Il sipario, per me, non si è aperto. È esploso. In un boato nero, fitto come la notte senza stelle che ha inghiottito la mia casa.
Il nero è stato il primo colore. Il colore della guerra. Non quello elegante dei vestiti o dell’inchiostro di un pennino che scrive poesie. Il nero del fumo che entra nei polmoni, degli occhi che bruciano, delle strade che non portano più da nessuna parte. Il nero delle mani che stringono altre mani senza sapere se sarà l’ultima volta.
Nel mio paese il nero aveva un suono: sirene, spari, boati, muri che crollano, angoscia.
Il suono dell’angoscia: terrificante. E un odore: polvere, ferro, paura. Sono partita così. Con il nero addosso. Nero nei capelli, nei vestiti, nella voce. E, soprattutto, dentro.
Quando sono salita a bordo, il sipario non è calato. Si è strappato. Come una tela troppo tesa. Come la mia pelle.
Il mare, la prima notte, era blu. Un blu profondo, che non avevo mai visto. Non il blu del mare dei libri di scuola, non il blu delle bandiere. Questo era un blu che divorava. Il blu della paura. La paura non urla, lo sapete? La paura trattiene il respiro. La paura ti fa contare i battiti per non impazzire.
Nel blu ho visto i volti degli altri. Donne come me. Bambini che non piangevano più. Uomini diventati silenzio. Eravamo tutti blu. Blu di freddo. Blu di attesa. Blu di una speranza che non osava chiamarsi così.

Poi è arrivato il grigio. Il grigio dell’alba. Quel momento in cui non è più notte ma non è ancora giorno. Il grigio dell’incertezza. Il grigio delle domande: Arriveremo? Moriremo qui? Ci vedranno? Il grigio è il colore di chi non sa se esiste ancora. Di chi galleggia tra due mondi che non lo vogliono. Il mio corpo era lì, ma la mia anima era sospesa, come se avesse paura di scegliere da che parte stare. Nel grigio ho pensato che forse il mare era una frontiera viva. Non una linea, ma un giudice. Decideva chi poteva continuare la propria storia e chi no.
Poi, all’improvviso, il rosso. Il rosso non è arrivato con il sangue… non subito.
È arrivato con il sole che si alzava troppo in fretta. Con la pelle che bruciava. Con le labbra spaccate. Il rosso della rabbia. Perché eravamo lì. Perché avevamo dovuto scegliere tra morire sotto le bombe o morire sull’acqua.
Il rosso era anche la vergogna. Quella che ti insegnano a portare se sei donna. Se il tuo corpo diventa merce di scambio. Se il tuo silenzio vale più della tua voce. Il rosso delle storie non raccontate, dei confini attraversati con il corpo prima ancora che con i piedi. Con l’anima bruciata. Ho stretto le ginocchia al petto. E ho resistito.

Poi ho visto il giallo. Il giallo non era grande. Era piccolo. Era un giubbotto salvagente scolorito. Era un sorriso senza denti di una bambina che mi ha stretto la mano. Era il sole che, per un attimo, ha scaldato anche l’interno del petto.
Il giallo è stato il primo colore che non faceva male. Il colore della possibilità. Della vita che insiste, anche quando non dovrebbe. Il giallo mi ha ricordato che ero ancora viva. Che non ero solo una fuga, un numero, un carico. Una disperata.

Poi… è arrivato il verde. Il verde dell’acqua invasa dal sole. Il verde delle onde meno cattive. Il verde della speranza che cresce piano, come una pianta in mezzo alle macerie. Il verde è il colore della guarigione che non promette miracoli. Ti dice solo: forse. Forse ce la fai. Forse no. Ma sei ancora qui. Nel verde ho iniziato a parlare dentro di me. A dire il mio nome. A ricordare chi ero prima del nero.
Infine, l’arancione. L’arancione del tramonto. Quando il cielo ha deciso di farsi spettacolo sopra di noi, come se il mondo non stesse crollando su quella barca. L’arancione della forza che non sapevo di avere. Della dignità che nessuna guerra, nessun confine, nessun mare aveva potuto togliermi.
E poi…il bianco. Il bianco non è stato l’arrivo. Non è stato un porto. È stato uno sguardo. Una coperta sulle spalle. Una parola detta senza urlare, morbida come una carezza. Il bianco è stato il momento in cui ho capito che non ero più solo sopravvissuta. Il bianco non cancella il nero. Non lo nega. Ci convive. È il colore della possibilità di ricominciare senza dimenticare.
Ora sono qui. A bordo di una vita nuova. Con addosso tutti i colori che ho attraversato. Perché Io non sono solo guerra. Non sono solo mare. Non sono solo migrante. Non sono una cifra nelle statistiche, non sono una fotografia nei telegiornali, non sono un numero su una lista di frontiera. Sono una vita.
Una vita che attraversa il mare non per scomparire, ma per continuare. Perché prima di essere migrante ero figlia, ero sorella, ero cittadina di una città che esiste ancora. E dopo questo mare sarò ancora una storia che continua. E il sipario, finalmente, si è aperto.

Ora mi affaccio sul palcoscenico di una nuova vita. Pronta per entrare in una azienda come persona, come risorsa, come opportunità e non come manodopera da sfruttare. Perché io, ora esisto.
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