In memoria di Alfredo Profeta nel quarto anniversario della sua scomparsa.

 

E voi,  imparate che occorre vedere  e non guardare in aria; occorre agire e non parlare.
Questo mostro stava, una volta, per governare il mondo!
I popoli lo spensero, ma ora non cantiamo vittoria troppo presto:
il grembo da cui nacque è ancor fecondo.
(Bertolt Brecht)

In un paese in cui qualcuno afferma che Hitler sia diventato cancelliere nel 1979
non ci si dovrebbe meravigliare che a 70 anni da un avvenimento storico di enorme
importanza a festeggiarlo sia il silenzio.
Ci sono voluti anni e anni per inserire l’accadimento in un quadro più generale, considerandolo  la scintilla che ha fatto armare gli italiani contro il  nazi-fascismo che aveva invaso la  nostra terra.
Da  immagine folcloristica di “scugnizzi” armati,  plebe  incazzata e  zandraglie urlanti, poco a poco la visione d’insieme ha illuminato episodi di vero e proprio coraggio, di senso purissimo di anelito alla libertà.
Espressioni retoriche, ne sono consapevole, ma la lotta dell’uomo per la dignità, la libertà e la democrazia non  parla con parole semplici.
Si nutre di suoni altisonanti.

Napoli,  autunno.
Un autunno che ha placato l’estate più calda degli ultimi anni.
Un autunno di guerra, un autunno di suoni stridenti di allarmi.
Di fughe verso casa, di file interminabili per il pane, la farina, l’olio.
Un autunno di bombe calate dal cielo come stelle cadenti, un autunno di rovine.
Un anno che sta per finire senza l’ombra lontana di una vita migliore per il prossimo anno, che sta per arrivare.
Sono trascorsi anni, mesi, settimane, giorni, ore, secondi di guerra.
A Salerno sbarcano gli anglo-americani: è il 9 settembre 1943.
La grande spiaggia su cui mettono piede è quella di Pontecagnano, non avendo Salerno che piccoli lidi nelle vicinanze del porto.
“Sò arrivati gli americani, mò veneno a liberarci”
E’ il confuso vociare di casa in casa. Tra le rovine di vecchi palazzi bombardati, tra i giochi di guerra degli scugnizzi.
C’è stato l’armistizio e ora gli anglo-americani sono alleati non più nemici.
La grande armata  inizia il suo cammino verso Napoli.
Le ore scorrono, passano i giorni, le settimane fuggono via..una, due, tre.
In queste tre settimane e un giorno i tedeschi e i fascisti loro alleati si impossessano della città.
Il 13 settembre, quattro giorni dopo lo sbarco alleato, seguendo gli ordini di Hitler che vuole l’Italia ridotta a fango e fuoco, i tedeschi danno alle fiamme l’Università di Napoli.
Si sa che nulla è peggio di un esercito in fuga,  di un esercito sconfitto e senza più regole.
Nelle strade della città violata i nazisti distruggono, arrestano, uccidono militari e civili…
E gli americani non arrivano.
Da  Piazza Dante al Vomero, da Posillipo alla Sanità i tedeschi eseguono gli ordini del Furer: incendiano i grandi  alberghi; distruggono le attrezzature ferroviarie, il porto, il gasometro; fanno saltare in aria i palazzi del telefono; danno alle fiamme i depositi di benzina della zona industriale.
Rubano tutto ciò che ha valore. Non più  un esercito di soldati ma una banda di grassatori…
E gli  americani non  arrivano.
Napoli brucia, la gente muore, le bombe continuano il loro lavoro di morte, interi quartieri sono rasi al suolo.
In 35 mesi:
178 allarmi
105 bombardamenti
22.000 morti
232.420 vani distrutti
Nel  Rione Mercato fu  distrutto  il 90% delle case.
Nell’agosto di quell’anno gli anglo-americani  decisero di sperimentare su Napoli bombe da una tonnellata. In un quarto d’ora morirono 3000 civili. Cento mila furono gli appartamenti in rovina…
E gli americani non arrivano.
Il 9 settembre, mentre gli alleati posano i piedi sulla spiaggia ancora calda di “Salerno”,
in città manca l’acqua, manca il cibo, file e file di gente aspetta  per ore  qualcosa da mangiare,  per sopravvivere un giorno ancora.
Fascisti e  nazisti saccheggiano magazzini e fabbriche.
I giorni di attesa “dei salvatori” diventano lunghi.
E l’idea di “liberazione” ha il profumo di una beffa.
Il Comandante delle Forze Germaniche a Napoli, Colonnello Scholl, obbliga, con un bando
firmato dal Prefetto Soprano, al lavoro obbligatorio in Germania.
Di 30.000 uomini se ne presentarono solo 150.
La rappresaglia che ne segue è inarrestabile: per le strade, nelle case, nei cortili, nei vicoli.
Dovunque viva e respiri un uomo sarà preso e imprigionato, bastonato e fucilato.
Il 27 settembre in Via Foria viene ucciso  Antonio Pianta vecchio operaio comunista.
“Annascunniti l’uommene” è la parola d’ordine sussurrata  dalle donne di casa in casa.


