“Se non innovate, le vostre aziende muoiono”  

 

Il presidente della Confindustria Sergio Squinzi lo ripete da tempo, come una litania: «L’Italia non aiuta l’industria». Punta l’indice contro le imposte eccessive e i ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione e invoca: «Dateci un Paese normale e vi faremo vedere di che cosa siamo capaci». La dichiarazione d’intenti è coraggiosa, il j’accuse comprensibile ma parziale perché, come spesso succede, il circolo è vizioso. Che cosa fa la nostra industria per ringiovanire? La Technology Review del Mit (Massachusetts Institute of Technology) ha stilato una classifica delle 50 industrie più innovative del mondo. Il criterio era semplice e ben preciso: scegliere aziende che negli ultimi 12 mesi hanno sviluppato, con successo, tecniche nuove così importanti da ridefinire interi settori di attività e costringere la concorrenza alla rincorsa per ritarare le propria strategia e conquistare la leadership. E’ significativo che non compaiano aziende come Apple o come Facebook perché l’ottima reputazione, la rapida crescita, la quantità degli investimenti o il numero dei nuovi brevetti non erano parametri sensibili al criterio della classifica. Ma quante sono le industrie italiane presenti nella classifica di Technology Review? Nessuna. E allora vien da pensare che le nostre aziende non possono attendere che venga loro offerto su un piatto d’argento un Paese normale. Dovrebbe impegnarsi loro, qui e ora, a innovare se stesse, aumentando anche gli investimenti in ricerca e sviluppo. Il governo, gli scienziati e gli accademici dovrebbero poi incoraggiarle e aiutarle. Solo così il circolo diventerebbe virtuoso. E il Paese normale.

Ma al di là delle considerazioni di “strategia economico-politica”, resta il fatto che, quanto a “strategia innovativa”, l’industria italiana brilla per l’assenza, mentre quella del resto del mondo registra successi. La classifica di Technology Review è significativa.

Al primo posto si colloca Illumina, fondata nel 1998 a San Diego, California. Produce macchine per identificare le sequenze del genoma (oltre 3 miliardi di coppie di basi), crea software e offre servizi. La genialità dell’azienda? Ridurre drasticamente i costi. Il genoma umano fu decodificato per la prima volta nel 2000 al costo di 100 milioni di dollari. Nel 2011 scese a 10.000. Nel 2013 Illumina riesce ad abbassarlo fino a 1000 dollari. Un’impresa titanica che rivoluzionerà la medicina, perché si potranno avere nuove diagnosi e cure del cancro e di malattie genetiche senza svenarsi, e anche l’agrigenomica, perché porterà a una nuova rivoluzione verde.

Al secondo posto della classifica c’è Tesla Motors, che si prefigge un obiettivo ambizioso: far diventare l’automobile elettrica un oggetto di normale uso quotidiano. Del lussuoso Modello S, Tesla Motors progetta tutto: motore, batterie, elettronica, software e controlli digitali. Sebbene abbia un prezzo di oltre 100.000 dollari, cioè il doppio della Leaf (Nissan) e della Volt (General Motors), ne vende il doppio. Questo perché è riuscita, grazie alla sua ricerca avanzata, a intervenire, migliorandoli, su due fattori importanti per il gradimento e il successo delle auto elettriche: l’autonomia (che promette di far salire a 350 chilometri) e il tempo di ricarica delle batterie (che vuole dimezzare). E l’obiettivo è quello di abbassare addirittura il prezzo a 35.000 dollari.

Al terzo posto Google, già ampiamente nota per il suo motore di ricerca, il browser Chrome, Gmail, Android, Google Maps e per l’avveniristico Google Glass (che alcuni considerano anche troppo invasivo). Finora ha ottenuto i suoi incassi favolosi dalla pubblicità. Ora si avvia a produrre hardware: termostati e sistemi intelligenti di regolazione e controllo che ottimizzano l’uso dell’energia e insieme provvedono al monitoraggio degli ambienti, eliminando rischi ed emergenze.

Al quarto posto Samsung, che ha una quota del 32% del mercato degli smartphone. In quello che un tempo era solo un telefonino, ora abbiamo un computer, un comunicatore, un registratore di immagini e video, un telecomando, una connessione con ogni sorta di realtà virtuali. Moltissime prestazioni, per alcuni di noi quasi eccessive ma, per la maggior parte degli utenti, piuttosto appetibili e gradite. E in questo la Samsung è riuscita ad eccellere.

