Livia, Donna Isabella e Bruno Sperani sono gli pseudonimi utilizzati da Vincenza Pleti Rosic Pare-Spèrac – altrimenti nota come Beatrice o Bice Speraz, mutamento dovuto alla traslitterazione italiana del suo cognome originale – per firmare le proprie attività letterarie spazianti dalle traduzioni alla narrativa. Bruno Sperani è, invece, il nom de plume che l’ha resa nota e con il quale ha firmato le sue più importanti opere.

Beatrice1, così la identifichiamo da ora in avanti, è nata dal matrimonio fra Elena Alessandri e Marin Pare-Spèrac il 24 di luglio del 1839 a Spalato. Il 16 settembre 1840 nasce sua sorella Ottavia Vica, morta otto giorni dopo il parto.
 
La madre Elena Mariana Teresa Alessandri, appartenente ad una famiglia della vecchia decaduta nobiltà italiana di Pirano, nasce  il 17 marzo 1817 ad Umago, una cittadina della Croazia che fa parte  della regione dell’Istria ed è affacciata sul Mare Adriatico. Il padre, Marin Pare-Spèrac, invece, è uno slavo di modeste origini nato a Solona, Dalmazia, nel 1810.
La diversità sia socio-culturale che etnica dei due genitori, indubbiamente risulta di fondamentale importanza per comprendere alcuni elementi della personalità della scrittrice. Come lei stessa lascia intendere in un suo scritto autobiografico, la realtà dell’ambiente famigliare e i contrasti interni – evidentemente legati all’ostilità della famiglia materna verso il marito della figlia – dovettero segnare la sua prima giovinezza: «Triste cosa essere il frutto di due razze che non si somigliano affatto e che non si amano» (Sperani, Milano 1915).
 
Due culture e due classi sociali così diverse – ancora la Sperani scrive parlando di se stessa: «Nata da padre slavo di origine plebea, da madre latina di origine aristocratica, ha subito e subisce con un`intensità spesso dolorosa, le attrazioni e le repulsioni delle due razze che si incrociano in lei» (s.a., 1887) – sarebbero risultati elementi di una miscela interessantissima in un contesto aperto e cosmopolita, ma l’avversità del contesto rende tutto ciò difficile per una giovane ragazza che vive la dicotomia amore-odio, così radicata nel nucleo familiare, come sofferenza interiore. Un quadro reso ancor più drammatico dalla prematura morte, a pochi anni di distanza, della madre e del padre: Elena muore ad Umago il 23 agosto 1843, il 18 giugno 1848 muore Marin. La giovane Beatrice, rimasta completamente sola, viene cresciuta dai parenti della madre in un ambiente decisamente poco propenso alle espansioni affettive e sicuramente ostile al ricordo delle origini paterne, ritenute quasi barbare.
 
Beatrice, per compensare questa mancanza d’amore, trova conforto e consolazione nella letteratura. Si dedica allo studio ed acquisisce il diploma magistrale. Studia letteratura appassionandosi principalmente degli scrittori italiani e di quelli tedeschi. Ama leggere Leopardi, le piacciono Manzoni e Goethe. Passa da Schiller a Heine, anch’esso amatissimo.
Essa stessa si cimenta nella scrittura, ma senza mai conservare i lavori realizzati, tipico della sua giovane età (Baio, Milano 1999, 88).

Nel 1857 viene fatta maritare contro la propria volontà con il Conte Giuseppe Vatta di Pirano. E’ un uomo gentile ed istruito, insegnante e scrittore, ma anche più maturo di lei e molto distante dalle aspettative romantiche della giovane diciottenne.  Dalla loro unione coniugale sono nati Domenico (Dino) (n. 1858), Maria (n. 1860) and Elena (n. 1862). È proprio Domenico Vatta a parlare di «matrimonio male assortito» e di unione «forzata», riferendosi all’unione della Speraz con il padre,  in una sua missiva datata 22 dicembre 1918  ed indirizzata alla sorellastra Giuseppina Levi – nata dalla successiva relazione di Beatrice con Giuseppe Levi.
È a causa di questi motivi che nel 1864 Beatrice abbandona la famiglia lasciando marito e prole per rifugiarsi a Trieste, città ricca di differenti culture grazie alla presenza del porto e di oltre centocinquantamila abitanti, aperta e moderna tanto che proprio nel 1864 vi viene inaugurata l’illuminazione pubblica alimentata a gas. Il porto e la multietnicità delle persone che la popolano, dicevamo, la rendono luogo ideale per sottrarsi alla vita angusta della famiglia e per rifarsi una vita. Per sua fortuna la paura di creare scandalo e di intaccare l’onore di famiglia salva Beatrice in quanto la sua fuga venne messa a tacere dalla parentela materna e dal marito abbandonato.
 
