La citazione di Chritophe Andre’ e François Lelord: Come Dovrebbe Essere un Manager

Sviluppare la stima di sé dei collaboratori dovrebbe, in realtà, essere lo scopo di qualsiasi persona incaricata di guidare un gruppo. Le conseguenze sul loro benessere e sul loro rendimento sono evidenti.

Così spiega il direttore di un’unità di produzione di una fabbrica:

«La mia preoccupazione numero uno è che la gente che lavora con me si senta a suo agio. Che siano tutti contenti delle condizioni in cui lavorano e si sentano competenti. Detesto mettere in difficoltà gli altri e lasciare che il loro valore venga sminuito, fosse anche da un cliente e per presunte buone ragioni. Non c’è mai motivo di sminuire gli altri. Forse ragiono così perché sono stato un pessimo scolaro! Per me è importante dare un giusto riconoscimento ai miei collaboratori e anche giustificare tutti i loro errori, purché facciano tesoro di ogni esperienza, anche di quelle negative: quando si crea un problema, chiedo loro che cosa hanno imparato in quella situazione. Li esorto ad apprendere il più possibile: come dice il proverbio, nel tanto ci sta il poco…

«A volte, alcuni diventano talmente esperti che se ne vanno per passare a un altro settore o a un’altra azienda. E’ normale. Mi preoccuperei se capitasse il contrario. Non voglio che rimangano nel mio gruppo soltanto perché non sono capaci di andare altrove. Voglio che, se rimangono, sia veramente per scelta. Del resto, a lungo termine questo ricambio è utile. Tutti quelli che hanno lavorato qui parlano bene di noi, al di fuori. Siamo un’unità molto ambita dai giovani apprendisti. Non capisco certi miei colleghi ossessionati dal rendimento o dal potere, che passano il tempo a far trottare o a far tremare. Non siamo qui per sfogare le nostre nevrosi! »

*** Christophe ANDRE’ e François LELORD, psichiatri francesi, La stima di sé. Amarsi per vivere meglio in mezzo agli altri, 1999, Corbaccio, 2000, traduzione di Lucia Corradini, estratto, p. 139-140 (NB: titolo del testo non scelto dagli Autori).

Christophe André, 1956, ha scritto diverse opere divulgative, tradotte in una ventina di paesi, in tema di psicologia delle emozioni. François Lelord, 1953, ha pubblicato il suo primo romanzo nel 2002 (Le voyage d’Hector ou la recherche du bonheur), cui ne sono seguiti altri, tutti di successo in Francia e negli Usa.

L’ESEMPIO E LA CHIACCHIERA  (mf)

Dopo aver letto la dichiarazione sopra riportata, attribuita a un manager di una fabbrica francese, ho controllato la data di pubblicazione del volume da cui il brano è stato tratto: oltre 20 anni fa.

Lungi da me mitizzare il passato: anche negli anni 90 pensieri simili potevano sorprendere per il loro intelligente, e radicale, anticonformismo. Quindi, anche allora, la realtà non sempre era in linea con certe aspirazioni. Ma caliamo questi pensieri sull’oggi: la loro ‘stranianza’, cresciuta a livelli esponenziali, è tale da evocare quasi la follia. In Francia come in Italia. E ovunque.

Viviamo tempi in cui la leadership ‘che piace alle aziende che piacciono’ è quasi tutta imperniata su un autoritarismo narcisistico-patologico neppure più contenuto e nascosto, ma esibito, quando non gridato, con inscalfibile sicumera. Altro che attenzione a sviluppare l’autostima dei collaboratori. Riferimento dominante, introiettato dai troppi che si credono manager più o meno top (e, quel che è peggio, come tali vengono accreditati dal contesto: perfino dai ‘dipendenti’), è il famoso marchese Del Grillo con quel suo impareggiabile “io sono io e voi non siete un…”. Del resto, se leadership è funzione prevalente dell’individuo, la sua ‘messa a terra’ non è solo determinata dall’individuo: perché è l’ambiente socioculturale che influenza, al punto spesso da ‘comandare’, i comportamenti. E’ vero che siamo sempre noi quel che decidiamo di essere. Ma quel che decidiamo di essere è frutto, anche e non poco, del condizionamento pesante prodotto dal contesto in cui viviamo. Insomma, opporsi allo ‘Zeitgeist’ non è un atto facile: perché lo ‘spirito dei tempi’ è tale in quanto è penetrato anche in noi stessi.

Nei miei lunghi anni di formazione manageriale mi capitava di ripetere nelle aule seminariali una banale, ma fondamentale, convinzione: «Formazione è esempio: tutto il resto è chiacchiera». Bene: quali sono gli esempi oggi? Al di là della retorica da sempre trionfante, buona per le convention motivazionali che spostano aria o per certi manuali manageriali che ancora invitano a mettere ‘la persona al centro’ (forse per ‘colpirla meglio’, quando non serve più come ‘risorsa’, licenziandola con un semplice sms), l’esempio ‘ispirante’ di ogni leadership attuale, in azienda come in politica, è prevalentemente lo ‘stile Musk-Trump’. E certo non sbagliamo nel profetizzare che gli imitatori di questa accoppiata, potenzialmente pullulanti quanto scalpitanti negli Usa e altrove, saranno anche peggio.

Il direttore di fabbrica francese citato da Christophe André e François Lelord oggi è impensabile: accusato di buonismo, rischierebbe il licenziamento. A conclusione della sua testimonianza, l’irreale manager osa dire: «Non capisco certi miei colleghi ossessionati dal rendimento o dal potere, che passano il tempo a far trottare o a far tremare. Non siamo qui per sfogare le nostre nevrosi!».

L’accusa sarebbe già pronta: di sovversione, quando non di terrorismo, nei confronti dei Sacri Valori dell’Impresa. Ma come: si permette di privilegiare il benessere (psicofisico e professionale) dei lavoratori a scapito di produttività e potere della gerarchia?

Che si debba puntare almeno a un equilibrio tra inseguimento del profitto e soddisfazione delle persone (le sole, peraltro, in grado di produrre profitto o di condurre a fallimento le aziende) è cosa tanto fuori dalla visione attuale da far apparire chi la sostenesse come un incrocio tra un bizzarro idealista e un traditore del capitalismo.

Ieri si cercava di porre un freno agli istinti animaleschi dell’economia di mercato. Oggi la difesa del liberismo è spudorata: neppure l’ipocrisia, che ha sempre avuto come unico merito quello di rendere un implicito omaggio alla virtù (François de La Rochefoucauld, 1613-1680), rappresenta un possibile argine. Domina la convinzione che non solo è così e non può che essere così, ma che questo dogma va proclamato con orgogliosa sicurezza e chi non si adegua è ‘fuori’.

Siamo stritolati da un aut-aut che pilota la nostra cultura occidental-anglosassone: o sei vincente o sei perdente. Se non usi il potere che hai e che ogni giorno hai il dovere di aumentare, anche ‘contro’ chi non ne ha o ne ha meno di te, sei un perdente. E nulla oggi è perdente come non poter essere definito vincente.

Per ascoltare il Podcast di Caos Management clicca qui.

Il podcast che potete ascoltare, è elaborato dalla IA Notebook LM, costruito a partire dalla scrittura originale del suo autore umano. Lo consideriamo un complemento, non è una replica, è un’interpretazione!