“Le parole hanno potere. La televisione ha potere. La mia penna ha potere.”

Queste parole sono di Shonda Rhimes, la tv producer afroamericana più potente degli USA e forse dell’intero Occidente. La rappresentazione della donna sta cambiando anche in Oriente, soprattutto con un vero movimento che viene dal far east, dal lontano oriente.
L’ondata produttiva e culturale proveniente dall’Estremo Oriente ha contaminato ed invaso i nostri schermi, grandi e piccoli, con una forza dirompente. K-drama, C-drama e J-drama non sono più prodotti di nicchia per appassionati, ma fenomeni mainstream che stanno ridefinendo il nostro modo di fruire, concepire e produrre la serialità televisiva.
Un aspetto particolarmente affascinante in questo cambiamento è il modo in cui queste tre culture, Corea, Cina e Giappone, rappresentano la donna. E non solo, dobbiamo dire, perché c’è sicuramente da approfondire il tema della rappresentazione della comunità LGBTQ+, ma questo è un argomento che richiede un’altra sede.
Qui siamo di fronte a tre paesi geograficamente vicini ma culturalmente così diversi, tre visioni della femminilità che si confrontano, si scontrano e si evolvono.

K-drama: Avvocata Woo

In un immaginario ormai datato la prima immagine della donne nei K-drama che viene in mente è probabilmente quella di una protagonista graziosa, con la pelle di porcellana, che viene salvata dal principe azzurro miliardario. Stereotipo che in parte resiste, ma sarebbe fortemente riduttivo fermarsi qui, perché dietro quella superficie patinata si nasconde una delle rivoluzioni femminili e con sintomi sicuramente femministi più interessanti dell’intrattenimento contemporaneo.
Non esistono più le casalinghe all’ombra dei mariti. Le donne coreane delle serie moderne sono appassionate della propria carriera, perseguono obiettivi con determinazione e resilienza, e mettono in discussione gli ideali di bellezza tradizionali, che, in Corea, rappresentano una delle più importanti forme di emancipazione femminile.
Prendiamo solo due esempi: “Avvocata Woo”, fenomeno del 2022 dove Young-woo è una giovane avvocatessa autistica che dimostra che la vulnerabilità non esclude la forza.
Oppure pensiamo a “Search: WWW“, dove tre donne potenti, ambiziose e complete dominano la scena senza bisogno di un uomo che le aiuti a raggiungere i loro obiettivi. I personaggi maschili qui passano nettamente in secondo piano, ribaltando completamente il paradigma tradizionale. Ce ne sono molti altri di esempi da fare soprattutto perché ogni anno escono fuori moltissimi titoli con donne protagoniste.

C’è un motivo se questo cambiamento è stato così rapido: quasi il 90% degli sceneggiatori coreani sono donne, rispetto al 27% degli Stati Uniti.

C’è un motivo se questo cambiamento è stato così rapido: quasi il 90% degli sceneggiatori coreani sono donne, rispetto al 27% degli Stati Uniti. Autrici come le sorelle Hong Jung Eun e Hong Mi Ran, Kim Eun Sook e Cho Nam-Joo (autrice del libro manifesto “Kim Ji-Young, nata nel 1982“) hanno portato sullo schermo storie che le donne coreane non potevano raccontare prima. Discriminazioni, violenze, aspettative sociali soffocanti: tutto viene portato alla luce con una delicatezza che non toglie nulla alla denuncia. Non dimentichiamoci mai che siamo in una società fortemente competitiva, ad alto tasso di bullismo e con uno dei tassi di suicidi fra i più alti al mondo. Non tutto, però, è rivoluzione. I K-drama continuano a proporre uomini idealizzati – belli, ricchi, intelligenti e alla ricerca del “vero amore” – che hanno contribuito alla loro popolarità presso il pubblico femminile globale. Ma è proprio in questa tensione tra idealizzazione e realismo che si gioca la partita più interessante: serie come Crash Landing on You affrontano tematiche come le differenze d’età nelle relazioni (i “noona-romance“), la divisione tra le due Coree, il servizio militare obbligatorio, creando un ponte tra il sogno romantico e la critica sociale.

Nel pensiero confuciano la donna ideale incarna gentilezza, modestia, abnegazione, pazienza e rettitudine morale.

Se i K-drama stanno vivendo un cambiamento radicale, i C-drama si trovano in una posizione più ambigua. Da un lato, le serie cinesi moderne mostrano donne forti, emancipate e di successo. Dall’altro, la protagonista media rimane spesso neutra, un po’ spaesata, priva di vero spessore. Non è un caso. Nel pensiero confuciano, che si mantiene in appoggio a quella della guida del Partito, ancora profondamente radicato nei valori familiari cinesi, la donna ideale incarna gentilezza, modestia, abnegazione, pazienza e rettitudine morale. La protagonista comprensiva e ingenua è il riflesso moderno della xianqi liangmu, la “buona moglie e madre virtuosa”, un archetipo che ha permeato educazione, propaganda e letteratura cinese per secoli. Questo modello funziona come un personaggio-vettore: non è interessante per sé stessa, ma perché incarna virtù civiche e morali, fungendo da specchio vuoto in cui il pubblico può proiettarsi facilmente.