“Troveremo molti dei combattenti delle 4 giornate rifugiati sulla collina dei Camaldoli, nelle campagne del Vomero o nelle caverne del sottosuolo napoletano: cave di tufo, ipogei di antiche epidemie, cimiteri e catacombe paleo-cristiane; quelle remote e difficilissime di Sant’Eframo Vecchio, quelle complicate di uscite segrete, veri labirinti, delle Fontanelle, tra architetture di teschi e ossami umani; nelle cave della Doganella, di Capodimonte o nei quartieri popolari dei Vergini, della Sanità, del Mercato, veri meandri di costruzioni vecchie di due o tre secoli, con ingressi e uscite “a spuntatòra”, chiassoli, viuzze, fondaci, portichetti dove, tra il 28 e il 30 settembre rimasero intrappolati gruppi di tedeschi con i loro veicoli, sperduti o andati a razziare”.
Il 25 settembre Capri è  libera.
Un Benedetto Croce, abbronzato dal sole della bella isola,  libera e ancora più lontana, ascolta le notizie provenienti dalla sua città e, scettico e incredulo, ne negherà sempre la veridicità.
A Napoli gli uomini, vecchi e ragazzi, vengono  presi, prelevati dalle loro case, strappati di forza dalle loro famiglie.
E condotti nel Campo Sportivo Collana al Vomero.
Dove attenderanno di essere fucilati.
Spontaneamente, senza un’organizzazione, un progetto politico  avviene una cosa che ha il sapore del miracolo.
Un popolo stanco s’inventa qualcosa che gli è  sconosciuto fino ad allora: la guerriglia urbana.
Napoli ha già visto morire  un ragazzo per mano dei nazisti:  il marinaio Andrea Mansi, di Ravello.
Lo hanno fucilato  lì davanti a tutti sulle scale dell’ingresso principale dell’Università,
e hanno costretto gli astanti  ad  applaudire sul suo corpo morente.
Questa volta la voglia di riscatto supera la rassegnazione.
La città scoppia: Santa Teresa al Museo, Materdei,  l’Arenella, il Vomero, Via Toledo, Posillipo.
Un esercito  raccogliticcio composto da  comunisti, soldati italiani in fuga, semplici cittadini, ragazzi scappati dal riformatorio Filangieri, donne, madri mogli  figlie dei prigionieri,  riesce a sconfiggere il nemico e a liberare gli uomini detenuti nel Campo Sportivo.
Nelle vie, nelle piazze, negli stretti vicoli. Lungo le scale che salgono e scendono nel fianco della  collina fino al mare, si colpiscono i tedeschi. In tutti i modi possibili. Suppellettili  buttate dalle finestre e dai  balconi dei quartieri spagnoli per bloccare la loro avanzata.
Alla fine i tedeschi si ritirano accompagnati dal  popolo  che li ha  vinti e scacciati.
In una lunga teoria attraverso le strade della città. Lunga e lenta fila di sconfitti. 
Gli alleati sono ancora in marcia. Napoli ha  fatto a meno di loro.
In 76 ore di combattimenti dal mattino del 28 settembre al pomeriggio dell’1ottobre:
178 partigiani combattenti caduti
140 civili uccisi
162 partigiani combattenti feriti
19 caduti ignoti
E gli  americani finalmente arrivano.
Entrano a Napoli, novelli conquistatori, alle 9e 30 del Primo Ottobre.

Il film di Nanni Loy “Le 4 giornate di Napoli” è la narrazione di quei giorni.
E’ un canto corale, una processione di piccoli angeli e di santi guerrieri.
E’ un poema epico in cui gli eroi sono solo da una parte.
Scena dopo scena si scioglie la storia di un desiderio di riscatto, di libertà, di affermazione della propria dignità di uomini. La narrazione di un gesto rivoluzionario.
Loy racconta del coraggio di un popolo, di una rassegnazione che acquista le ali e vola alta.
Di ragazzi trucidati, di ragazzi senza famiglia, di ragazzi che cercano una madre che li pianga.
Scoppia tra le urla e i frastuoni della guerra  la voce di una Maria Madre Dolorosa, il pianto struggente  che Jacopone da Todi fa lacrimare sul corpo straziato del Figliolo:
“Figlio traditore, perché m’è lassato.  O’ verite: chisto è o’ figlio mio. Me l’anno acciso.
Guardate quante è bello, Non è bello stù figlo mio. Aspettate, facite chiano chiano, nun o facite male a  ‘o figlio mio. Viene a mammà, mò ce ne jammo, te porto ‘a casa”
(Figlio mio traditore, perché mi hai lasciato. Vedete ‘ questo è mio figlio. Me lo hanno ucciso.
Guardatelo, quanto è bello!. Non è forse bello mio figlio?
Aspettate fate piano piano, non fategli male. Vieni, a mamma,  ora ce ne andiamo, ti riporto a casa”)

“Dopo Napoli la parola d’ordine dell’insurrezione finale acquistò un senso ed un valore e fu da allora la direttiva di marcia per la parte più audace della resistenza italiana”
Luigi Longo

“Le 4 giornate: 27- 30 settembre 1943.
La prima e la più giovane delle insurrezioni europee sotto il giogo nazista”
Roberto Battaglia

Le Quattro giornate di Napoli
Marotta editore 1963:
scritti e testimonianze.

Cartella della Mostra Documentaria
per le celebrazioni del XXX Anniversario
della Resistenza
1945- 1975
La Resistenza in Campania
A cura di Alfredo Profeta.