Del lavoro e dei lavoratori: ipotesi per un nuovo modello sociale.

 

 

La mia generazione (intendo quella degli over 50) ed anche la generazione precedente ha vissuto con uno schema sociale che sinteticamente prevedeva le seguenti macroattività in funzione delle età anagrafiche: da 0 a 18/25 anni studio; da 18/25 a 57/65 lavoro; da 57/65 in avanti pensione. Ciò è storia vissuta dal nostro paese dal dopoguerra ad oggi.

Ora la globalizzazione e gli effetti della crisi stanno imponendo a tutti gli Stati Occidentali di rivedere il proprio welfare (sistema di istruzione, sanità, pensioni). E tutto sta avvenendo con una grande attenzione ai costi, in quanto il modello attuale non è  più sostenibile.

In questo articolo vorrei concentrarmi sul tema delle pensioni, o meglio sul momento e sulle conseguenze del “pensionamento”, provando ad affrontare gli aspetti psicologici, fisici, retributivi ed economici di questa dimensione.

Cominciamo con il constatare che  ad oggi quando una persona va in pensione non lascia solo il lavoro, ma nella stragrande maggioranza dei casi smette di svolgere qualsiasi attività. Passa il tempo  supportando, spesso,  figli e nipoti nelle loro necessità.  Come pensate che si senta una persona che non ha più una attività da svolgere che abbia un senso sociale?

Constatiamo anche che le esigenze della società si sono moltiplicate. Basti pensare a settori come l’istruzione, la sanità, l’assistenza ai bambini ed agli anziani.

Sempre fino ad oggi dobbiamo dire che il nostro sistema pensionistico ha garantito pensioni dignitose. In alcuni casi esageratamente generose (i baby pensionati), in altri dignitose (coloro che sono andati in pensione con il sistema retributivo), attualmente a volte dignitose, altre volte no (chi andrà in pensione con il sistema misto), in futuro, con le regole attuali assolutamente non dignitose (chi andrà in pensione con il solo sistema contributivo pubblico). 

Per quanto riguarda l’età anagrafica, anch’essa è cambiata nel corso degli ultimi anni a seguito delle varie riforme passando da un minimo di 57 anni ad un minimo di 66 anni e 7 mesi e,  per quanto riguarda gli anni di contribuzione è passata da un minimo di 14 anni, 6 mesi ed 1 giorno delle baby pensioni per le donne ad un minimo di 42 anni e 10 mesi di contribuzione attuale.

Per quanto riguarda l’aspettativa di vita anch’essa è aumentata raggiungendo attualmente 78,8 anni per gli uomini e 84,9 per le donne.

La soluzione trovata fino ad ora dai vari Stati Occidentali al problema dell’innalzamento della vita media e della insostenibilità dei sistemi pensionistici è stata sostanzialmente quella di posticipare il momento nel quale si potrà andare in pensione e di modificare il sistema di calcolo (es. da retributivo a contributivo) al fine di diminuire i costi.

Ma questa è una soluzione di tipo ragionieristico ad un problema che non è solo economico, finanziario o contabile ed è molto più complesso e, quindi non è una soluzione strategica.

E’ infatti innegabile che, nonostante l’allungamento della vita media degli uomini e delle donne, dopo i cinquant’anni le energie, gli interessi, le aspettative e gli obiettivi delle persone cambino. Si comincia a pensare a come poter passare meglio quel che resta della propria vita e non ad investire sul  futuro a lungo termine. Che senso ha allora contrastare questo processo naturale obbligando le persone a prorogare l’uscita dal lavoro?

Un altro importante elemento da tenere presente è la disoccupazione in generale e quella giovanile in particolare che ha raggiunto percentuali pericolose (43,1%). Da qui la necessità di creare lavoro.

Un ulteriore  elemento è l’ innovazione e  la produttività: il nostro paese brilla per una produttività media piuttosto scarsa in assoluto ed in confronto ad altri paesi anche europei. Ma com’è pensabile di aumentare l’innovazione e la produttività utilizzando a tempo pieno nel mondo del lavoro  persone che hanno più di 50 anni?