C-drama: La storia di Minglan

Ecco allora il paradosso: la protagonista è moralmente impeccabile ma emotivamente egoista. Questo riflette una società che ha vissuto lunghi decenni di autoritarismo collettivo, sviluppando un forte senso di giustizia soggettiva dai tratti quasi infantili: “Se io sono stata buona, tutto il mondo deve ripagarmi”. Le recensioni dei C-drama sono spesso polarizzate proprio per questo: c’è chi ama e chi odia, e l’ago della bilancia è quasi sempre la protagonista femminile.
Ma sarebbe ingiusto liquidare tutto così. Tre titoli, “A Dream of Splendor”, “La storia di Minglan” e “The Rebel Princess”, ci mostrano come anche qui la donna sia protagonista con una forza notevole. Il pubblico cinese, soprattutto femminile e giovane, si identifica con le ingiustizie subite dalle protagoniste. La gelosia e l’ostruzionismo sono esperienze quotidiane per molte persone, e la narrativa offre uno spazio sicuro per elaborarle. Guardare i protagonisti superare queste prove ha un effetto catartico e di empowerment. È una forma di resistenza silenziosa, racchiusa nei confini di ciò che è culturalmente e politicamente accettabile.

In Sailor moon, Usagi e le sue compagne combattono in minigonna, piangono, si innamorano, e restano comunque le salvatrici del mondo. La divisa scolastica alla marinara diventa simbolo di forza e unicità.

Il Giappone è un Paese ancora profondamente segnato dal maschilismo, dove la donna fatica a ottenere una parità effettiva. Eppure, paradossalmente, è anche la patria di alcune delle figure femminili più iconiche e rivoluzionarie della cultura pop mondiale. Siamo nel paese che ha dato origine a “Sailor Moon”, un gruppo di ragazze combattenti che non nascondono la loro femminilità per essere forti. Non sono come “Lady Oscar”, che doveva vestirsi da uomo per essere presa sul serio. Usagi e le sue compagne combattono in minigonna, piangono, si innamorano, e restano comunque le salvatrici del mondo. La divisa scolastica alla marinara, tipicamente giapponese, diventa simbolo di forza e unicità. Ogni ragazza può scegliere la propria paladina in base al colore preferito, e la personalità si disegna da sola: la protagonista coraggiosa in rosso, l’amica studiosa in blu, quella matura in verde.

J-drama: Last Cinderella

I dorama, termine nipponico con cui si indicano le serie, affrontano temi specifici con una delicatezza molto personale. Il genere “di carriera” vede spesso protagoniste le donne e si focalizza sull’apparentemente inconciliabile bivio carriera-matrimonio. Serie come “Last Cinderella” raccontano di una donna single di 39 anni che si innamora di un ragazzo di 15 anni più giovane, sfidando le convenzioni sociali. May I Help You? ha come protagonista un’impresaria funebre con l’abilità speciale di vedere e parlare con i morti, che le chiedono di esaudire il loro ultimo desiderio.

La vera rivoluzione giapponese è nata con gli anime e i manga, dove figure come Fujiko di Lupin III hanno tracciato il sentiero della donna indipendente che non ha mai bisogno di chiedere.

I dorama mantengono anche elementi più tradizionali. La recitazione è caratterizzata da un’enfasi quasi teatrale, l’umorismo è tipicamente giapponese (con effetti sonori che accompagnano le parti divertenti), e le protagoniste incarnano spesso lo stereotipo della bishōjo, la “bella ragazza” caratterizzata da tratti fisici vicini all’età adolescenziale, meno sessualizzata rispetto ai personaggi occidentali. La vera rivoluzione giapponese è nata con gli anime e i manga, dove figure come Fujiko di Lupin III hanno tracciato il sentiero della donna indipendente che non ha mai bisogno di chiedere.

Guardando queste tre culture insieme, emerge un percorso affascinante:

  • la Corea sta vivendo una rivoluzione consapevole, combattuta dalle sceneggiatrici donne che usano i drama come strumento di cambiamento sociale;
  • la Cina si muove tra le maglie strette della tradizione confuciana mista con la guida del partito-nazione e della censura, trovando spazi di resistenza dove può;
  • il Giappone mantiene un dualismo complesso: tradizionalista nella vita reale, rivoluzionario nell’immaginario pop.

Ma tutte e tre, a modo loro, stanno ridefinendo cosa significa essere donna sullo schermo. E lo fanno in un momento storico in cui il tempo dedicato allo streaming supera quello investito nella TV tradizionale, rendendo cruciali i messaggi veicolati da film e serie. Come ha detto Viola Davis: non puoi vincere un premio per ruoli che semplicemente non ci sono.