Beatrice a Trieste trova con relativa facilità anche un lavoro, andando ad insegnare come maestra in una scuola di lingua italiana.
E’ proprio a Trieste che il destino le permette di incontrare fortuitamente un uomo che sarebbe stato molto importante nella sua vita. E’ seduta ad un tavolino del Caffè Tommaseo, bellissimo antico locale in perfetto stile viennese, nel cuore della città, quando viene avvicinata, con un pretesto, da un giovane. I due entrano subito in simpatia parlando della reciproca passione per la letteratura. Beatrice ha sempre desiderato scrivere ed, anzi, lo ha anche provato a fare, ed Emilio – così si chiama il giovane – ha anche lui questa passione nel sangue.
Si tratta infatti di Emilio Treves  (nato il 31 dicembre 1834 a Trieste, all’epoca sotto l’impero asburgico, terzo figlio maschio di Lia Montalcini e Sabato Graziadio Treves, rabbino maggiore della comunità israelitica di quella città2). Emilio, proprio il 1° gennaio 1861, anno dell’unità d’Italia, aveva fondato a Milano in via Durini gli  «Editori della Biblioteca utile», che darà vita a tutta una serie di riviste e periodici, dal  «Museo di famiglia» all’«Annuario scientifico», dal  «Romanziere illustrato» al  «Giornale di viaggi».
Essendo editore,  le chiede di scrivere per lui un testo e lei promette di farlo.
Dopo pochi giorni, però, Beatrice conosce Giuseppe Levi, discendente di una nobile famiglia di Trieste, e fra loro nasce un profondo legame di stima e di amore nonostante la loro unione non possa essere formalizzata per via del fatto che Beatrice è già sposata con Vatta.

Abitano a Trieste e poi a Bologna. Dalla loro unione nel 1865 nasce Giuseppina che, come la madre, diventerà essa stessa scrittrice. Sono poi venute al mondo Noemi, Gilda e Clotilde, separate fra loro da pochi anni l’una dall’altra. Le bambine crescono e Beatrice, affidatele alle cure della famiglia triestina di Levi, si trasferisce a Firenze insieme all’amato Giuseppe. Firenze la affascina, Beatrice carica di entusiasmo inizia a collaborare con la «Nazione» scrivendo di fatti mondani, di musica e di arte. Alla metà degli anni settanta risale il progetto familiare di lasciare Firenze per trasferirsi a Milano: dapprima portando con sé la figlia maggiore, Giuseppina, ospite in un collegio nei pressi di Firenze, e successivamente le altre figliolette. Qualche mese prima della partenza, sullo scorcio del 1875, Giuseppe Levi improvvisamente muore e Beatrice si ritrova catapultata, suo malgrado, in una situazione complessa da gestire: quattro figlie da dover mantenere e nessuna fonte di reddito certa.
Disorientamento ed enorme dolore si fanno largo nel cuore di Beatrice, ma la vita deve essere affrontata. Decide così di partire ugualmente ed arriva a Milano, nel corso del 1876.
 
Per meglio contestualizzare la sua opera è necessario inquadrare la situazione socio-economica che Beatrice trova al suo arrivo in città.
 
Centro animatore e coordinatore delle attività produttive della penisola, Milano, pur essendo all’avanguardia non rimane immune dalle deficienze strutturali che caratterizzano il periodo storico: la soppressione delle barriere doganali, che in precedenza hanno diviso l’Italia, la scarsità dei capitali, l’insufficienza strutturale del sistema bancario, la carenza di quelle che oggi si chiamerebbero le infrastrutture, la povertà di carbone, unico alimento della forza motrice, l’impreparazione del mercato interno, limitato dalla miseria delle classi diseredate e intralciato dalla configurazione geografica.

