente prese una velocità prodigiosa che aumentava di momento in momento con un impeto travolgente. In cinque minuti tutta la distesa del mare sino a Vurrgh apparve flagellata da una furia irresistibile … là il vasto letto delle acque, solcato e rotto da mille flussi contrari, si rompeva in convulsioni frenetiche e sussultava, bolliva, sibilava, roteava in innumerevoli vortici giganteschi che turbinavano rovesciandosi verso levante con una rapidità che l’acqua non prende se non nelle più precipitose cascate”
(da Una discesa nel Maelström di E. A. Poe)
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