«Ci hanno convinti di essere utenti liberi in un mercato aperto, mentre eravamo già

diventati servi della gleba in un feudo digitale.»

Yanis Varoufakis

 

Il trauma del 2008: l’austerità come dispositivo di controllo politico

Per comprendere come l’inconsapevolezza e la finta democrazia si traducano in scelte materiali sulla pelle dei cittadini, occorre analizzare il più grande shock economico del terzo millennio: la crisi finanziaria del 2008 (C. Crouch, 2020). Quell’evento non ha rappresentato soltanto il fallimento morale ed economico della deregulation selvaggia dei mercati, ma ha svelato empiricamente la vera e propria essenza della postdemocrazia matura (R. Evangelista, Pandora, 2021).

Come ricorda Colin Crouch, di fronte al rischio di un collasso totale provocato dalle attività speculative delle grandi banche private, i governi occidentali sono intervenuti massicciamente utilizzando fiumi di denaro pubblico per salvarle (C. Crouch, 2020; R. Evangelista, Pandora, 2021). In questo snodo è esplosa l’asimmetria del modello neoliberista che abbiamo descritto nel capitolo precedente: i profitti degli anni frenetici della speculazione sono rimasti privatizzati nelle mani delle élite finanziarie, mentre le perdite colossali sono state socializzate, scaricandole sui bilanci degli Stati (M. Mazzucato e M. Jacobs, 2017; R. Evangelista, Pandora, 2021). Questo colossale fallimento del settore privato è stato convertito, quasi per magia, in debito pubblico a carico della collettività (R. Evangelista, Pandora, 2021).

Tuttavia, l’operazione politica più sofisticata della finta democrazia si è consumata subito dopo, attraverso l’imposizione dogmatica delle politiche di austerità (R. Evangelista, Pandora, 2021). Sfruttando lo spauracchio del debito sovrano che gli Stati avevano dovuto contrarre proprio per salvare il sistema finanziario, le istituzioni tecnocratiche europee e internazionali (come la Troika, organismi non eletti da nessuno) hanno imposto a paesi come l’Italia e la Grecia riforme lacrime e sangue. Tagli drastici alla sanità, riduzione dei finanziamenti alla scuola e all’università, precarizzazione dei contratti di lavoro e privatizzazione dei beni comuni sono stati presentati dall’infrastruttura mediatica dominante come “sacrifici tecnici” necessari e privi di qualsiasi alternativa politica (R. Fioravante, Jacobin, 2019; R. Evangelista, Pandora, 2021).

È in questo passaggio che l’analisi di Clara E. Mattei diventa fondamentale per svelare l’inganno sistemico. L’austerità non è un errore di calcolo degli economisti, né una cura medica mal riuscita per risanare i conti: è un dispositivo politico intenzionale di sottomissione e depoliticizzazione. Il vero obiettivo dell’austerità è estromettere il demos dalle decisioni economiche, blindando i mercati dalle interferenze del voto popolare (C. E. Mattei, 2026).

Privando i cittadini dei diritti sociali e del welfare pubblico, le persone vengono gettate in uno stato di perenne vulnerabilità materiale. Un popolo ricattato dalla precarietà lavorativa quotidiana, dalla paura del domani e dall’isolamento economico perde la propria identità collettiva e la forza contrattuale per protestare (C. Crouch, 2020; C. E. Mattei, 2026). L’austerità produce così, scientificamente, quell’inconsapevolezza e quell’apatia di cui si nutre la postdemocrazia: svuotando i bilanci pubblici, essa svuota contemporaneamente le piazze reali, riducendo la democrazia a una parodia in cui i cittadini possono cambiare i governi con il voto, ma non possono minimamente metterne in discussione le politiche economiche (R. Fioravante, Jacobin, 2019; G. De Michele, il Manifesto, 2020).