La densa rete di tranvie con la Brianza e le altre località dei dintorni, costruita tra il 1878 e il 1880, ha contestualmente favorito il dilatarsi e lo sveltirsi del mercato locale e la possibilità per le industrie periferiche e milanesi di integrare a vicenda i loro prodotti. La stazione di Milano è, attorno al 1880, la più attiva di tutto il regno. Sono gli anni in cui la Famiglia Artistica Milanese nasce (fondata nel 1873 da Vespasiano Bignami)  quando è in pieno rigoglio la cosiddetta scapigliatura milanese, esperienza artistico culturale elaborata, in ordine di tempo, dopo La Boheme parigina ma non meno intensa e nemmeno seconda ad essa.

Aldo Genovesi, nella Strenna 1976 edita dall’Istituto Ortopedico Gaetano Pini di Milano dal titolo  Gli anni della scapigliatura, racconta che i letterati amano frequentare il Caffè San Carlo, il Martini, il Caffè della Cecchina o l’Hagy. I pittori si aggirano per le trattorie della zona di via Vivaio, famosa quella scherzosamente chiamata del Polpetta (Genovesi 1976, 117-153).
Sullo sfondo il Risorgimento e la crisi stessa dei valori risorgimentali.

Piccio, Cremona, Ranzoni, Faruffini, Conconi, Grandi, Trubetzkoy, fino ad arrivare a Medardo Rosso, sono solo alcuni fra i maggiori artisti di questa fine ottocento.

Milano è un pentolone in piena ebollizione. Da un lato le spinte innovative, di crescita, di costruzione edilizia… dall’altro un mix sociale fatto per lo più di gente operaia, piccoli negozianti, travet. Questa è l’atmosfera che permea la Città. Questo è l’ambiente che trova Beatrice Speraz al suo arrivo a Milano. Qui sono ambientate e descritte le storie del mondo operaio e socialista da lei descritto ed interpretato nei propri romanzi.

Comincia così a scrivere, celandosi dietro a pseudonimi, per diverse testate: corrispondenze, traduzioni, soprattutto dal tedesco per Treves, brevi racconti: la letteratura come mestiere prima ancora che come vocazione. Nel 1876 inizia la collaborazione con la rivista  «Perseveranza», giornale lombardo che raccoglie intorno a sé il fiore degli ingegni moderati ed il cui direttore è Carlo Landriani, amico del critico d’arte Camillo Boito e di suo fratello Arrigo. Tutti frequentatori del Cova, locale più aristocratico del Caffè Teatro Manzoni luogo preferito dagli ultimi scapigliati, da repubblicani e socialisti. Questa rivista ha portato avanti un proprio significativo impegno politico esercitato a sostegno dell’unità nazionale.

Beatrice negli anni ha collaborato con diversi giornali, quali:  «La Nazione» – è un giornale di Firenze fondato da Bettino Ricasoli il cui primo numero è datato 13 luglio 1859 – (Firenze),  «Gazzetta Piemontese» – il 9 febbraio 1867 esce il primo numero della testata fondata da Vittorio Bersezio, giornalista, deputato, vicino alla Sinistra costituzionale, ma soprattutto noto commediografo e romanziere – (Torino),  «Il Caffaro» – quotidiano di informazione, fondato nel 1875, di ispirazione liberal-democratica e patriottico-irredentista – (Genova), «Il Bersagliere» – giornale, fondato nel 1875 da Federico Pugno, che per conquistarsi le simpatie dei lettori ha concesso ampi spazi al romanzo d’appendice – (Roma).
 

Nel 1879 traduce  Il violinista di Hans Christian Andersen per l’editore Treves di Milano (Andersen 1879).
Nello stesso anno esce, a Milano,  Cesare  (Sperani, Milano 1879)  il primo romanzo breve quale ri-pubblicazione di Da morte a vita, a firma Livia e suddiviso in 19 puntate sul «Pungolo» dal 26 aprile al 19 giugno 1877.
Sotto lo pseudonimo di Donna Isabella continua l’attività anche per il giornale romano «Capitan Fracassa»,  iniziativa editoriale finanziata nel 1880 da Moisé Bondi, un banchiere toscano trasferitosi a Roma. Giornale ricco di cronache, illustrazioni e varietà attraverso cui la stessa sostanza politica trova espressione in forme agili ed immediatamente comprensibili dal pubblico, tanto che il quotidiano richiama attorno a sé esponenti della cultura, artisti e letterati giovanissimi che acquisiranno, negli anni successivi, un ruolo rilevante nella vita intellettuale italiana.  Nello stesso 1880, sempre per  Treves, viene pubblicata la sua traduzione de  I re in esilio, di Alphonse Daudet (Daudet 1880) e, nel 1881, per gli stessi tipi, la traduzione di Per vil denaro di Hans Wachenhusen (Wachenhusen 1881).

