Il 2026 ci ha regalato due esempi importanti di come si possa riuscire o fallire nel tradurre un classico letterario in immagini. Abbiamo due classici. Da una parte la nuova trasposizione del classico della Brontë, Cime Tempestose – attesissimo, esteticamente ambizioso, pieno di nomi altisonanti nel cast – che si è rivelato un disastro istruttivo. Dall’altra, la serie BBC de Il signore delle mosche, del premio Nobel William Golding, ha dimostrato che fare un buon adattamento non significa essere fedeli parola per parola, ma saper trovare lo spirito di un’opera e dargli nuova forma.

Il naufragio di Cime Tempestose

Emerald Fennell, che si era fatta notare per Barbie e Saltburn, voleva portare Emily Brontë nel presente. L’idea era ambiziosa: una campagna inglese nebbiosa contaminata dall’estetica neogotica, personaggi immersi nella contemporaneità, un ibrido tra dramma psicologico e thriller sociale. Il risultato, però, è un esercizio di stile svuotato di qualsiasi sostanza. Catherine e Heathcliff sono diventati sagome, figure stereotipate rinchiuse in una messa in scena che insegue l’effetto visivo e dimentica tutto il resto. Le brughiere trasformate in fondali digitali, le passioni ridotte a slogan visivi, ci fanno trovare in una gabbia estetica – tra l’altro nemmeno particolarmente originale e significativa – con dentro due personaggi che recitano invece di vivere. L’errore non sta nell’aver voluto cambiare, ma nell’aver perso per strada l’unica cosa che contava davvero:

Cime Tempestose non è una storia d’amore, è una tempesta morale.

E quella tempesta, nel film, non si vede. Si è trasformato in qualcosa di simile a un dozzinale dark romance da piattaforma streaming.

La forza de Il signore delle mosche

Completamente diverso il discorso sulla serie adattata da Jack Thorne e Marc Murden, gente che per la tv ha fatto cose notevoli come Utopia e His Dark Materials. Il Signore delle Mosche è un libro importante nella letteratura inglese e gli adattamenti cinematografici e televisivi sono molti. Qui l’ambientazione è un arcipelago del Pacifico e il gruppo di ragazzi naufraghi rispecchia la diversità sociale e culturale del mondo di oggi per temi fondamentali, come la crescita umana, il bullismo, la convivenza democratica ed il rapporto fra bene e male nell’uomo. Eppure — e questo è il punto — la serie non ha nulla della artificiosità del film di Fennel. Golding non viene riprodotto, ma interpretato. E con intelligenza. Si mantiene intatto il nucleo dell’opera, quella parabola sulla fragilità della civiltà, sul caos che affiora nel momento in cui le regole smettono di esistere. La fotografia è asciutta, il ritmo claustrofobico, il montaggio alterna orrore e malinconia senza cercare facili effetti. Alcuni episodi vanno oltre il testo – mostrano cosa succede fuori dall’isola, scavano nel passato dei protagonisti – ma queste aggiunte non tradiscono nulla: arricchiscono. Per certi versi il materiale di crudeltà umana del libro non viene neanche sfruttato fino in fondo, ma l’adattamento funziona proprio perché sa dove e come cambiare, senza mai perdere di vista il senso profondo del racconto.

Adattare non significa copiare, ma anche tradire

È una cosa che si dimentica spesso: “adattare” non è sinonimo di “riprodurre”. Un film o una serie non può essere la copia di un libro, e non dovrebbe nemmeno provarci. Codici totalmente diversi. E questo non lo dobbiamo mai scordare. Il linguaggio audiovisivo ha le sue regole, i suoi tempi, la sua necessità di mostrare invece di raccontare. Tra l’altro cinema e tv sono linguaggi diversi seppure nell’alveo audiovisivo. Un regista che si limita a trasporre ogni elemento senza una visione personale crea un guscio vuoto. Chi invece interpreta il testo, lo traduce nel proprio linguaggio e ne fa emergere il senso con forza nuova, ottiene qualcosa di vivo. Questa è la profonda differenza fra i sue casi esposti qui. La storia del cinema è piena di conferme: da Apocalypse Now di Coppola (tratto da Cuore di tenebra di Conrad) a Call Me by Your Name (dal romanzo omonimo di Aciman), i migliori adattamenti sono quasi sempre nati da libertà calibrate, da registi che hanno saputo leggere un testo con intelligenza emotiva e poi se ne sono appropriati. Anche la serialità televisiva ci ha dato adattamenti fondamentali da questo punto di vista, due su tutti: Il Racconto dell’Ancella di Margareth Atwood e Normal People di Sally Rooney.

Le regole non scritte di un buon adattamento

Se dovessi indicare cosa distingue un adattamento riuscito da uno fallito, partirei sempre dall’anima del libro, non dalla trama, non dai dialoghi, ma dalle emozioni e dalle domande che muovono l’opera. Bisogna capire quello prima di toccare qualsiasi altra cosa. Da lì deriva la necessità di scegliere un punto di vista: nessun romanzo entra per intero in un film o in una serie; quindi, occorre decidere cosa raccontare e da dove guardarlo, senza fingere che si possa contenere tutto. Riscrivere può essere legittimo e anche tradire la lettera del testo lo è se serve a restituirne il significato profondo. E poi c’è il linguaggio visivo: fotografia, montaggio, suono, scenografia non sono ornamenti, sono strumenti narrativi a tutti gli effetti, e usarli bene significa usarli come interpretazione. Infine, la contemporaneità: aggiornare un classico funziona solo quando lo si fa per illuminare ciò che resta universale, non per seguire una moda. Se però certe scelte si fanno seguendo una linea del senso del romanzo le chiacchiere per questo certe questioni sulle scelte sul cast o riscrittura dei particolare sono solo roba da social

L’adattamento come atto creativo

Adattare significa dialogare con la letteratura, non inchinarsi ad essa.

È un atto di interpretazione come un musicista che riprende un tema classico e lo fa risuonare in un’altra epoca, con un altro timbro. Quando il cinema e la televisione tengono presente questa consapevolezza, allora ogni romanzo può continuare a vivere e non come un monumento intoccabile, ma come una voce che cambia tempo senza perdere verità.

 

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