Questa dinamica non colpisce solo i disoccupati o i poveri, ma si insinua nel cuore stesso del mondo del lavoro, come evidenzia Benedetto Vecchi nella sua intervista a Colin Crouch. La precarietà e la gig economy (ovvero quel modello di lavoro sempre più diffuso basato su impieghi a breve termine, intermittenti e senza tutele, in cui i lavoratori sono pagati “a cottimo” per singoli compiti o consegne, spesso mediati da piattaforme digitali come Uber, Deliveroo o Amazon Mechanical Turk) sono il terreno perfetto su cui attecchisce la postdemocrazia. Come osserva lo stesso Crouch in un volume interamente dedicato a questo fenomeno, “Se il lavoro si fa gig”, questi modelli si fondano su una crescente precarizzazione del rapporto di lavoro, in cui i dipendenti vengono sempre più spesso trattati falsamente come “lavoratori autonomi” (C. Crouch, il Mulino, 2019). Con i loro eserciti di lavoratori intermittenti, senza tutele e senza identità collettiva, un lavoratore che vive alla giornata, ricattato dalla paura del domani, non ha né il tempo né la forza per organizzarsi politicamente (B. Vecchi, il Manifesto, 2019). La frammentazione del lavoro produce così una frammentazione della cittadinanza: il gig worker è il nuovo cittadino-spettatore, troppo occupato a sopravvivere per potersi permettere il lusso della partecipazione democratica.

La gabbia tecno-cognitiva: l’algoritmo del consenso nel tecnofeudalesimo

Se l’austerità e la trappola del debito agiscono sui corpi e sulle condizioni materiali dei cittadini, svuotando le piazze reali, l’operazione di sottomissione si completa colonizzando la loro attenzione e i loro processi cognitivi attraverso l’infosfera digitale. All’inizio del ventunesimo secolo, la diffusione di Internet e dei social network era stata salutata da molti osservatori come una straordinaria promessa di emancipazione, uno strumento di disintermediazione dal basso capace di dare voce al demos contro le élite dei media tradizionali (O. Ponte di Pino, Doppiozero, 2022). Nella postdemocrazia matura, tuttavia, abbiamo assistito a un drammatico ribaltamento: quelle stesse tecnologie di informazione si sono rivoltate contro la società civile, trasformandosi nel più sofisticato dispositivo di frammentazione e passività mai ideato (C. Crouch, 2020).

Per comprendere l’entità di questa mutazione antropologica ed economica, non ci si può limitare a criticare la superficialità del dibattito online; occorre mappare quella che Yanis Varoufakis definisce la transizione verso il “tecnofeudalesimo”. Secondo questa analisi, il capitalismo tradizionale basato sui mercati e sul profitto è stato surclassato da un sistema di rendite controllato dai giganti del web, i padroni del cloud capital. Le grandi piattaforme digitali (le Big Tech) hanno privatizzato l’infrastruttura stessa delle nostre relazioni sociali, trasformando la rete in un insieme di “feudi digitali”. Quando navighiamo sui nostri smartphone, convinti di esercitare la nostra libera scelta in uno spazio aperto, agiamo in realtà come moderni servi della gleba digitali: produciamo gratuitamente la materia prima del sistema (i nostri dati e la nostra attenzione) arricchendo un pugno di multimiliardari transnazionali (Y. Varoufakis, 2023).

 

Questo processo di isolamento e spoliazione non è solo una questione di ingegneria algoritmica. Esso si innesta su una trasformazione antropologica più profonda, che la sociologa Noreena Hertz ha descritto come il passaggio a un’economia della solitudine. Come osserva Hertz, viviamo in un’epoca in cui le relazioni sociali vengono sempre più mediate dal mercato e dalla tecnologia: possiamo “ordinare un amico dal nostro cellulare con la stessa facilità con cui ordiniamo un cheeseburger”, e questa solitudine endemica non è un effetto collaterale, ma un vero e proprio modello di business, “nata per sostenere (e sfruttare) chi si sente solo” (N. Hertz, 2021). L’individuo iper-connesso ma profondamente solo è il cittadino ideale della postdemocrazia: troppo isolato per organizzarsi collettivamente, troppo frammentato per sviluppare una coscienza di classe, troppo dipendente dal mercato per immaginare un’alternativa.