Nel 1883 è pubblicato a puntate, dal 5 settembre al 18 ottobre su «La Nazione» Veronica Grandi,  il romanzo, tuttavia, non verrà mai edito in volume nonostante l’editore Sonzogno ne avesse acquistato i diritti. Continua parallelamente l’attività di traduttrice e Beatrice licenzia nel 1883 il libro di novelle Quisisana, traduzione dal tedesco di Friedrich Spielhagen (Spielhagen 1883) e, sempre dello stesso autore, traduce Luisiana nel 1885 (Spielhagen 1885).
 
Sul versante della produzione letteraria, ancora nel 1885 viene pubblicato da Sonzogno Nell’ingranaggio, testo apparso a puntate su «La Nazione» dal 9 novembre 1884 al 28 febbraio 1885 (Sperani 1885).
Nel 1887  Numeri e sogni commissionato direttamente da Torelli Viollier per il  «Corriere della Sera» e dallo stesso pubblicato in 84 puntate dal 20 luglio al 13 ottobre 1886 (Sperani 1887). Quest’opera è la prima ad ottenere una qualche risonanza e un notevole consenso.
Nell’appendice del libro Tre donne, nell’edizione del 1891 a firma Bruno Sperani (Sperani 1891) ed edito da Chiesa e Guindani, sono riportate alcune recensioni, tra cui una di Vittorio Pica che accosta Numeri e sogni a Teresa di Neera, descrivendoli come i due migliori romanzi dell’anno. Numeri e sogni piace soprattutto al gruppo democratico-socialista ruotante attorno a Turati, che ne apprezza le tematiche afferenti le vergogne, le delusioni e le tristezze fatali del matrimonio. Temi a Beatrice ben noti.
Beatrice è sempre più vicina ai movimenti femministi e socialisti. Fa parte del gruppo dei collaboratori della  «Cronaca rossa» insieme, tra gli altri, proprio a Turati, Cameroni, Ghisleri e Virginia Olper Monis. Frequenta i salotti di Teresa Berra in Kramer, una patriota italiana amica di Mazzini e di altri simpatizzanti della Giovine Italia. Tra i frequentatori abituali: Giovanni Verga, Maria Antonietta Torriani (nota come Marchesa Colombi), Emmanuele Navarro della Miraglia, Giovanni Visconti Venosta. A Milano artisti e letterati trovavano una cultura orientata verso i nuovi problemi ed al gusto più moderno, ma anche non trascurabili vantaggi di indole pratica. Infatti, si è sviluppata, più che altrove, l’attività editoriale: basta citare ad esempio  i nomi Vallardi, Treves, Hoepli, Ricordi e Sonzogno. Il 22 aprile 1882, proprio a Milano, si inaugura la Società degli autori per la tutela dei loro diritti.
 
Nel 1885 Beatrice conosce Vespasiano Bignami, il fondatore della Famiglia Artistica Milanese. Uomo brillante animatore delle situazioni goliardiche ed allegre che hanno caratterizzato le attività giocose, anche se culturalmente serissime, della Famiglia Artistica in quegli anni. Caricaturista, illustratore, diventato, poi, pittore, assume la carica di Professore di pittura presso l’Accademia delle Belle Arti di Brera annoverando tra i propri allievi Giuseppe Amisani e  Giovanni Barrella. Bignami rimarrà, sino alla sua morte, l’ultimo grande rappresentante, in un clima ormai decisamente mutato sia culturalmente che artisticamente, della stagione scapigliata.
Beatrice si innamora appassionatamente, decisamente ricambiata dall’artista.
Il 25 aprile 1886, per offrire una degna e stabile sede alle rassegne di pittura e di scultura che si organizzano, sempre più frequentemente a Milano, si inaugura la «Società di belle arti ed esposizione permanente».
In questo clima di fermento culturale e sociale, Beatrice Speraz continua la sua attività di scrittrice e traduttrice (Baio 1999, 90-91)
Nel corso dell’anno 1886 viene pubblicata, per i tipi di Treves, la sua traduzione de Il fallo dell’Abate Mouret (Zola 1886) quinto volume appartenente al ciclo de i Rougon-Macquart dello scrittore francese Émile Zola.
Durante il 1889 muore il marito di Beatrice, il Conte Giuseppe Vatta.
 
