Il festival che si svolge nel Canavese (Torino) è ormai un importante appuntamento per educare, ispirare e dare voce alle nuove generazioni, custodi futuri della biodiversità

E’ del mese scorso la scomparsa di Carlo Petrini, detto Carlin, gastronomo e scrittore, conosciuto come “patron” di Slow Food, organizzazione da lui fondata a Parigi nel 1989 con un manifesto firmato da oltre 20 delegazioni di tutto il mondo.

Il Festival della Biodiversità dei Ragazzi, arrivato alla sua terza edizione, che si è tenuto a San Giorgio Canavese (To) poco prima della sua scomparsa, appare ora come una sorta di “raccolta di testimone” e si conferma come un ambizioso progetto culturale dedicato ai giovani, in particolare alle Gen Z e Alpha, sui temi dell’alimentazione consapevole, della sostenibilità e del futuro del cibo.

Il Festival della Biodiversità dei Ragazzi si inserisce nel programma del Festival della Reciprocità, che unisce in un unico e ricco cartellone gli appuntamenti ospitati nelle Tre Terre Canavesane, tra cui i principali: Mercato della Terra e della Biodiversità (San Giorgio Canavese, maggio); Calici, Gusto è Cultura (Agliè, luglio); Mostra Internazionale della Ceramica (Castellamonte, agosto/settembre). Un progetto dei Comuni di Agliè, Castellamonte e San Giorgio Canavese, in collaborazione con Giuseppe “Peppone” Calabrese e con il coordinamento di To Locals ETS.

Il Festival Della Biodiversità è nato due anni fa da un’idea del conduttore RAI Giuseppe “Peppone” Calabrese e quest’anno ha visto le tre Terre Canavesane (San Giorgio Canavese, Agliè e Castellamonte) investire in modo strutturale nelle nuove generazioni, offrendo strumenti, linguaggi e modelli per immaginare un futuro del cibo, ma anche possibili professioni future. Particolarmente significativo anche il coinvolgimento di tre luoghi simbolici del territorio: la Casa della Biodiversità dei Ragazzi, allestita nell’area storica mercatale, crocevia di scambi e relazioni fin dai secoli passati; Piazza Ippolito, da dieci anni il cuore centrale del Mercato della Terra e della Biodiversità e il Castello di San Giorgio Canavese, che per due giorni si è trasformato in un’aula magna per accogliere studenti delle scuole elementari, medie e superiori del territorio.

Tra le iniziative significative quella realizzata al Castello, nella terza giornata, su storie di terra, futuro e ispirazione. Gli studenti delle scuole medie di Agliè, Castellamonte e San Giorgio Canavese sono stati accolti dai responsabili della Condotta Slow Food Canavese Alessandro Musso e Marta Miolo, dal Sindaco di San Giorgio, Marco Baudino e da Giuseppe Calabrese. Quest’ultimo ha dialogato con Renzo Rubino, cantautore e produttore agricolo; Silvio Barbero, vicepresidente dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e Carlo Loffreda, direttore di Coldiretti Torino.

Un momento particolarmente emozionante è stato quello della visione di “Omelia Contadina” di JR e Alice Rohrwacher, che contiene il significativo messaggio

Quando non ci saranno più le lucciole, le api, le farfalle… allora la nostra storia sarà finita”.

Il dialogo è continuato con due produttori Slow Food che incarnano la resistenza agricola contemporanea, Gavino Inconis, produttore di zafferano di San Gavino Monreale, nel Sud Sardegna e Carlo Mazzoleni, presidente della Società Benefit Valli del Bitto che gestisce lo Storico Ribelle, formaggio d’alpe a latte crudo di Gerola, sopra Morbegno (So). Studenti e studentesse, in questo caso delle scuole medie, hanno potuto scoprire dalla viva voce dei protagonisti caratteristiche, specificità e progetti di due terre diverse, due produzioni speciali e due storie di agricoltori resistenti che hanno fatto del rispetto della terra, degli animali, della natura la loro “missione possibile”.

Come vedremo, conoscere questi due protagonisti della produzione di due diversi ori, quello Rosso di San Gavino Monreale, Sud Sardegna e quello delle Orobie, della Valle del Bitto di Gerola (So) significa raccogliere non solo la testimonianza di due produttori, ma fare un’immersione nella storia di quei territori.

