Il disagio giovanile è una resistenza
Le vicende di ragazzi che fanno violenza, tra loro, ai docenti, alle ragazze, sono sempre un’ottima esca per blaterare, specie da parte di pseudo illustri psicologi che dicono ANCHE cose giuste in mezzo a suggerimenti interessati per la loro categoria (chissà perché sul malessere giovanile poi si chiede sempre agli psicologi e mai ai pedagogisti come se quelli fossero più esperti e sapienti di chi li studia non solo nella patologia).
Gli adolescenti di oggi sono più fragili, ok, le famiglie affettive (ma anche quelle assenti o disagiate) li hanno nei fatti demoliti. Ok. Occorre comprensione ed empatia, ok. E poi? E poi la scuola, la famiglia ecc. ecc.
Da giovane ho fatto per qualche anno l’educatore. Portavo, tra le altre cose, ragazzi anche molto difficili, in vacanza con cooperative che praticavano una pedagogia piuttosto alternativa e vitale. In un tessuto ricco di esperienze positive non si può immaginare come quei ragazzi “difficili” (alcuni già in carcere minorile) rifiorissero completamente. In un ambiente caldo, ricco, dove non si viene giudicati continuamente, dove intorno non c’è solo degrado, competitività, conflitto e esibizionismo, i ragazzi, pure quelli molto difficili, si trasfiguravano. Poi, appena tornavano in luoghi rigidi, disciplinari, con adulti anaffettivi, la loro fioritura moriva, tornavano ad essere i bulli disperati di prima.
Ora in più ci sono i cellulari (cioè una omogeneizzazione e una demolizione sistematica dei flussi cognitivi e dell’attenzione) e una società che non è mai stata così violenta, non solo per le guerre, i “femminicidi” e tutto ciò che i media rendono visibile spesso occultando la ben più massiccia violenza invisibile diffusa. Violenza poco rilevata nei ritmi di vita, nel rumore continuo, nella velocità, nella pressione, nel furto del sonno, del riposo, del silenzio, nella corsa al successo e alla visibilità, nella legge del più forte.
E spesso a diffondere o perlomeno a non percepire e di fatto a alimentare tutto questo, sono proprio genitori e adulti, che spingono i piccoli criceti nella ruota del fare, del produrre, dell’arrivare.
Potranno quindi essere mai loro a salvare questi giovani? Potrà mai essere la scuola a salvarli, la scuola che è un dispositivo micidiale, fermo restando qualche buon samaritano insegnante che da solo però non può mutare una struttura intrinsecamente violenta?
Se gli psicologi, oltre che a guardare la relazione, si guardassero anche attorno, vedrebbero un mondo invivibile per un ragazzo (o meglio vivibile, giacché un ragazzo ha gigantesche risorse che tuttavia vengono progressivamente erose fino al collasso), costretto a rifugiarsi in spazi virtuali per non dover fronteggiare questo inferno. Peccato che i mondi virtuali spesso non facciano che ribadire questo stesso inferno, moltiplicandolo.
Sarebbe ora di prendere sul serio bambini e ragazzi e non semplicemente metterli individualmente nelle mani di qualche esperto e diagnosticargli giorno dopo giorno disturbi di ogni genere e, oltre al resto, dargli l’alibi che è un dis-, un qualche tipo di dis- (un alibi che è anche uno stigma, però). Qui non si tratta solo di psicopatologie individuali che richiedono interventi terapeutici, qui si tratta di una malattia del desiderio vitale, della potenza espansiva della gioventù, si tratta di un inceppamento grave della libido, del gusto di esistere, di sognare, credere, desiderare. Di cui i casi eclatanti sono solo la punta di un iceberg. Il malessere è palpabile negli sguardi, negli atteggiamenti, nei gesti, nel linguaggio di una maggioranza silenziosa colpita al cuore da un crollo della qualità della vita. In gran parte legato al crollo della qualità di vita di tutti, di tutti presi dal proprio sé, dai propri obiettivi che non tengono conto di nessun altro, da una distrazione globale, da un’incapacità di un’intera società di prendersi realmente cura dei propri figli se non due ore al giorno, dell’autocentratura drammatica certo promossa dal neoliberismo economico ma anche da un egoismo che non è mai stato così virulento.
I cuccioli d’uomo hanno bisogno di contesti radicalmente diversi dove crescere: contesti ricchi, appassionanti, coinvolgenti ( e l’educazione diffusa è una proposta che va in questo senso). Che gli adulti possono e debbono preparare, possono presidiare, possono, con un minimo di decenza umana, disseminare. Ovvio che occorrono adulti un po’ meno rimbambiti di quelli che perlopiù popolano le scuole (ancora avvinghiati a programmi, compiti e prove come se questo potesse mai essere un cibo adatto ad appetiti formidabili come sono generalmente quelli dei giovani), adulti che si rendano consapevoli dello sfacelo umano che sta avvenendo con la lora attiva partecipazione.
L’educazione deve essere fatta, più che mai oggi, ma da educatori consapevoli, in contesti vivi e affascinanti, secondo programmi di esperienza all’altezza della complessità in evoluzione di un essere umano che cerca, che scopre, che chiede. Anche quando questa voglia di scoperta è ammaccata, quando questo desiderio di bellezza si frantuma, quando queste domende si spengono. Anzi, a maggior ragione.
È ingenuo scandalizzarsi per la violenza a scuola. La scuola è violenta e non solo negli episodi di bullismo o di violenza fisica. La violenza è nei muri, nei banchi, negli orari, nelle attività subite, nelle interrogazioni, nelle prove, nelle sanzioni, nella competitività spregevole che la scuola promuove. Oggi non dobbiamo stupirci se essa cresce, se i ragazzi son tutti vestiti di nero, con i cappucci abbassati, se in classe se ne fregano: mostrando con evidenza il loro malessere (del resto anche prima lo facevano, si pensi al clima di Zero in condotta, solo che venivano puniti e repressi molto di più, famiglie consenzienti). Al posto loro farei lo stesso. Che risposte offre il mondo degli adulti, a parte i quattro gatti che fanno esperienze virtuose nei boschi e raramente sono quelli più in difficoltà?
È necessaria una rivoluzione su tutti i fronti: occorre cambiare radicalmente le mete sociali, ma dentro un contesto sociale mutato che provi davvero, e non solo a parole, a misurarsi con il desiderio e i desideri dei più giovani, occorre una politica che guardi ai più piccoli come priorità e non come l’ultima delle preoccupazioni e occorre che a guidare dicasteri, strutture, programmazioni, ci siano EDUCATORI nel senso pieno del termine, non funzionari o peggio politici o intellettuali in cerca di fortuna.
Occorrono altri ritmi, altri luoghi, altre forme di convivenza.
Sono loro il nostro futuro, ma noi siamo tutti curvi sul manubrio delle nostre mete, ognuno individualmente impegnato a costruire il suo misero successo, a rivendicare il suo diritto di mettere in secondo piano i suoi stessi figli affidandoli quanto prima all’insegnante di turno o allo psicologo, se può permetterselo. Che non può risolvere un tubo però, se non cambia il quadro.
Immagine/Infografica elaborata da Notebook LM
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