…Considerate tutto questo, e poi volgetevi a questa verde, graziosa e dolcissima terra: considerateli entrambi, la terra e il mare, e non scoprite una bizzarra analogia con qualcosa in voi stessi? Poiché, come questo spaventevole oceano circonda la terra verdeggiante, così nell’anima dell’uomo c’è un’insulare Tahiti, piena di pace e di gioia ma circondata da tutti gli orrori della vita a metà sconosciuta.
 Herman Melville, Moby Dick

 

 

      Un legame invisibile unisce spazi e atmosfere agli stati d’animo. Una corrispondenza risonante fra la transitorietà dei fenomeni atmosferici e quella dei nostri pensieri, che travalica i confini fra l’interiorità dell’uomo e l’esteriorità del mondo. Fin dall’antichità, attraverso l’arte, la letteratura e l’architettura, l’uomo ha cercato di raffigurare e padroneggiare tali rapporti, approntando tecniche capaci di catturarne l’essenza pur di tentare quel viaggio di ritorno al tempo dell’infanzia dell’umanità, quando lo spazio interiore era tutt’uno con quello della vastità dell’orizzonte, con il lento incedere dei corpi celesti e con le evanescenti forme disegnate dalle nuvole. Spazi ineffabili si sono condensati nelle forme delle cose e dei nostri pensieri, permettendoci l’illusione di essere divisi da questo mondo che, di fatto, filtra da ogni poro della nostra esistenza, consegnandoci alla sua primaria e indivisibile unità.

      Scenario di fenomeni complessi e imprevedibili, il cielo è stato fin dagli albori dell’umanità lo specchio dell’umbratile natura umana e dimora di forze incontrollabili e sovrannaturali. Catturare la “semplice complessità” del suo spazio indeterminato è da sempre uno dei temi preferiti dell’arte, della letteratura e dell’architettura che considerano l’atmosfera sia come mera apparenza fisica dell’involucro gassoso che circonda il nostro pianeta, sia come manifestazione di quel tramite inafferrabile che si situa tra noi e le cose trasformandole in tonalità di stati d’animo. Così come la luce, le ombre e i fenomeni atmosferici definiscono le tonalità di un paesaggio, in modo analogo le atmosfere, intese come stati d’animo, colorano le nostre immagini mentali caratterizzate dalla stessa transitorietà dei fenomeni del cielo.

      Le tonalità emotive determinano il nostro essere nel mondo secondo un sostrato che, nelle parole di Ludwig Klages, lega la serie dei ricordi nel medesimo modo in cui il fondo invisibile dell’oceano tiene unite le isole che emergono dall’acqua. Esse provengono dall’immersione dell’uomo nel suo ambiente divenendone il costituente necessario all’apparizione del mondo.

 

 

      Prendono forma universi individuali e collettivi che il processo artistico cerca di indirizzare verso un equilibrio infranto da tempo nel tentativo di ripristinare quei collegamenti interrotti fra l’oggettività della natura e la soggettività dell’animo umano. Un’unità originaria che si manifesta inequivocabilmente nelle relazioni fra le tonalità emotive dell’uomo e le condizioni atmosferiche che, similmente agli stati d’animo, possono essere solari, tetre, buie oppure perturbate secondo un numero pressoché illimitato di gradazioni. Grazie a quest’unità originaria un cambiamento psicologico si riversa immediatamente nella particolare “colorazione” dell’ambiente che ci circonda e, viceversa, a un repentino cambiamento climatico corrisponde di frequente un cambiamento dello stato interiore.

      Nel diciannovesimo secolo il romanticismo riscopre e reinterpreta la natura con la volontà di ritrovare quell’unità perduta dell’infanzia del mondo di cui l’uomo moderno si limita solo a un apprezzamento marginale, limitato agli aspetti più superficiali dell’apparire atmosferico e dimenticandone il legame sacro che l’Occidente, dominato dalla tecnica, ha sciolto nel momento in cui ha capito di poter dominare e manipolare cielo e terra. La divisione ha portato con sé la corruzione di quegli aspetti effimeri, non misurabili e perciò senza apparente valore economico che sono gli aspetti qualitativi dell’ambiente in cui siamo immersi. Aspetti che ci permettono di percepire le cose nella loro essenza che si pone oltre i confini geometrici e le apparenze formali.

     L’attenzione alle tonalità atmosferiche può aprirci a una nuova coscienza ecologica nell’ottica di una riconsiderazione estetica della natura che tenga conto dei suoi aspetti più inafferrabili; lì dove la prospettiva dualistica opera una serie di divisioni fra il soggetto e l’oggetto, fra mente e corpo e fra stati coscienti e stati inconsci, l’atmosfera, in quanto materia relazionale, unisce quel legame che la mente razionale ha sciolto, un legame complesso che comprende la totalità dei fenomeni.

      L’antico pensiero orientale ci fornisce mezzi efficaci per la comprensione di tale complessa realtà costituita da fenomeni sfuggenti e da altrettanto sfumati moti dell’anima, chiavi di lettura che permettono di completare la visione occidentale nell’ottica di una riconsiderazione degli aspetti intangibili della realtà a favore di una rinnovata consapevolezza dell’unità originaria fra uomo e ambiente.

      Un altro sguardo sembra possibile, uno sguardo atmosferico che coglie stati d’animo come spazi di vita vissuta. La smaterializzazione degli spazi costruiti e l’attenzione agli aspetti percettivi dell’arte rispecchiano il desiderio di rendere il mondo poroso a quella sostanza immateriale di cui sono fatti i nostri stati d’animo. Lo spazio diventa luogo grazie alla sua carica emozionale, ovvero a quegli aspetti atmosferici intangibili che permettono di infondergli quell’anima unica che ci è agevole identificare con il Genius loci degli antichi culti romani, una commistione fra sensibile e sovrasensibile che individua il carattere specifico del luogo.

     Una nuova mappatura del mondo potrebbe essere possibile, fatta di memorie individuali e collettive che legano i percorsi ai sentimenti e agli stati d’animo, una geografia interiore che include oggetti ed emozioni, mappe e memorie. Una geografia che tenga conto degli aspetti evanescenti, immateriali, ma nondimeno reali, che ci permettano di sentire quella diversità che è insita nella natura e che le tecniche di standardizzazione e produzione seriale rischiano di farci perdere.

      Una visione che permette di svincolare, secondo Hurbetus Tellebach, sensi quali gusto e olfatto dal loro aspetto esclusivamente utilitaristico per rivelarli come sensi estetici cioè atti a svelare stati emotivi che sono parte essenziale del sentire atmosferico. Una percezione totalizzante cherende possibile le esperienze di quei fenomeni che sono tali in virtù della loro vaghezza, del loro apparire e scomparire e che tuttavia si fanno avanti con forza influenzandoci e rendendosi affettivamente presenti come aspetto primario della realtà.

 

Tratto da:  Claudio Catalano Le forme dell’aria – Atmosfere come stati d’animo fra arte, letteratura e architettura. Meltemi editore, 2020