Il mercato come matrice di biodiversità e formazione: la visione di Giuseppe “Peppone” Calabrese

Da Giuseppe Calabrese, patron del Festival, abbiamo raccolto la sua visione su come oggi sia necessario riposizionare il mercato come fulcro dell’economia, della cultura e della formazione delle nuove generazioni. Infatti, partendo dall’analisi della realtà artigiana del Canavese, in particolare di San Giorgio, emerge la necessità di un ritorno alla “spesa consapevole” attraverso il ripristino dei mercati giornalieri nelle piazze cittadine, intesi come architrave dell’economia. Le grandi capitali italiane del cibo (Palermo, Napoli, Torino, Ferrara, Mantova, Venezia, Firenze) sono nate dove esistevano corti e la figura dei “Monsù”, capaci di far contaminare le diverse biodiversità attraverso lo scambio di informazioni che avveniva proprio nei mercati. Il mercato è per antonomasia luogo d’origine della cucina italiana e spazio di contaminazione culturale tanto che la proposta di un “Festival della biodiversità dei ragazzi” è fatta per connettere le nuove generazioni alle future professionalità del settore alimentare con l’idea di trasformazione del mercato locale in un polo formativo nazionale di eccellenza. Il mercato inteso, dunque non semplicemente come luogo di scambio commerciale, ma come la matrice fondamentale per lo sviluppo di una cittadinanza civile e consapevole.

Ricorda Calabrese È necessario incentivare un ritorno all’acquisto quotidiano nei mercati per promuovere una consapevolezza economica e alimentare; le città “civili”, citando come esempi Padova e Ravenna, mantengono il mercato giornaliero nelle piazze principali, come segno di vitalità economica e sociale e il ruolo dell’artigianato costituisce l’architrave di una economia italiana sostenibile, identificata proprio negli artigiani, sia del settore alimentare che di altri comparti”.

La realtà del Canavese, e in particolare di San Giorgio, rappresenta un’eccellenza artigiana dove tre comuni hanno scelto di collaborare per promuoversi congiuntamente verso l’export. La qualità costruita nel tempo in questo territorio è considerata una base solida per una pratica di valorizzazione nazionale.

E Calabrese non nasconde l’ambizioso obiettivo di trasformare il Canavese nella “Giffoni” del cibo e si propone la trasformazione del territorio in un Campus Formativo permanente per le scuole d’Italia con l’obiettivo di portare i ragazzi a ragionare sui temi del mercato e della qualità alimentare. Non solo, a differenza delle grandi metropoli (Roma, Torino, Milano) dove gli eventi richiedono budget elevati (stimati oltre i 300.000 euro) e rischiano di passare inosservati, la provincia offre l’ambiente ideale per una riflessione profonda e focalizzata su questi temi. Il progetto si configura come un’azione sinergica tra amministrazioni locali e attori economici per trasformare un mercato di alta qualità in un’eccellenza nazionale. La sostenibilità del sistema dipende dalla capacità di coinvolgere i giovani, garantendo che il mercato continui a esistere come luogo di scambio, biodiversità e crescita professionale.

L’Oro Rosso di San Gavino Monreale

In un’epoca di globalizzazione alimentare che tende all’omologazione, il caso Di Gavino Inconis e di sua moglie Chiara Meloni rappresenta un paradigma di resilienza imprenditoriale. Qui, lo zafferano smette di essere una mera spezia per trasformarsi in uno strumento culturale e identitario. La parabola personale e professionale di Gavino e Chiara è un esempio di come competenze diverse possano salvare una cultura agricola. Gavino ha trascorso la vita tra l’insegnamento di meccanica e pneumatica e il lavoro in un laboratorio sponsorizzato da Volkswagen Italia, contesti dove il rigore era la norma. “Per insegnare 10 ai ragazzi, io dovevo imparare 100,” spiega, riflettendo una metodologia che avrebbe poi applicato al campo, quando già dal 1977 col suo primo trattore sottraeva ore al sonno per coltivare mais, grano e soia. La svolta per lo zafferano giunse da una crisi industriale: la chiusura della fabbrica di batterie Scaini, a Villacidro, per la quale Chiara Meloni, impiegata nell’amministrazione dell’azienda si trovò improvvisamente in mobilità. In quel momento critico, la famiglia scelse di investire sull’ “oro rosso”. È stato un processo di salvezza reciproca: Chiara ha portato la sua precisione amministrativa nella gestione dell’azienda agricola, e lo zafferano ha trovato in lei e Gavino i custodi necessari per non scomparire. E la cronologia dell’eccellenza ci suggerisce altre due date che possiamo definire “epocali”: il 2002, anno dell’istituzione del Presidio Slow Food dello Zafferano di San Gavino Monreale e il 2008, anno dell’ottenimento del marchio DOP (Denominazione di Origine Protetta). Il passaggio alla certificazione DOP non è stato privo di frizioni e il Consorzio di Tutela, inizialmente composto da 24 produttori, oggi è ridotto drasticamente a soli tre membri. Poiché la qualità certificata impone regole che si scontrano con la tentazione del mercato non controllato o della semplificazione burocratica, molti hanno abbandonato. Ma per Gavino il controllo dell’ente regionale Agris Sardegna non è un onere, ma un vantaggio competitivo, anche perché a differenza dello zafferano d’importazione o di quello non tracciato, il prodotto Inconis segue una tecnica esclusiva: l’umettamento manuale degli stimmi con una goccia d’olio d’oliva prima dell’essiccazione. Come sottolinea Gavino “Il controllo mi dà valore e posso vantare una scheda tecnica (l’etichetta parlante) del mio prodotto: posso dimostrare scientificamente perché è superiore alla massa anonima.” Inoltre, la vendita diretta è per Gavino, l’ultimo atto di un lungo percorso pedagogico: lui non si limita a consegnare un vasetto; istruisce il cliente sulla tostatura e sulla polverizzazione, tecniche necessarie per sprigionare l’anima del prodotto.