Questo prelievo di valore non è neutrale, ma si regge su una precisa ingegneria algoritmica progettata per capitalizzare i bias cognitivi e polarizzare la società. Come evidenziato dai più recenti studi sociologici, gli algoritmi “omofilici” dei social network tendono a chiudere gli utenti all’interno di camere dell’eco (echo chambers) e bolle informative personalizzate, dove ognuno riceve solo notizie che confermano i propri pregiudizi. In questo patchwork mediale frammentato, la scomposizione della popolazione in monadi isolate – l’era del singolo (F. Rigotti, 2021; M. Portello, Doppiozero, 2022) – rende impossibile la costruzione di qualsiasi identità politica collettiva o coscienza di classe (C. Crouch, 2020; O. Ponte di Pino, Doppiozero, 2022). La solitudine non è quindi solo una condizione esistenziale, ma un dispositivo politico: un popolo di singoli isolati è un popolo che non può più fare la storia.

Il paradosso finale della postdemocrazia digitale si compie nella gestione del malcontento: la rabbia e la frustrazione generate dall’impoverimento materiale e dalle politiche di austerità non si trasformano in conflitto sociale organizzato contro le élite economiche, ma vengono scientemente intercettate dalle piattaforme (R. Evangelista, Pandora, 2021). Gli algoritmi monetizzano l’indignazione e l’inciviltà online, spingendo gli utenti a scontrarsi tra loro in sterili guerre culturali, dove l’altro è visto come un nemico da insultare. La post-verità e la proliferazione di fake news non sono dunque la causa della malattia democratica, ma il sintomo di una sfiducia strutturale nelle istituzioni (O. Ponte di Pino, Doppiozero, 2022). Reclusi nei feudi del cloud, i cittadini coltivano un profondo cinismo, convinti di partecipare attivamente alla vita pubblica attraverso un tweet o un “mi piace”, mentre rimangono spettatori inconsapevoli di un sistema oligarchico che ha già recintato il loro futuro (C. Crouch, 2020; Y. Varoufakis, 2023).

Oltre lo spettacolo: le utopie reali e la riconquista del sociale

Giunti a questo punto dell’analisi, la domanda che si impone non è più soltanto legata alla diagnosi della malattia postdemocratica, ma riguarda la terapia: come si risveglia il demos dal suo ruolo di spettatore passivo? Nel tentativo di rispondere, lo stesso Colin Crouch ha mostrato un limite evidente, tipico del riformismo moderato: la sua proposta si affida quasi esclusivamente all’attivazione di movimenti culturali e post-materiali, come l’ambientalismo o le politiche di genere, sperando che essi possano rivitalizzare i vecchi partiti dall’esterno (G. De Michele, il Manifesto, 2020). Come avvertono però le voci più attente alla dimensione materiale della società, un’alternativa che si gioca solo sul terreno culturale è un’arma spuntata; senza rimettere al centro il conflitto sul lavoro, sulla casa e sulla distribuzione della ricchezza, le battaglie di nicchia rischiano di essere assorbite dal sistema stesso, lasciando intatti i rapporti di forza economici (R. Fioravante, Jacobin, 2019; R. Evangelista, Pandora, 2021).

Version 1.0.0

Per uscire da questo vicolo cieco e ridare sostanza alla democrazia, è necessario compiere un salto metodologico, integrando la straordinaria lezione del sociologo Erik Olin Wright sul progetto delle “Utopie Reali” (E. O. Wright, 2010; A. Bellini, Cambio, 2021). Wright corregge lo scetticismo della sinistra tradizionale dimostrando che non dobbiamo attendere un crollo improvviso del sistema per iniziare a cambiare le cose: un modello economico non è mai un blocco monolitico e binario, ma un ibrido complesso in cui possono coesistere logiche diverse (M. Burawoy, Officine Primo Maggio, 2020; L. Jeanpierre, Effimera, 2021).

