In Italia, la questione dell’occupazione giovanile si presenta con caratteristiche decisamente contraddittorie. Da una parte, una vasta platea di giovani resta – talvolta per scelta, spesso per necessità – ai margini del mercato del lavoro, senza prospettive concrete di ottenere impieghi stabili e dignitosi. Dall’altra, vi sono giovani qualificati che, pur avendo buone possibilità professionali anche all’interno del Paese, scelgono di emigrare per accedere a contesti lavorativi più dinamici, con più ampi margini di autonomia e apprendimento.

Per capire meglio il quadro, è utile partire da alcune cifre.

A maggio 2025, in Italia il tasso di occupazione ha raggiunto il 62,5% – il valore più alto degli ultimi cinquant’anni –

mentre la disoccupazione si attestava al 6,5% e il tasso di inattività al 32,6%. Nell’arco di dodici mesi, il numero degli occupati è aumentato di 432.000 unità. È importante distinguere tra disoccupati – coloro che cercano attivamente un impiego senza trovarlo – e inattivi, ovvero chi non lavora né cerca lavoro.

La disoccupazione giovanile, calcolata come percentuale sulla popolazione in età lavorativa, si colloca al 21,6%, contro una media UE del 14,8%. Eppure, l’occupazione tra i giovani è cresciuta del 6,6% nell’ultimo anno. Tuttavia, i numeri non dicono tutto: tra i lavoratori tra i 15 e i 24 anni, il 23,9% ha un impiego part-time, contro il 25% medio europeo, ma molto lontano dalle percentuali dei Paesi nordici come Danimarca (45%) e Paesi Bassi (54%).

Le retribuzioni? Secondo Eurostat (2018), la media lorda annua – espressa in standard di potere d’acquisto (PPS) – per un lavoratore full-time under 30 è pari in Italia a 25.123 €, più alta rispetto alla Francia (23.434 €), in linea con il Regno Unito (25.132 €), ma inferiore a Olanda (28.518 €) e Germania (30.187 €). I giovani italiani con un salario inferiore ai 2/3 della retribuzione mediana (salari “poveri”) sono il 15,94%, una percentuale simile alla Francia (15,85%) ma molto più bassa della media dell’Eurozona (28%).

 

Le cause della disoccupazione giovanile sono molteplici:

  • Disallineamento tra domanda e offerta: nel 2024 solo il 62% delle assunzioni previste è stato realizzato. Spesso le aziende non trovano candidati con le competenze richieste.

  • Declino della qualità del sistema educativo: la mancata modernizzazione della scuola e l’abbandono della formazione professionale hanno aggravato il divario con le esigenze produttive.

  • Assenza di orientamento post-scolastico: in Italia mancano strategie efficaci di indirizzo scolastico e formativo. Mentre in Germania ci sono circa un milione di studenti iscritti agli istituti tecnici superiori, in Italia se ne contano appena 24.000.

  • Discredito verso il lavoro manuale: un pregiudizio culturale diffuso spinge molti giovani italiani a rifiutare lavori non qualificati, operativi o artigianali che vengono invece accettati da lavoratori stranieri.

 

Nonostante queste difficoltà, il dato più allarmante non è la disoccupazione, bensì l’inattività. La quota dei NEET – giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non si formano – è del 29,8% in Italia, contro il 16,4% della media europea. In Germania i NEET sono il 14,6%, in Francia il 17,4%, in Spagna il 18,4%, in Grecia il 16,5%. Siamo fanalino di coda in Europa e secondi solo al Messico nei Paesi OCSE. Parliamo di oltre due milioni di giovani, che diventano oltre tre se si considerano anche i 29-35enni. Le donne sono in leggera maggioranza (1,2 milioni).

Le disuguaglianze di genere emergono anche nella distribuzione dei ruoli familiari: il 26% dei NEET sono genitori, ma tra questi il 23% sono madri, solo il 3% padri. Il 27% delle giovani NEET sono inattive e non cercano lavoro. Il 20% sono madri senza impiego e non disponibili.

In Italia, sono ancora soprattutto le donne ad assumersi i carichi di cura di figli e anziani.

 

Il fenomeno ha anche una netta componente geografica: nel Sud Italia i giovani che non studiano né lavorano sono il 39%, rispetto al 23% del Centro, al 20% del Nord-Ovest e al 18% del Nord-Est. Le Regioni più colpite sono Sicilia (40,1%), Calabria (39,9%) e Campania (38,1%). Nel Centro spicca negativamente il Lazio (25,1%), al Nord la Liguria (21,1%).

