Puoi sterminare un’intera generazione, bruciare le loro case, e troveranno una via di ritorno. Ma se distruggi la loro storia, la loro cultura, è come se non fossero mai esistiti.

 

 La Madonna di Bruges è una scultura di  Michelangelo, databile al 15031505 circa e conservata nella Chiesa di Nostra Signora (Onze-Lieve-Vrouwekerk) a Bruges, in Belgio.

 

La frase è tratta dal film Monuments Men e, pronunciata da George Clooney, fa un certo effetto. Passati i brividi, e tolta dal contesto (la storia della task force americana che aveva il compito di salvare e recuperare le opere d’arte rubate dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale) obbliga a qualche riflessione.

Che posto diamo, nella graduatoria di valori, alla cultura?

Non mi interessano diatribe su contrapposizioni di culture: la domanda è completamente diversa.

La pandemia ci ha letteralmente sbattuto in faccia un pesantissimo conflitto di valori (salute o soldi, sicurezza o libertà) sia a livello personale che collettivo. Quando una persona, per qualunque motivo o esperienza, affronta variazioni importanti o conflitti nella scala dei valori dovrebbe fermarsi, riflettere e rivedere la scala: in fondo sono proprio i nostri valori quelli che, quotidianamente, ci sostengo e guidano nelle scelte e nelle azioni. Per una società, una comunità, la faccenda è più complessa, ma non certo meno importante.

Da anni assistiamo a difese della cultura intesa come presepi o crocifissi, cibo e abbigliamento. E nelle contrapposizioni del periodo pandemia sembra proprio che scuola, arte, teatro, musica, siano agli ultimi posti della graduatoria.

Forse non dovremmo esserne stupiti. Abbiamo progressivamente tolto valore al titolo di studio, sia perché non è più uno strumento per migliorare la condizione economica delle persone, sia perché spesso non corrisponde più a una concreta maggiore conoscenza.

Il termine intellettuale ha assunto un’accezione negativa. E non vorrei dire altro in proposito.

L’analfabetismo di ritorno o la perdita di vocabolario sembra preoccupare, appunto, solo pochi intellettuali.

È come se la pandemia (e anche se pensate sia un complotto, gli effetti sono molto concreti) ci stesse rendendo più visibile la realtà di una società impoverita culturalmente, non dall’apporto di un diverso mix o dall’inquinamento con diversi simboli religiosi o con strani sapori nei cibi.

Forse, nella perenne ciclicità del tempo e dell’universo, potremmo cominciare a chiederci cosa ricorderanno e cosa penseranno di questo periodo le generazioni future.