Ecco allora spero di avere sufficientemente documentato perché le soluzioni fino ad oggi adottate non sono vere soluzioni ai problemi di:

  • Innovazione
  • Produttività
  • Sostenibilità del sistema pensionistico per le persone
  • Necessità, obiettivi, bisogni e ambizioni delle persone over 50

 

Come si può dunque coniugare tutto questo?

Come ho già premesso il problema è molto più complesso e quindi andrebbe affrontato in maniera sistemica e con una serie di azioni. I principi cardine dovrebbero a mio avviso essere i seguenti:

  1. Seguire, assecondandolo,  il corso naturale dell’esistenza e quindi dei bisogni delle persone, in particolare  al variare dell’età anagrafica (variazione fisiologica dei bisogni).

  2. In funzione di queste variazioni rendere il sistema lavorativo flessibile nella natura delle attività lavorative, negli orari, e nella retribuzione.

  3. Rendere flessibile il momento della percezione dell’assegno pensionistico in funzione dei versamenti effettuati (metodo contributivo) ma rendendo disponibile anche il capitale versato (tipo polizza assicurativa).

 

Provo ad approfondire i singoli punti.

  1. Seguire, assecondandolo,  il corso naturale dell’esistenza e quindi dei bisogni delle persone al variare dell’età anagrafica (variazione fisiologica dei bisogni).

 

Significa prendere atto concretamente nel mondo del lavoro, delle organizzazioni e delle imprese, che i bisogni delle persone cambiano e che quindi ci si deve aspettare un contributo lavorativo diverso a seconda delle condizioni complessive ed anagrafiche che si presentano. Faccio un esempio. 

Un impiegato nel campo dei servizi pubblici o privati se giovane, sarà tendenzialmente più motivato a lavorare con profitto suo e dell’impresa in una posizione aperta al pubblico (allo sportello) o in posizioni che prevedono l’utilizzo di strumenti ed attrezzature all’avanguardia nel campo tecnologico (software con particolari interfacce, app, face book, etc.) di un collega di 50/60 anni che per ovvi motivi potrebbe avere meno voglia di stare allo sportello o familiarità con i suddetti strumenti informatici. 

 

Di esempi potremmo farne molti ma credo che il concetto sia chiaro. Allora poiché questo è chiaro nella sua concettualizzazione ma non corrisponde spesso a realtà (nel senso che ci capita quotidianamente di interloquire con lavoratori che si trovano a svolgere un’attività per la quale non sono più motivati) mi domando che senso abbia non tener conto di queste variazioni di bisogni e motivazioni negli individui e continuare ad utilizzarli indifferentemente dalle loro variazioni con conseguente diminuzione della produttività. Sembrerebbe un problema di gestione delle risorse umane. Ed in effetti lo è, ma non a livello aziendale. A mio avviso lo è a livello di sistema del lavoro nazionale.

In altri termini ipotizzo una modifica del nostro modello sociale che consenta alle persone, come alle aziende di modificare strutturalmente il modello lavorativo seguendo, come già affermato il corso naturale dell’esistenza umana e dei bisogni delle persone al variare dell’età.

 

Concretamente cosa significa?

A titolo di esempio significa:

  • Sviluppare  la mobilità orizzontale (interna ed esterna)  in modo da offrire ai lavoratori  la possibilità di svolgere attività lavorative differenti in funzione dei loro cambiamenti

a. Modificare l’impegno lavorativo in termini di responsabilità, stress, orari e retribuzione in funzione dei cambiamenti dei lavoratori (quanti lavoratori anziani gradirebbero poter svolgere ad un certo punto della loro vita mansioni più semplici, meno impegnative, magari diminuendo anche l’impegno orario giornaliero e, perché no, accettando anche una diminuzione del proprio stipendio?) (e quanti lavoratori giovani sarebbero disposti ad assumersi maggiori responsabilità, a lavorare più ore in funzione di obiettivi e premi, a svolgere mansioni diverse, a spostarsi territorialmente in cambio di una maggior retribuzione o ipotesi di carriera?)