Il 56% dei NEET sono donne. Il fenomeno è più frequente tra i diplomati (32%) e tra coloro che hanno un titolo inferiore (16%). Chi ha una laurea è meno propenso a restare inattivo, anche perché le famiglie che hanno investito negli studi spingono i figli a trovare un lavoro, anche se inizialmente non soddisfacente.

 

Alla base del boom dei NEET troviamo diverse concause:

  • Erosione dei valori di riferimento: il futuro appare sempre più incerto e molti giovani non vedono ragioni per impegnarsi.

  • Rifiuto culturale del lavoro: non è più percepito come veicolo di realizzazione personale, ma come una condanna da evitare.

  • Prolungamento dell’adolescenza: famiglie iperprotettive favoriscono una permanenza indefinita in uno stato di dipendenza.

  • Poca dinamicità del mercato del lavoro: le difficoltà di accesso e l’assenza di orientamento formativo scoraggiano i giovani.

  • Presenza di un’economia sommersa: molti giovani sopravvivono con lavoretti in nero, rinviando l’ingresso nel lavoro regolare.

  • Sussidi indiscriminati: le misure assistenziali non collegate a politiche attive hanno prodotto effetti controproducenti.

Nessuna di queste cause, tuttavia, può giustificare l’abbandono. I NEET rischiano di essere risucchiati in un circolo vizioso di precarietà economica, isolamento affettivo e mancanza di prospettive. Nonostante la gravità del fenomeno, l’attenzione istituzionale è rimasta modesta. Le politiche messe in campo si sono limitate a incentivi fiscali o assistenza economica, senza un vero investimento in orientamento e istruzione.

Un antico proverbio cinese – spesso attribuito erroneamente a Confucio – recita: “Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”. In Italia, questo approccio non sembra attecchire.

 

Eppure, esiste anche un’altra faccia della medaglia. Molti giovani non si rassegnano. Come ricordato all’inizio, il quadro dell’occupazione giovanile è segnato da forti contraddizioni. A fronte di una disoccupazione elevata, decine di migliaia di posizioni restano vacanti per mancanza di candidati adeguatamente formati. Mentre si registra il più alto tasso di NEET in Europa, cresce il numero di giovani che scelgono di emigrare.

Secondo l’AIRE, sono 5,8 milioni gli italiani iscritti all’estero, un numero sottostimato, visto che l’iscrizione comporta la perdita dell’accesso alla sanità pubblica. Nel 2003 erano 3 milioni: in vent’anni, l’incremento è stato di 2,8 milioni, pari a una media di 140.000 all’anno.

Chi sono i nuovi emigranti? Il 56% ha tra i 18 e i 44 anni.

I livelli di istruzione sono crescenti: 34,6% licenza media, 34,8% diploma, 30% laurea. Molti partono anche prima della laurea. Dopo un primo periodo di prova, la maggior parte non intende tornare: il 33,2% considera il rientro “molto improbabile”, il 30,3% “poco realistico”, solo il 12,9% lo ritiene “molto possibile”.

Questo avviene nonostante agevolazioni fiscali per chi rientra e per le aziende che assumono italiani con esperienze all’estero. Il costo per l’Italia è altissimo: circa 14 miliardi di euro l’anno (pari all’1% del PIL). A questi si somma un miliardo annuo di mancati introiti derivanti da brevetti registrati da italiani all’estero. Ogni laureato costa allo Stato circa 170.000 euro; ogni diplomato 90.000.

 

L’idea che i giovani emigrino per mancanza di lavoro è smentita dai dati: le partenze avvengono soprattutto da aree con bassa disoccupazione (Milano, Roma, Genova, Torino, Napoli; e regioni come Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Sicilia, Liguria). Le qualifiche più diffuse tra i migranti? Economia, medicina e ingegneria: le più richieste dal mercato.

Le testimonianze raccolte parlano di un’Italia percepita come ostile al merito, povera di opportunità formative, statica e incapace di valorizzare le competenze. I giovani che emigrano non cercano semplicemente un impiego. Vogliono sentirsi utili, coinvolti, parte di un progetto significativo.

Vogliono che il loro lavoro abbia un senso, un valore anche etico e sociale.

A fronte di una cultura che ha smarrito la centralità del lavoro come fonte di felicità, molti giovani si arrendono. Ma altri, al contrario, alzano la testa. In questi ultimi si intravede la possibilità di un riscatto. Un Paese che non investe nelle nuove generazioni ha scelto di rinunciare al proprio futuro. Ma è proprio da questi giovani che può germogliare una nuova speranza.