Contro l’accordo dell’Unione Europea con la Turchia, concluso a Bruxelles il 18 marzo scorso, per fermare la marea dei profughi che dalla Turchia fuggono verso la Grecia e in Grecia restano bloccati per la chiusura delle frontiere con i paesi confinanti, si sono levate le critiche di tutte le associazioni che si occupano di diritti umanitari perché – come ha detto il rappresentante di Amnesty International – “affidando alla Turchia il ruolo di guardiano dell’Europa nell’attuale crisi dei rifugiati, l’Unione Europea mostra di ignorare e ora di incoraggiare gravi violazioni dei diritti umani” e perché la Turchia, in cui i profughi sono costretti a rientrare, non può certo essere considerato un paese sicuro per i rifugiati, visto che non rispetta né le leggi internazionali né le disposizioni europee a tutela dei diritti umani e del diritto di asilo. Anche la presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, ha criticato l’atteggiamento dell’Unione Europea, che “di fronte alla più grande crisi dei rifugiati dalla seconda Guerra Mondiale, sembra volere esternalizzare il diritto di asilo”. A parte i rilievi critici sulla osservanza delle norme internazionali sul diritto di asilo e sull’accoglienza dei migranti, sia in Grecia che in Turchia, i dubbi maggiori attengono alla attuazione pratica dell’accordo da parte del Governo greco, travolto dalla emergenza dei migranti rimasti imbottigliati dopo la chiusura delle rotte balcaniche verso i paesi del Nord- Europa, ed alla tenuta delle intese con un regime autoritario ed imprevedibile come quello turco.

 

 

L’accordo dell’Unione Europea con la Turchia consta di “misure straordinarie e temporanee” con l’obiettivo dichiarato di scoraggiare il ricorso dei migranti alle organizzazioni criminali impegnate nel lucroso traffico di esseri umani, ma nella realtà intese a bloccare l’afflusso indiscriminato dei migranti provenienti dalla Turchia. Dal gennaio 2015 più di un milione di migranti e rifugiati sono entrati nell’Unione provenienti via mare dalla Turchia e solo dall’inizio del 2016 sono giunti in Grecia 143.000 migranti. In base all’accordo con la Turchia, a partire dal 20 marzo, i migranti che approdano nelle isole greche saranno debitamente registrati e ogni richiesta di asilo sarà vagliata dalle autorità greche in ottemperanza, si dice, alle norme europee e internazionali. Coloro che non faranno richiesta di asilo, o la cui domanda sarà ritenuta infondata o inammissibile, saranno rimandati in Turchia a spese dell’Unione. E’ previsto un trattamento preferenziale per i cittadini siriani, che costituiscono il gruppo più numeroso dei migranti dalla Turchia: per ogni siriano rimandato in Turchia, un altro avente diritto sarà ricollocato dalla Turchia nell’Unione, fino a un massimo di 72.000 persone, dando la precedenza alle persone che non hanno mai tentato di entrare in Europa. Una volta che gli arrivi irregolari saranno terminati, o comunque fortemente ridotti, sarà attivato uno “schema di ammissione umanitaria dei migranti in Europa cui gli Stati membri dell’Unione dovrebbero contribuire su base volontaria. In cambio, l’Unione Europea accelererà l’erogazione dei tre miliardi di euro già promessi come contributo ai progetti di assistenza ai profughi in Turchia, cui si aggiungeranno, entro il 2018, altri tre miliardi per ulteriori progetti presentati dal Governo turco. Inoltre, sarà accelerata la procedura di liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi, da compiere entro luglio 2016, e verrà data una nuova spinta al processo di adesione della Turchia all’Unione.