Le “utopie reali” sono istituzioni ed esperimenti concreti che esistono già nel nostro presente ma che funzionano secondo principi radicalmente anticapitalisti, egualitari e democratici: si pensi ai bilanci partecipativi nelle città, alle reti di economia solidale, alle cooperative autogestite dai lavoratori o a spazi di conoscenza condivisa e sottratta al profitto come Wikipedia. L’obiettivo strategico diventa quindi quello di “erodere” il capitalismo dall’alto e dal basso, espandendo questi spazi di democrazia reale fino a soffocare la logica del profitto e della rendita (L. Jeanpierre, Effimera, 2021; A. Bellini, Cambio, 2021).

Tuttavia, l’espansione di queste utopie concrete non può prescindere dalla consapevolezza che il capitalismo globale utilizzerà ogni strumento a sua disposizione per difendere sé stesso. La via dell’erosione democratica deve perciò saldarsi con la radicalità di Clara E. Mattei e l’esplicita necessità di una strutturale “fuga dal capitalismo”. Costruire un’alternativa non significa semplicemente “umanizzare” il mercato o sperare in uno Stato neutrale che distribuisca qualche sussidio, ma richiede la riconquista politica ed economica della sfera pubblica. Bisogna spezzare la trappola del debito e liberare la sanità, la scuola e i beni comuni dai vincoli della mercificazione, restituendo ai cittadini la sicurezza materiale necessaria per poter tornare a pensare e ad agire politicamente (R. Fioravante, Jacobin, 2019; C. E. Mattei, 2026). Solo unendo la progettualità quotidiana delle utopie reali alla fermezza di una rottura strutturale con i dogmi neoliberisti sarà possibile strappare il cittadino alla sua condizione di spettatore inconsapevole, trasformando la finta democrazia del pubblico nel governo reale del demos (C. Crouch, 2020; E. O. Wright, 2010).

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Bibliografia di riferimento

I libri

  • C. E. Mattei, Fuga dal capitalismo, Einaudi, Torino, marzo 2026.

  • Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La Nave di Teseo, Milano, 2023.

  • F. Rigotti, L’era del singolo. Essere individui non basta più, Einaudi, Torino, 2021.

  • N. Hertz, Il secolo della solitudine. L’importanza della comunità nell’economia e nella vita di tutti i giorni, it. trad., il Saggiatore, Milano, 2021.

  • C. Crouch, Combattere la postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari, 2020.

  • E. O. Wright, Utopie reali, Milano, Edizioni Punto Rosso, Milano, 2020 [ed. orig.: Envisioning Real Utopias, London-New York, Verso Books, 2010].

Gli articoli dal Web

  • M. Portello, Il paradigma del singolo, Doppiozero, 7 gennaio 2022.

  • O. Ponte di Pino, I rischi della Postdemocrazia, Doppiozero, 25 gennaio 2022.

  • A. Bellini, Rileggere “Class Counts” di Erik Olin Wright: attualità di un classico contemporaneo del marxismo scientifico, Cambio. Rivista sulle trasformazioni sociali, Vol. 11, n. 21, 2021.

  • L. Jeanpierre, Formare un ingranaggio fra socialismo, comunismo, anarchismo e socialdemocrazia originale – Intervista con Laurent Jeanpierre sull’opera di Erik Olin Wright, Effimera, 19 marzo 2021.

  • G. De Michele, Nel presente ingestibile ci si allena al conflitto. Ma con moderazione, il manifesto, 26 febbraio 2020.

  • M. Burawoy, Storia di due marxismi: in ricordo di Erik Olin Wright, trad. e introd. di R. E. Chesta, Officina Primo Maggio, n. 1, aprile 2020.

  • B. Vecchi, Precarietà e postdemocrazia, il manifesto, 27 ottobre 2019.

  • R. Fioravante, Dopo la socialdemocrazia, Jacobin Italia, 1° febbraio 2019.

  • R. Evangelista, Lacerata, svuotata, residuale. La “Postdemocrazia” di Colin Crouch, Pandora Rivista, 10 gennaio 2017.