Le sagome di legno attaccate su una staccionata in forma tale che possono essere viste dalla metropolitana. La solitudine.

La signora che andando e tornando dal lavoro spera con ansia di passare davanti ai suoi amici di legno, perché sono gli unici amici che ha.


 

Giulia aspettava con ansia il momento della giornata quando poteva parlare con i suoi amici.

Viveva nella periferia della città. Infatti, per andare al lavoro ogni giorno, usciva di casa quando era ancora oscuro, verso le 5.30 del mattino. Camminava, a passo svelto, chiusa nel suo capotto fino al capolinea. L’autobus la portava al capolinea della metropolitana della linea B di Roma. Questo era una fortuna perché così almeno prendeva posto subito sempre sulla parte sinistra alla andata e sulla destra al ritorno, e non lo lasciava per nessun motivo, così vedeva i suoi amici. Andava fino all’altro estremo della città.

La gente che saliva a quella ora sulla metro, erano quasi tutti come lei. Gente che si era alzata presto, che lasciava qualcuno a casa ancora dormendo e che sarebbe ritornata la sera stessa molto stanco, certe volte fisicamente, altre emozionalmente.

Così Giulia si trovava immersa nella folla mattutina che andava nel centro della città e questo le dava un senso di sicurezza, di eguaglianza. Finalmente, poteva almeno esternamente fingere di essere uguale agli altri. Di dover correre con premura scendendo le scale per non perdere il treno, e certe volte quando si sentiva veramente su di spirito riusciva anche a fare un sorriso ad un’altra donna; un sorriso di complicità, magari mentre si riusciva a trovare un posto a sedere con in mano le borse e borsette con tutto il loro mondo quotidiano. E’ questo piccolo incidente di percorso dava a Giulia la sensazione di essere ancora viva, di avere diritto a pensare di poter sognare, anzi a sognare ad occhi aperti.

I genitori di Giulia erano morti quando lei aveva 16 anni. Per il primo tempo era andata a vivere a casa della zia, una sorella di suo padre, unico parente. Il diploma di ragioneria, l’avevano aiutata a trovare un impiego sicuro. Era sempre stata timida, non era né brutta, né bella, era una di quelle facce che ci sembra di averla già visto da qualche parte; tanto sono “normali”.

Non si è resa conto di come le sono passati gli anni. Lavorava dal lunedì al sabato compresso. Il suo lavoro lo faceva bene, non era necessario ormai dirle cosa doveva fare. Praticamente, faceva di tutto, dalla prima nota, alla cassa, a tutto il necessario per mandare avanti la ditta. Si sentiva indispensabile, anzi, era convinta di esserlo dunque non le pesava dedicarsi con anima e corpo alla sua missione di vita.

Il suo salario le permetteva di vivere decentemente è già questo le sembrava una conquista alla fine del mondo.

Perdere il lavoro per Giulia era una possibilità assurda, mai sospettata, mai sfiorata neanche nei suoi pensieri. Certo, sapeva che c’era la crisi, infatti, la ditta aveva molte più difficoltà ad incassare i crediti, vedeva il telegiornale e sentiva quello che diceva la gente. In ogni caso, non era di sua competenza.

Il giorno in cui ricevette una busta bianca con una lettera a lei indirizzata contenente il licenziamento, il cuore di Giulia smise di battere, all’istante, come un giocattolo rotto all’improvviso e come certi giocattoli non fu possibile rimetterlo a posto.

 

Dedicato a tutte ed ognuno delle “Giulia e Giulio” di questo momento storico contemporaneo.

 

* Mario Ceroli, L’aria di Daria, 1968.

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