L’accordo con la Turchia non ha fermato l’arrivo sulle isole greche dei migranti provenienti dalla Turchia che, nella grande maggioranza, optano per l’asilo. Alle richieste di asilo fanno fronte con enormi difficoltà gli striminziti servizi di immigrazione greci, in attesa dell’arrivo dello staff di 4000 funzionari promessi dall’Unione Europea. Per di più la Grecia, nelle disastrate condizioni in cui si trova per la crisi economica, deve farsi carico dell’assistenza dei circa 50.000 migranti e rifugiati che sono rimasti bloccati nel paese dalla chiusura delle rotte verso la Germania ed altri paesi del Nord Europa, anche in questo caso in attesa degli aiuti promessi dall’Unione. Secondo gli ultimi dati, circa 6000 persone sono sbarcate in Grecia dalla data del 20 marzo in cui l’accordo con la Turchia è divenuto operativo e l’afflusso continua anche se in misura inferiore che in precedenza, mentre i migranti riportati in Turchia assommano a poche centinaia. Sarebbe del resto illusorio credere – come ha detto il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa – “che la sofferenza dei migranti da una parte e la pressione migratoria sui paesi europei dall’altra possano scomparire con questo accordo”. Come succede con le coperte troppo strette che, se si tirano da un lato scoprono dall’altro, cosi la chiusura delle rotte balcaniche riapre i varchi delle rotte mediterranee provenienti principalmente dalla Libia e dirette in Italia. Le previsioni al riguardo sono imponenti: si va dal mezzo milione di persone dell’Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza dell’Unione Europea, Federica Mogherini, al milione del generale Paolo Serra, consigliere militare dell’inviato dell’ONU in Libia. Secondo i dati del Ministero dell’Interno italiano, i migranti sbarcati in Italia al 14 aprile scorso sono stati 24.090 contro i 19.314 del 2015 e i 20.705 del 2014.
Ancor prima che la temuta invasione si materializzi, il Governo austriaco ha pensato bene a “blindare” la frontiera del Brennero,  così come all’Est hanno fatto Macedonia, Serbia, Croazia e Slovenia. Il Governo italiano ha protestato con quello austriaco per questa decisione ed ha chiesto alla Commissione, che pure ha espresso critiche all’indirizzo di Vienna, di verificarne la compatibilità con le disposizioni del patto di Schengen sulla libera circolazione all’interno dell’Unione Europea. Il Governo austriaco continua imperterrito a restringere i passaggi.

Prendendo a modello l’accordo tra Unione Europea e Turchia, l’Italia ha proposto un altro grande patto con i paesi africani (cosiddetto “migration compact”) per ridurre i movimenti migratori anche lungo la rotta mediterranea attraverso nuove intese con i paesi d’origine e di transito, da attuare con un forte impegno finanziario dell’Unione e l’adozione di strumenti innovativi come le obbligazioni europee (cosiddetti “eurobond”). Riprendendo i concetti espressi nella riunione a Malta, nel novembre scorso, dei 28 paesi membri dell’Unione e i leader africani, la proposta italiana è incentrata – come è detto nella lettera inviata a Bruxelles dal presidente del Consiglio Renzi -sull’idea di sviluppare un programma di cooperazione con i paesi africani, all’interno del quale al supporto finanziario e operativo dell’Unione “corrispondano impegni precisi in termini di efficace controllo delle frontiere, riduzione dei flussi di migranti, cooperazione in materia di rimpatri e riammissioni, rafforzamento del contrasto al traffico di esseri umani”. La proposta italiana è stata accolta con favore dalla Commissione europea e dai ministri degli Esteri dei 28, ma ha sollevato in Germania le consuete resistenze all’idea che iniziative europee possano essere finanziate con obbligazioni comunitarie.

Sia nel caso dell’accordo con la Turchia che nella proposta italiana di “migration compact” l’idea di base è quella di “ributtare” al di là della “Fortezza Europa” il problema dei migranti secondo la logica del “do ut des”: spingendo i paesi oltre confine di riprendersi i profughi e ridurre al minimo gli arrivi, offrendo in cambio facilitazioni di ingresso in Europa (alla Turchia) e benefici economici (ai paesi africani). Si tratta, in entrambi e casi, di una impostazione puramente difensiva di non breve periodo e dagli esiti incerti, ben diversa dalla volontà di cooperazione politica, economica, sociale e culturale con i paesi dell’altra sponda del Mediterraneo espressa dall’Europa ai tempi delle “primavere arabe”, il cui fallimento è all’origine della crisi attuale e dell’ afflusso inarrestabile dei migranti. Occorre intanto affrontare  la  perdurante emergenza che, se si riuscirà a chiudere o regolare la rotta balcanica con il problematico aiuto della Turchia, incomberà sul Mediterraneo, e principalmente sull’Italia. In questa situazione è data all’Italia la possibilità di svolgere un ruolo importante per una nuova politica di accoglimento e di integrazione degli immigrati, migliorando le strutture di accoglimento e di registrazione dei richiedenti asilo, come sta già facendo, e superando finalmente l’evanescente discriminazione tra rifugiati e migranti irregolari, quando la fuga dai paesi è determinata non solo dalle persecuzioni politiche ma anche dalla fame e dalla ricerca di migliori condizioni di vita, potendo per questo contare sulla maggiore disponibilità dell’Unione a rivedere le norme comunitarie sul diritto di asilo, sul modello della Germania, che ha già accolto oltre un milione di persone (contro  le circa 150.000 presenti in Italia) ed  avviato un sia pur rigido sistema di integrazione degli immigrati e, soprattutto, sulla società civile (enti locali, istituzioni pubbliche e perivate, singoli cittadini) che sta rispondendo con generosità all’appello di solidarietà rivolto anche dal Papa.

Si potrà in questo modo, una volta che l’emergenza sarà messa sotto controllo, porre le premesse per rapporti di partenariato con i paesi africani piuttosto che di asservimento alle paure dell’Europa alimentate dai movimenti xenofobi.