Al seguito delle prime quattro, tutte le altre industrie più innovative. Per esempio Bmw (nel 2020 dovrebbe produrre auto self-drive), Amazon (al primo posto nell’e-commerce di libri e altro: mira ad assicurare consegne in giornata), Wal-Mart (dai supermercati passa a e-commerce: a Natale, in cinque giorni, ha avuto un miliardo di contatti). E ancora, General Electric (investe 1,5 miliardi di dollari in Internet industriale), Qualcom (predomina nel mercato e progetta connessioni Internet operative fra apparecchiature create da produttori diversi), IBM (il sistema “Watson” realizzerà simbiosi mentali uomo-computer), SpaceX (progetta 14 missioni spaziali per il 2014). Kickstarter (finanzia 55.000 nuove aziende utilizzando un miliardo di dollari di crowdsourcing), Siemens (ha in cantiere aeromotori con pale di 100 metri che producano 10 MegaWatt e che siano concorrenziali con l’energia termoelettrica), Monsanto (progetta molecole di RNA che possano riattivare geni benefici dormienti nel nostro genoma).

La rivista dell’MIT ha individuato molte altre industrie sconosciute al pubblico, ma ben note agli esperti di punta e ai tecnologi praticanti. Questa analisi evidenzia bene la circostanza che la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico in Nord America, Nord Europa, Asia e Australia stanno portando novità a getto continuo, non più a ondate come avveniva “ai tempi antichi”.

Ma in questa graduatoria di eccellenze innovative, l’Italia manca. Non è una sorpresa. La Commissione europea, nel suo rapporto annuale “Eurobarometro dell’Innovazione” del 2013, ha classificato quattro Paesi leader (Svezia, Germania, Danimarca, Finlandia), dieci Paesi innovatori di seconda classe, nove moderati (tra cui l’Italia) e quattro scarsi. A ciascuno viene attribuito un numero indice (compreso fra 0 e 1) che fa riferimento a 25 indicatori (numero annuale di nuovi laureati, investimenti pubblici e privati in ricerca e sviluppo, piccole e medie imprese che producono innovazione di prodotto o di processo, eccetera). La Svezia si colloca al primo posto con l’indice 0,75. La media dei 27 Paesi dell’Unione è di 0,53. L’Italia è a 0,42, al quindicesimo posto) dopo Estonia, Slovenia, Cipro. Tutti sotto la media.

Di queste deprimente situazioni italiana si parla poco in televisione o sui giornali. I segretari e i portavoce dei partiti non propongono interventi che aiutino a ravvivare la creatività delle aziende. Nessuno auspica un’impresa integrata cui partecipino industria, governo, sindacati, università.

Invece si evocano continuamente le riforme. Per la legislazione sul lavoro, per il fisco, per la pubblica amministrazione. E’ vero, la disoccupazione sfiora il 13%, ed è giusto che sia data priorità alla creazione di posti di lavoro. Ma i Paesi europei che eccellono in questo sono anche i più prosperi e – non a caso – i più innovativi. I primi quattro (Svezia, Germania, Finlandia, Danimarca) hanno un prodotto interno lordo pro capite del 25% più alto del nostro che cresce ogni anno di 3 o 4 punti percentuali più di quello italiani. Se innovassimo come loro, il nostro Pil crescerebbe ogni 12 mesi di alcune decine di miliardi di euro. Insomma, buona innovazione significa anche buona salute economica.

Il segreto di questi Paesi all’avanguardia? Produrre tecnologia avanzata in tutti i settori e impiegare addetti ad alto livello professionale. Per tentare (e sperare) di raggiungerli in Italia è urgente la riforma della scuola, prerequisito per innalzare la cultura media. Ce n’è bisogno. Qualche numero? La percentuale della popolazione che ha completato l’educazione terziaria è del 20,3%. La media europea del 34,6 %. I Paesi scandinavi sono al 47%, la Francia al 43,4%, il Regno Unito al 45,8 %, l’Irlanda al 49,4. Più in basso dell’Italia c’è solo la Turchia. Anche l’istruzione tecnica superiore è carente: non abbiamo politecnici fondati dalle grandi industrie, ove pure lavorano tecnici di valore che sarebbero adatti a fornire docenze di alto livello.

E, per finire con la sequenza sconfortante dei numeri, l’Italia è carente anche negli investimenti in ricerca e sviluppo: quelli pubblici sono lo 0,53 % del Pil (0,71 della media europea) e quelli privati lo 0,68 % (0,54 della media europea). Un abisso. Invertire la tendenza? Si può. A patto che i governi facciano il loro dovere. E le industrie puntino sull’innovazione.