Eravamo convinti che potevamo conquistare il mondo!

 

Eravamo in tanti, che pensavamo che con il nostro lavoro saremmo stati capaci di modificare la storia. Ogni giorno era una meraviglia da scoprire, trovavamo sempre più alleati, più cose da fare, da insegnare, da condividere, da trasferire, da regalare.

Si parlava di educazione per tutti, arte per tutti, diritto per tutti. Il paese era effervescente!

E’ venuto il tempo dei lavori volontari, della alfabetizzazione politica, dei lavori comunitari, dei nuovi gruppi di teatro, della ricerca della nostra vera storia come paese conquistato dalla Spagna. La frase che ripetevamo come un mantra era che la nostra era “la via cilena al socialismo”, la via democratica verso il socialismo. Si parlava di riforma agraria, di aumento dei salari, di nazionalizzazione coatta del rame senza alcun indennizzo.

Alzarsi la mattina per andare a fare il “lavoro volontario” era un qualcosa di fantastico, che ti riempiva di orgoglio, che ti faceva sentire parte di tutto quell’ingranaggio che lavorava come una sola macchina per portare avanti un progetto che non era tuo, non era suo, era nostro.

Ho partecipato ai lavori volontari, e nel mio caso, si trattò di lavorare in un mattatoio, ossia niente di sofisticato, elitista, o significativo, ma per una animalista convinta come mi trovo oggi, doveva essere qualcosa che avrebbe dovuto farmi orrore; ma non ho avuto il tempo di pensare a tutto ciò. C’era un qualcosa da fare, qualcuno lo doveva fare, e siamo andati noi. Era importante che ti vedessero, che corresse la voce che quella persona x era presente su quel posto a fare quel lavoro, dunque, tutti dovevamo fare la nostra parte.

 

In dire “la nostra parte” significava, per noi, tutto un popolo. Un popolo che scopriva che si poteva fare, si poteva sperare, si poteva sognare!

Per la prima volta, sentivo che il Cile era l’epicentro del mondo e noi con lui. Ho assistito a concerti di Duke Ellington, di Astor Piazzola, di Ravi Shankar. Ho visto tutti gli impressionisti in una grande mostra universale.

Eravamo pieni di forza, di entusiasmo, di allegria e soprattutto eravamo sicuri di farcela. Stavamo lavorando non per noi, ma per tutti, per tutti quelli che dovevano venire dopo di noi.

 

Ero molto giovane quando tutto questo succedeva, e succedeva nell’ultimo paese del Sud America, in un paese che per votazione democratica aveva scelto un presidente socialista, Salvador Allende, uomo democratico e civile, e direi che in molti, quasi tutti, conosciamo la storia e come è andato a finire.

E per questo che rivendico con forza il “diritto a sognare”!

La dittatura militare ha significato dolore e sofferenza indicibile, impossibile da dimenticare, ma altrettanto indimenticabile è la forza e la felicità che ho sentito in quel periodo. E credo che darei qualsiasi cosa perché questo lo possano sentire tutti.

 

Le generazioni dei giovani di oggi, si sente spesso dire, non hanno un futuro. Non riescono a sognare un futuro. Hanno una gran quantità di problemi irrisolti e con pochissime soluzioni reali di fronte a loro. Non vogliono nemmeno avere dei figli, a molti di loro ho sentito dire che sarebbe irresponsabile far nascere qualcuno con il mondo che ci troviamo.

E per questo, che anche se i nostri sogni sono stati interrotti in forma crudele, incivile, inumana, lasciando delle ferite che ancora oggi non sono chiuse, credo di poter dire di essere stata molto fortunata!

Credo dovrebbe essere un dovere degli uomini di permettere e far si che tutti abbiano il diritto a sognare. E dovremo lottare tutta la nostra vita, se necessario, perché questo sempre accada.

El derecho de soñar” de Eduardo Galeano

 http://youtu.be/OIf9dVSgAaU