 

2) In funzione di queste variazioni rendere il sistema lavorativo flessibile nella natura delle attività lavorative, negli orari, e nella retribuzione

 

Significa prendere atto a livello politico e quindi rendere possibile a livello sociale che un lavoratore ad un certo punto della propria vita si possa dedicare ad altre attività ed impegni utili alla società e gratificanti per il singolo. Penso a titolo di esempio ad attività di tutoring o mentoring all’interno della propria azienda ovvero al volontariato in campo medico, dell’istruzione, del supporto ai bambini, agli anziani, ai disabili. Ovvero alle arti.

 

Concretamente cosa significa?

A titolo di esempio significa:

  • Consentire che anche dopo i 50 anni ogni lavoratore possa modificare  il proprio impegno lavorativo scegliendo tra vari opzioni:  svolgendo mansioni più semplici e meno stressanti o de-faticanti;  diminuendo l’orario lavorativo (anziché 8 ore lavorarne 5) e, nel tempo che gli rimane dedicarsi strutturalmente a svolgere un’attività collaterale di volontariato o artistica o sportiva in uno dei settori a lui più congeniale;  inserendosi in un percorso formativo e cambiando lavoro ed azienda.

a. Sviluppare a livello di sistema la mobilità orizzontale tra le imprese (ovvero quella esterna all’organizzazione nella quale il lavoratore opera).

b.  Modificare  le agenzie per il lavoro (pubbliche e private) in modo tale da incrociare le mutate esigenze dei lavoratori con le opportunità offerte dal mercato e consentire a tutti i lavoratori di cambiare lavoro, mansioni, orari, retribuzioni al mutare delle proprie esigenze

 

3) Rendere flessibile il momento della percezione dell’assegno pensionistico in funzione dei versamenti effettuati (metodo contributivo) ma rendendo disponibile anche il capitale versato (tipo polizza assicurativa).

 

Significa offrire la possibilità ai lavoratori di percepire l’assegno pensionistico, in proporzione ai contributi versati in ogni momento, ovvero dargli la possibilità di recuperare il capitale maturato (sono soldi suoi) quando vuole. I lettori di Caos Management mi sono testimoni che nel numero 76 ho pubblicato l’articolo “Il più  grande furto della Storia repubblicana”                                                                                (https://www.caosmanagement.it/n76/art76_08.html)

nel quale sostenevo questa ipotesi e recentemente la Gran Bretagna  ha promulgato una legge che consente a tutti i cittadini che hanno compiuto i 55 anni di età di ritirare tutto il montante dei contributi versati  (questa sì che è una vera riforma !). Questo consentirebbe alle persone di riappropriarsi della propria discrezionalità nel pianificare la propria vita. Sviluppare nuovi progetti, trasferirsi all’estero, aprire una nuova attività, aiutare i figli.

 

Naturalmente per sviluppare queste ipotesi ci sono due condizioni:

  • La prima è una presa di coscienza collettiva ed una condivisione strategica sulla mission di questa necessità

  • La seconda sono delle leggi che consentano di applicare questo modello che non può essere delegato né alle singole aziende, né ai singoli lavoratori essendo gli obiettivi di tipo sociale e quindi interesse di tutta la collettività.

 

E’ una ipotesi di lavoro che sicuramente necessita di approfondimenti ma potrebbe soddisfare coniugandole  le seguenti esigenze :

 

1) Maggiore qualità della vita delle persone over 50
2) Contenimento dei costi aziendali e del sistema pensionistico a carico della collettività
3) Sostenere e sviluppare a costo zero, strutturandoli, i servizi sociali collettivi
4)  Liberare spazi, energie, orizzonti consentendo a tutti di scegliere quando percepire l’assegno pensionistico 

 

6/5/2015