L’Oro delle Orobie: lo Storico Ribelle

Molto diverso il caso dello Storico Ribelle, un esempio di “resistenza casearia” in Valtellina che testimonia l’esperienza pluridecennale della Società Benefit Valli del Bitto SpA a tutela di una produzione storica, che può essere presa ad esempio per la tenuta dei territori anche in altre aree. La Società è diretta discendente dell’Associazione Produttori Valli del Bitto, che già a metà degli anni ‘90 si era posta come obiettivo la salvaguardia delle produzioni storiche, prima fra tutte quella del formaggio Bitto (che prende il nome dal fiume che scorre in Valgerola, ndr) arrivando al paradosso di dover cambiare il proprio marchio commerciale in Storico Ribelle per mantenere i criteri produttivi il più possibile rispondenti alle caratteristiche territoriali del formaggio, e al legame dei produttori con la loro montagna. Come ha ricordato Carlo Mazzoleni, presidente della società, nell’era dell’industrializzazione della Valtellina prati e pascoli hanno subito una crisi che oggi ne mette in discussione l’esistenza stessa. L’economia prettamente agricola della vallata poggiava sulla vitalità dei suoi terreni foraggeri e la presenza di bestiame e del suo nutrimento era spesso l’unica fonte alimentare per una parte preponderante della popolazione. La modernizzazione, e la conseguente concorrenzialità di stili di vita nuovi, la presenza di materie prime esterne (e spesso estere) hanno rivoluzionato un sistema che ha artificiosamente separato il concetto di tipicità dalla provenienza locale della materia prima, e di conseguenza l’erba valtellinese ha smesso di essere attrattiva per buona parte dei produttori locali. In un disciplinare di un prodotto a denominazione d’origine non si può prescindere dalla valorizzazione della materia prima, ma l’industria e la GDO hanno avuto bisogno di maggiori quantità di carne, latte e formaggio a basso costo, e così i produttori sono stati spinti ad abbandonare la filiera locale, a importare carne dal Sud America, a utilizzare (talvolta abusandone) importanti quantità di mangimi sugli alpeggi e di foraggi importati e insilati in fondovalle.

L’opposizione dei produttori dello Storico Ribelle ai mangimi risale ormai a trent’anni fa, quando forse nessuno di loro conosceva il concetto di “terroir” (di cui oggi si abusa, forse, nel mondo vinicolo), ma sicuramente sapevano cosa significava modificare il sistema di pascolo: perdita dell’identità organolettica del prodotto (ovviamente compresi i difetti, che significano artigianalità!), e abbandono delle stazioni di pascolo più scomode, dove le nuove vacche iper-produttive non riescono ad arrivare. I rimedi proposti anche in passato non pretendono di essere una ricetta dal risultato assicurato, ma sicuramente guardano al lungo periodo e necessitano dell’onestà dei produttori e delle istituzioni.

Il prezzo stesso di un prodotto nato in condizioni “naturali” spingerebbe i produttori a una lavorazione più professionale, e qui nasce un altro punto: la loro adeguata formazione. Una scuola di agricoltura territoriale, che sappia unire competenze tecniche e saperi ancestrali è l’unica in grado di creare una classe di professionisti addestrati ad affrontare le sfide del futuro, il mercato globale, la crescente richiesta di sicurezza. Finché il modello di docenti e ispettori sanitari, e di conseguenza degli agricoltori, sarà il caseificio industriale, a nessuno interesserà investire sulle terre alte. Oggi occorre creare un’alternativa interessante per i giovani che si avvicinano all’agricoltura, per preservare il paesaggio rurale intatto rimasto, che è anche una risorsa turistica senza eguali.

Ma bisogna farlo in modo onesto, da autentici appassionati, dimenticando per un attimo la logica di redditività che spesso corrobora i bilanci ma lascia macerie ambientali e sociali.