Nel 1880, sempre per  Treves, viene pubblicata la sua traduzione de  I re in esilio, di Alphonse Daudet (Daudet 1895).

Nel 1914 il suo amore e la sua passione si tramutano in matrimonio con Vespasiano Bignami: staranno sempre insieme fino  alla morte di Beatrice, il 4 dicembre 1923.
Muore nella sua casa di Piazza Castello, 22.
 
Beatrice Speraz riposa nel cimitero Maggiore di Milano, reparto 2.1. cella 454. L`epigrafe riporta: «Bice Speraz / Spalato 1839 – Milano 1923 / Illustre /  fra le scrittrici italiane / col nome di Bruno Sperani / esempio / di prodigiosa attività / sino ai giorni estremi / della sua vita / qui / desiderata e benedetta / riposa».

Suo marito Vespasiano Bignami vive fino al 1929.

Adelio Schieroni
Vice Presidente della Famiglia Artistica Milanese
Niccolò D’Agati
Direttore Storico-Scientifico della Famiglia Artistica Milanese

 

Note:

  1. Per le notizie principali sulla biografia di Beatrice Speraz si rimanda come testi di riferimento al contributo più recente e aggiornato di M. Ivanišević, Spisateljica Vica Sperac o Splitui Solinu, «Kulturna Blaština», 11/2009, n. 35, 323-334 e all’autobiografia di Beatrice Speraz, B. Sperani, Ricordi della mia infanzia di Dalmazia, Vallardi, Milano 1915.
  2. L. Marsiglia, Emilio Treves, la linotype dell’Italia unita, « Avvenire.it» [https://www.avvenire.it/agora/pagine/emilio-treves-]

 

 

Bibliografia

H.C. Andersen, Il Violinista. Romanzo, trad. Bruno Sperani, Treves, Milano 1879

B. Sperani, Cesare, C. Brigola, Milano 1879.

È. Zola, Il Fallo dell’Abate Mouret, trad. Bruno Sperani, Treves, Milano 1880

A. Daudet, I re in esilio. Romanzo parigino, trad. Bruno Sperani, Treves, Milano 1880

H. Wachenhusen, Per vil denaro. Romanzo, trad. Bruno Sperani, Treves, Milano 1881

F. Spielhagen, Quisisana, trad. di Bruno Sperani, Brigola, Milano 1883

F. Spielhagen, Luisiana, trad. di Bruno Sperani, Brigola, Milano 1883

B. Sperani, Nell’ingranaggio, Sonzogno, Milano 1885.

s.a., Profili. Bruno Sperani, «Cronaca Rossa», 6 novembre 1887.

B. Sperani, Numeri e sogni, Galli, Milano 1887

B. Sperani, Ricordi della mia infanzia di Dalmazia, A. Vallardi, Milano 1915

A. Genovesi, Gli anni della Scapigliatura, Strenna dell’Istituto Ortopedico Gaetano Pini, Milano 1976.

M. Colummi Camerino, Donne “Nell’ingranaggio”: la narrativa di Bruno Sperani, in E. Genevois, a cura di, Les femmes-ecrivains en Italie (1870-1920): ordres et libertés, Université de la Sorbonne Nouvelle-Paris III, Parigi 1994, 75-88.

G.L. Baio, Bruono Sperani: cenni di vita e arte, in A. Arslan – M. Pasqui, a cura di, Ritratto di Signora. Neera (Anna Radius Zuccari) e il suo tempo, Ed. Angelo Guerini, Milano 1999, 87-94

M. Ivanišević, Spisateljica Vica Sperac o Splitui Solinu, «Kulturna Blaština», 11/2009, n. 35, 323-334