“Come Internet sta eliminando la religione in America” titola il 4/4/2014 Technology Review rivista dell’MIT. Cita A. Downey, professore di Scienza dei Dati a Olin College of Engineering, che ha analizzato la crescita dell’uso di Internet e del numero di quelli che abbandonano la religione. Quest’ultimo parametro deriva da un sondaggio dell’Università di Chicago. A 9000 persone si è chiesto: ”Che religione preferisci? In quale religione ti hanno allevato? Sei laureato? Quanto usi Internet?” Ecco i risultati:

 

Anno

1990

1995

2000

2005

2010

% utenti abituali Internet

0

10

42

70

72

% senza preferenze religiose

8

11,5

14

15

18

 

Dal 1990 al 2010 crescono sia gli utenti Internet, sia i non religiosi. La correlazione statistica fra le due variabili è 0,935.

La correlazione misura quanto, in un dato periodo, due fenomeni varino in modo simile: ha il valore 1 se le loro misure sono proporzionali, zero se sono indipendenti e -1 se inversamente proporzionali. Un’alta correlazione non implica che una variabile sia causa dell’altra. È alta la correlazione fra il numero annuo di assassini e quello delle chiese cattoliche, ma non perché nelle chiese si predichi la violenza: i due numeri sono proporzionali alla popolazione. In Italia la correlazione fra il numero di personal computer e quello dei casi di AIDS dal 1983 al 2004 era alta: ben 0,99, ma usare il computer non provoca certo l’AIDS.

Il Prof. Downey dichiara: “So bene che un’alta correlazione positiva non è segno di causalità. I due processi di crescita potrebbero avere una causa comune, anche se né io, né altri l’hanno individuata. Ho usato, però, la regressione statistica per individuare i fattori che hanno contribuito a staccare dalla religione numeri crescenti di persone.”

Il 20 % dei distacchi sarebbe causato dall’uso crescente di Internet. La Rete fornisce, infatti, molte opportunità di informarsi su quel che pensano atei o non religiosi e di interagire con loro. Il 25 % dei distacchi dipenderebbe da cambiamenti nell’educazione religiosa ricevuta. Il 5%, infine, sarebbe dovuto alla maggiore diffusione dell’insegnamento superiore. Nel 1980 laureati e diplomati costituivano il 17% della popolazione americana e nel 2000 la percentuale era salita al 27%. Downey dà per scontato che i religiosi sono più rari fra i laureati. I tre fattori citati spiegherebbero il 50% del calo di religiosità.

E l’altra metà? Downey arguisce che esista un’altra causa. Non la individua. Prima di indagare quale possa essere, è bene analizzare la qualità dei dati di partenza. I sondaggi non forniscono fatti, ma opinioni in risposta a domande: se queste sono vaghe, tutto rimane ipotetico.

Mio nonno, il poeta Adolfo de Bosis, quando iniziava un dibattito, diceva spesso:

“Cominciamo con il negare i fatti”.

 

Il fatto studiato qui è la religiosità o appartenenza a una chiesa di chi risponde alla domanda “What is your religious preference?” senza indicare confessione o tempio. Le risposte non chiariscono, però, che cosa le persone credano, che fede accettino, quanto siano fedeli a una gerarchia.

Andrebbero registrati, invece, fatti: presenze a eventi, firme di impegni, versamenti in denaro, professioni di fede. In mancanza, abbiamo solo ipotesi ragionevoli, come quelle dello stesso Downey che negli Stati Uniti nel 2040 il numero dei non religiosi supererà quello dei cattolici (che regrediranno leggermente) e quello dei protestanti calerà del 10%.