La citazione di Ferdinando Camon: CIECO
Era cieco dalla nascita, e gli dispiaceva di non sapere tre cose: cos’è il mare, cos’è la luna, cosa sono le stelle. Sono, in verità, tre cose fra le più belle del creato. Il povero cieco ne aveva tanto sentito parlare, che gli era venuta curiosità. Ma i suoi non volevano portarlo su una spiaggia: era lontana; e non volevano alzarsi di notte: erano stanchi, avevano sonno; e poi, a cosa sarebbe servito? Era cieco, e non avrebbe visto niente. E così, per accontentarlo, lo portarono in aperta campagna, non lontano da casa, e gli dissero che era davanti al mare, che aveva la luna sulla testa, e, attorno alla luna, le stelle. Il cieco guardò avanti e vide il mare, guardò in alto e vide la luna e le stelle: e per il resto della vita fu contento.
*** FERDINANDO CAMON, 1935, scrittore, Cieco, da Ferdinando Camon, Tenebre su tenebre. Quando Dio si vergogna degli uomini e gli uomini si vergognano di Dio, p. 163, Garzanti, 2006
Ferdinando Camon ha collaborato con varie testate e ha pubblicato una ventina di opere di narrativa.
VOLERE È POTERE? (mf)
Per commentare il breve racconto, tenero e indubbiamente toccante, qualcuno potrebbe essere tentato di scomodare il detto che piace tanto al pensiero positivo: vedi che volere è potere? Mi auguro che la tentazione venga subito scacciata, perché sarebbe semplicemente la conferma di due idiozie: tanto dell’equivalenza dell’accoppiata verbale volere-potere, quanto del sedicente pensiero positivo basato sostanzialmente sulla convinzione, dogmatica e dunque del tutto ideologica, che se vuoi puoi. Una credenza buona per farci uno spot pubblicitario, non certo per ispirarsi alla realtà, addirittura pensando di modificarla.
L’aneddoto del cieco dimostra proprio che volere ‘non‘ è potere: se sei cieco, non vedi. Punto e basta. Ma se hai un bisogno insopprimibile di vedere (il mare, le stelle, la luna), l’aiuto affettuoso di chi ti sta vicino, e vorrebbe soddisfare questa tua esigenza impossibile, può ‘farti vedere’. Cioè: tu continui a non vedere, ma sei spinto a credere di vedere. Anche inconsapevolmente, ti sei predisposto a essere imbrogliato e così giustamente, vieni imbrogliato. Certo: basta volere. Ma non per cambiare l’oggettività dei dati di fatto, ma per credere di averli cambiati. Non è il pensiero positivo che si è fatto realtà: è solo l’inganno di una illusione.
Per carità: nulla di male. Le illusioni aiutano a vivere. Basta sapere che si chiamano illusioni: che non stai vedendo né il mare, né la luna, né le stelle. Perché un cieco, anche se vuole, non li può vedere. E’ una cosa dura da accettare. E non è certo positiva. Ma si chiama realtà.
Eppure, si dice, senza volere nessun cambiamento sarebbe possibile. Le cose accadono, ma le puoi anche far accadere: dunque è possibile incidere sulla realtà e modificarla a nostro piacimento.
Certo: vedere una correlazione tra volere e potere è corretto: non solo utile, ma necessario se non vogliamo subire soltanto la realtà. L’errore sta nel trasformare la congiunzione ‘e’ nell’indicativo presente ‘è’. Non c’è dubbio che lo sguardo influenza la realtà: se lo sguardo è prodotto da un atteggiamento proattivo, e non puramente contemplativo-passivo, si crea la condizione migliore (indispensabile, anche se insufficiente) per modificare lo stato presente. Però influenzare non è determinare e in questa confusione, colposa o dolosa, sta tutto il problema. Quando il bicchiere è a metà, non basta vederlo mezzo pieno per riempirlo: per farlo pieno si richiede un impegno che faccia i conti con i dati di realtà a partire appunto da come la realtà è, con i vincoli e i limiti che oggettivamente in quel momento vi sono compresi, piacevoli o spiacevoli che siano. I nostri desideri contano per trasformare ciò che è in ciò che vorremmo, ma non trasformano automaticamente ciò che è in ciò che vorremmo. Non è la magia dello sguardo che prima muta il sogno in progetto e poi il progetto in cambiamento, ma l’impegno, attivo e faticosamente fattivo, che, rigorosamente ancorato ai fatti e scrupolosamente pilotato dalla razionalità di obiettivi e scadenze finalizzate al risultato, sa misurare il delta tra il presente e il futuro e si adopera ostinatamente per realizzare la trasformazione, anche accettando ciò che deve essere accettato e non può essere modificato.
Considerazioni banali, lo ammetto. Ma già Carl Gustav Jung, un maestro della psicologia del Novecento, diceva negli anni ’60 che «‘volere è potere’ è la superstizione dell’uomo moderno». Il sedicente ‘pensiero positivo’, che continua a piacere a troppa (pseudo) psicologia ‘filo-amerikana’, non è positivo: è tossico. Deforma la realtà, ci fa credere ciò che non è, esalta la nostra potenza, fondamentale per agire e non subire, fino a deviarla in quella onnipotenza, che i Greci chiamavano hybris, incapace di misurarsi con limiti e vincoli, e perciò alla fine sicuramente rovinosa per noi e gli altri.
Perché anche così si può arrivare a credere, a maggior ragione se si è in partenza convinti di essere i Buoni e i Giusti della Storia e si ha una posizione di leadership a livello mondiale immaginata perfino baciata dall’Unico Vero Dio Esistente, che, bombardando un Paese nemico, in quattro e quattr’otto si cambia un regime del Male in una colonia del Bene e si vince una guerra che in realtà fa perdere tutti: travolgendo miseramente sia chi la scatena che il mondo intero, incapace di rifiutarla o costretto a subirla.
Per stare al titolo di questo breve ‘pezzo’ potremmo dire che il sedicente ‘pensiero positivo’, diventato tossico, può rendere pure ciechi. E, di fatto, perfino predisposti, consapevoli o meno, al suicidio.
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Il podcast che potete ascoltare, è elaborato dalla IA Notebook LM, costruito a partire dalla scrittura originale del suo autore umano. Lo consideriamo un complemento, non è una replica, è un’interpretazione!