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“C’erano:  un inglese, un francese, un tedesco, un italiano e un russo che facevano la fila a una porta d’imbarco dell’aeroporto di Napoli —-“

Ciascuno di noi avrà sentito qualche dozzina di barzellette che cominciavano più o meno così. È raro che siano molto spiritose. Cercano di prendere in giro i caratteri proverbiali  o le fissazioni dei vari popoli: in genere in modo superficiale.

Però è vero che certe  popolazioni percepiscono e giudicano in un loro modo peculiare i grandi fattori che influenzano la nostra vita: amore, morte, tempo, alimenti,  intemperie, sentimenti, ricchezza, povertà.

Il Professor Robert V. Levine dell’Università di Fresno (California) ha analizzato metodicamente come in Paesi diversi venga percepito il trascorrere del tempo in contesti professionali, sociali  e familiari. Il suo libro  “A Geography of Time”– UNA GEOGRAFIA DEL TEMPO (Giovanni Fioriti Editore, 1998) analizza il problema in termini psicologici professionali.

Quando viaggiamo da un Paese all’altro  dobbiamo adattarci a un certo numero di variazioni. Si parlano lingue diverse. Si usa un’altra moneta. Si mangiano cose diverse a ore diverse. Cambia il livello di vita. Il tempo che passa viene considerato con criteri diversi. Levine aveva insegnato a lungo in Brasile e sosteneva che in quel paese presentarsi a un appuntamento con tre ore di ritardo rispetto  agli accordi presi fosse perfettamente ammissibile.

Levine ha condotto molte serie di sondaggi sul pubblico e ha misurato i tempi tipici di vari eventi in tanti paesi. Fra le cose che ha misurato:

  • la velocità media a cui la gente cammina
  • il numero di parole che vengono pronunciate al minuto [molti anni fa un mio collega piemontese mi disse dopo qualche mese che lavoravamo insieme: “Avevo notato che tu e altri in questo laboratorio parlavate a velocità molto alta. Credo di aver capito perché — mi pare che pensiate ad alta velocità.”]
  • il tempo che siamo disposti a dedicare per la strada a un estraneo che chiede informazioni
  • il periodo  di incubazione – cioè il tempo che lasciamo trascorrere prima di reagire a una notizia, a un evento, a uno stimolo nuovo.

Sono osservazioni interessanti. Anche quando riportano misure, si mantengono, però, a un livello descrittivo. Tentativi metodici  di analizzare i nostri rapporti con il tempo  sono stati fatti da Philip  Zimbardo (già professore  all’Università di Stanford; vedi il suo libro, con John Boyd: “Il paradosso del tempo”, Mondadori 2009). Questo autore ha suggerito di misurare una “prospettiva del tempo” [Zimbardo Time Perspective] mediante questionari di 60 domande mirate a evidenziare esperienze e ricordi di ogni intervistato con periodi di tempo classificati come:

  • Passato positivo
  • Passato negativo
  • Presente edonistico
  • Presente fatalistico
  • Futuro trascendentale
  • Futuro  progettato

Per ciascuna voce andava espresso un giudizio numerico su 5 livelli per indicare quanto fossero rispecchiati gli schemi relativi (a  diversi gradi di ottimismo/pessimismo) dalla propria esperienza e dal proprio atteggiamento. I risultati dovrebbero indicare quanto ogni individuo fosse focalizzato  verso il passato, il presente o il futuro.  I valori numerici convenzionali registrati in interviste non possono essere considerati come misure oggettive. È probabile che pareri più significativi possano essere dati da psicologi esperti.

Chi voglia sperimentare questo tipo di sondaggio può farlo accedendo al sito www.thetimeparadox.com/surveys.

Il Prof. Zimbardo condusse all’Università di Stanford un esperimento inteso ad analizzare reazioni e disturbi del comportamento di detenuti e secondini. Simulò una situazione carceraria, assegnando il ruolo di prigionieri e quello di custodi a due gruppi di studenti. Questi recitavano le proprie parti, ma i primi cadevano facilmente in depressione.  I secondi, invece, accentuavano la loro posizione autoritaria sviluppando anche talora tratti  sadistici.

Zimbardo testimoniò come esperto in un processo intentato a un militare americano accusato di aver torturato prigionieri irakeni nel carcere di Abu Ghrab (Baghdad). Sostenne che a un imputato andavano concesse attenuanti perché aveva subito una forte pressione psicologica dai suoi superiori e dall’ambiente repressivo che imponeva a tutti i carcerieri di uniformarsi a standard inumani di estrema violenza. Il giudice non condivise questo parere e condannò l’imputato al massimo della pena e alla degradazione.

 

* Articolo Pubblicato su “L’Orologio” 15/04/2017